IL COMMENTO
Rosarno l’alibi del razzismo e della ‘Ndrangheta
24/01/2010
di ELISABETTA DELLA CORTE e FRANCO PIPERNO
Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai
con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d’informazione; sicché è
possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e
sulle cause congetturali.
Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore
dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l’agricoltura
meridionale, in particolare per quella delle grandi piane.
Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di
preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente
razzista, che abita l’anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali
del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha
origine dalle cosche della ‘ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la
rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della
Piana.
Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor
più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due
approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a
datare dall’Unità d’Italia e per centocinquanta anni questa strategia non
avesse procurato abbastanza danni.
Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia,
ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento
della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i
sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si
ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel
Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano
talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario
ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di
leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o
religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono
verificati rari casi d’intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno
di quanto sia accaduto nel resto d’Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno
quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari
occasioni d’accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra
l’ultimo film di Wenders.
Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave
esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante.
Quanto alla ‘ndrangheta, l’attribuzione di responsabilità nei fatti di
Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati;
piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso
modo, così: data l’onnipotenza demoniaca della ‘ndrangheta, sia quel che
accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima
analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere,
quindi tirano le file del gioco. Qui, la ‘ndrangheta è divenuta una sorta
di “causa assoluta”; v’è all’opera, in questo modo di ragionare, uno
sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause:
non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e
rigenerare la ‘ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre
quelle condizioni.
Si noti che l’individuazione della ‘ndrangheta come causa assoluta gode di
particolare favore tra i professionisti dell’antimafia, per dirla con
Sciascia. Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso,
finiscono con l’assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla
degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali,
nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e
universitari compresi.
Val la pena sottolineare l’intrinseca inconsistenza di questa spiegazione:
da una parte, la cattiva potenza della ‘ndrangheta viene amplificata oltre
ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai
astuta ed un’efficacia paranoica; dall’altra le vengono addebitate azioni e
gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che
criminali.
Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la ‘ndrangheta a
fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione
internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a
svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non
desidera l’arrivo massiccio di magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e
studiosi della domenica.
Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante
Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente;
ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del
luogo.
Per ricostruire, per l’essenziale, questa struttura ci serviremo
liberamente delle ricerche dei sociologi dell’Università della Calabria, in
particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti:
il caso Rosarno, 2009, Unical).
Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata
sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà
della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila
famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più;
insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. Fino a qualche
hanno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a
famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila
braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni
Novanta e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l’agricoltura
meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi
prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse
una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea,
nella misura di circa ottomila euro per ettaro. Per i tremila braccianti
v’era la protezione previdenziale dell’Inps: bastava lavorare cinquantuno
giorni, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un
assegno di disoccupazione per tutto l’anno.
In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come
allora, percepire l’indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori;
dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza
la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi
irrisori.
Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate
alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre
un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la
città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.
A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con
continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa
che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità
nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra i
numerosi “predicatori di legalità” ne era turbato, non un solo studioso si
mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di “scoop”
non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria.
Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode
e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla
produzione lattiera nell’Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza
creativa.
La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari,
raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati
ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse
associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto
politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi
europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi
conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata
quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il
contadino portava un certo ammontare di agrumi, l’associazione, nella
fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I
proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari
gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per
assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei
disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l’Inps con i suoi
elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva
versato quanto dovuto alla previdenza.
Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre,
sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che
trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.
A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s’è venuto così delineando
un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio
temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell’occidente, s’erano
snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme
contemporaneamente.
Intanto, v’è una temporalità protocapitalistica, quella dell’accumulazione
primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei
giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti.
I primi, “capitalisti pezzenti”, posseduti dal funesto desiderio di
arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza
ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del
capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui
braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale
delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle
false.
Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della
manifattura nell’Inghilterra dell’inizio Ottocento, nuda forza-lavoro,
priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al
nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell’economia
calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero
che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante
indigeno.
V’è poi l’intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle
regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al
regime democristiano nel secondo Dopoguerra.
Infine, v’è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia
europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire
l’agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza
creativa, quella appunto di carta.
Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio;
ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii;
qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come
destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente
clamorosa è venuta alla luce; perfino l’Inps è sembrata uscire dal letargo
per rivedere l’elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la
metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di
Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso
di mutare il criterio d’erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e
non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il
proprietario di un giardino riceveva ottomila euro ad ettaro, ora riesce ad
ottenerne un po’ meno di millecinquecento. Tanto è bastato perché ci fosse
una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura
ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.
La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica
Così stavano le cose a Rosarno, quando, l’anno scorso, la crisi
finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è
crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in
più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal
tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne
del Sud.
A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte
contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi
finanziari europei all’agricoltura, caduta globale della domanda di derrate
alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di
lavoro. L’interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe
tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli
proprietari; dall’altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare
come stagionali in quei giardini.
Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest’anno, gran
parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non
copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano,
per il lavoro di raccolta, oltre duemila migranti quest’anno ne bastavano
meno di duecento; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi
tremila.
Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al
profitto del “capitalista pezzente” contro la consuetudine dei “migrante
moro” di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.
Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l’aria era cambiata. I
rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad
avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano
braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da
rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori,
da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano
comunque compiuto.
Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o
della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta
di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria
ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o
forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita
dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale
ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente
folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi
azzurri, l’antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati
giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo
stesso modo.
Imparare dai fatti
Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto,
ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato
preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e
molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura
meridionale.
Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quel
che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possibile
perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quel
comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto,
l’aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità
tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole,
giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata
ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben
sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine
sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi.
L’ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri,
regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile,
magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni
subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di
migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un
tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v’erano
responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha
avuto modo di promuovere una azione d’emergenza per garantire ai migranti
alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per
altro è avvenuto in altre regioni.
Di passaggio, val la pena notare come l’assenza di responsabilità,
conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che
ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della
rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è
visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal
momento che i migranti non votano.
Ma l’ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne
sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del
lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria; i
grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione
sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono
inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire
vuoi la giustificazione ideologica dell’esistenza vuoi l’autoconservazione
materiale della burocrazia sindacale. Questa è l’ipocrisia storica che
segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n’è un’altra,
bruciante, offensiva, subentrata nell’ultimo decennio, che può essere
descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l’agricoltura
calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la
trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare
con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che
popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei
lavoratori, forse per scelta forse per incapacità.
Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla
pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste
sentimento ha fatto nido nell’anima di molti di noi, di quasi tutti noi
calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro
che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato
cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno
se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.
Qualche modesta proposta per agire qui ed ora
Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l’unico
interlocutore autentico dei migranti, l’unico che possa chiedere loro scusa
per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi.
Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole
ma con gesti ed azioni.
Per esempio, promuovere una campagna d’accusa contro la regione per
costringerla immediatamente ad un programma d’edilizia d’emergenza nelle
piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si
potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi
gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e
cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già
nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un
curriculum accademico.
Ma non v’è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l’obiettivo
principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai
migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne
l’autonomia sociale, nell’aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la
garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge,
regionale o nazionale che sia, ma nell’organizzazione consapevole degli
stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro
decisamente sfavorevole.
Per far questo, occorre nell’immediato, conoscere per agire: bisogna
aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa
documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di
lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare
il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un
tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini,
verso l’auto-organizzazione.
A questo proposito, se l’inchiesta parte subito, v’è una fortunata
occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche
settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una
giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata
autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva
all’origine del capitalismo.
A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un
adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di
Rosarno. Infatti, non c’è chi non veda quale salto di consapevolezza
provocherebbe il successo dell’iniziativa, facendo emergere, in un solo
giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa
dei migranti; senza i quali, non solo l’economia, ma la stessa vita civile
della nazione appare messa a rischio.