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Chi c'è on-line

Archivio di luglio 2010

E’ uscito per la casa editrice Clinamen di Firenze il libro “Che cos’è il Cristianesimo. Istruzioni per l’uso e il disuso.”, scritto da un’affezionata fan di Betumea Sarvega. Ecco i dettagli e la quarta di copertina:

Copertina di Che cos'è il Cristianesimo? Che cos’è il Cristianesimo?
Istruzioni per l’uso e il disuso

isbn: 9788884101570
pagine: 188
prezzo: 18.00 €
Collana «Il diforàno», 32
anno 2010

Autore:
Stefania Podestà

Con linguaggio chiaro e immediato, questo libro sa ben documentare e discutere, anche con una certa ironia, le origini pagane e magiche delle festività, dei riti, dei dogmi e dei sacramenti cristiani, in particolare nella loro versione cattolica. Qual è l’origine del Natale? Chi era Gesù? La verginità di Maria è da sempre o da un certo momento della storia della chiesa in poi? è stata concepita “senza peccato” a partire dal 1476, con Papa Sisto IV, o dal 1854, con Papa Pio IX? E quando è stata inventata e introdotta, nel cattolicesimo, l’esistenza di angeli, demoni, inferno, purgatorio e paradiso? L’autrice ricostruisce le vicende del cristianesimo, dalla figura di Gesù, allo Scisma tra Oriente e Occidente, sino alla Riforma Protestante, mettendo in luce le differenze di culto e di dottrina tra le chiese cattolica, luterana, ortodossa e le altre fedi cristiane. Si riesce in tal modo a fornire una conoscenza di base intorno ad una religione tanto praticata ma forse assai poco nota ai suoi stessi adepti.

Chi volesse ordinarlo, può contattare direttamente la casa editrice www.clinamen.it, o ordinarlo in libreria (distributore per la Liguria è la PDE di Genova), oppure ordinarlo al nostro indirizzo email betumea@libero.it

da ilsalvagente.it
luglio 2010 
 

 

Divertenti e colorati. Ma molto spesso pericolosi. Materassini, canotti, ciambelle e i vari galleggianti dalle più diverse forme che affollano le spiagge e le piscine sono spesso un serbatoio di sostanze tossiche, particolarmente aggressive nei confronti dei bambini. È questa la denuncia del test che il settimanale il Salvagente pubblica nel numero in edicola da domani – e in vendita da oggi nel nostro negozio on line – con tutti i nomi dei prodotti che possono mettere in pericolo i nostri bambini. Alcuni modelli analizzati, infatti, sono persino progettati male: concepiti per i più piccoli, ne mettono a rischio la vita in acqua.
È per questo l’ente certificatore tedesco Tüv Rheinland, che ha sottoposto ad accurate prove i 28 articoli di galleggiamento acquistati poche settimane fa in alcune località di villeggiatura italiane,  ne ha bocciati 13, quasi la metà.

Un pieno di chimica
Il campione di squali, ciambelle, automobili e materassini galleggianti è stato raccolto negli stessi punti vendita che frequentano le famiglie. Nei grandi magazzini, nei negozi che traboccano di gonfiabili a pochi metri dalla spiaggia, ma anche dagli ambulanti, che arrivano in riva al mare con il loro carico colorato e attirano i bambini come il miele con le mosche.

Meglio quelli dei grandi magazzini
Tutti i prodotti campionati sono made in China, ma – forse è solo per caso – il canale di vendita si è dimostrato influente nel diverso grado di sicurezza dei prodotti. Molte volte a norma nei grandi magazzini, i galleggianti sono risultati più spesso scarsi e pessimi rispettivamente negli altri due punti, i piccoli negozi e gli ambulanti.

Troppo flatati, sono cancerogeni
Nel 60% dei casi, la stroncatura dipende dalla presenza di ftalati, composti chimici aggiunti alla plastica per renderla morbida. Ma che sono riconosciuti come pericolosi perturbatori endocrini: rappresentano una seria minaccia per l’equilibrio ormonale dei bambini e un’ipoteca pesante sulla loro riproduzione da adulti.
In ben 8 dei 13 bocciati gli ftalati superano il tetto di 0,1 mg/kg ammesso dalla norma. In un solo caso, nel Fish Ring, la dose velenosa si trova “soltanto” sulla plastica con cui è realizzato l’oggetto. Ma nei restanti 7 casi è presente persino nel beccuccio della valvola, con la conseguenza di esporre il bambino all’ingestione della sostanza tossica ogni volta che gonfia il galleggiante.

I bocciati
A smerciare giocattoli d’acqua velenosi sono in tanti. E spesso si tratta di aziende italiane, che comprano in Cina senza curarsi della sicurezza di ciò che portano sulle nostre spiagge.
Nel test, il caso più eclatante riguarda Giochi Preziosi, marchio nato nel 1978 e leader del mercato dei giocattoli. Si comporta bene con 4 dei 5 prodotti testati, tra i quali alcuni accompagnati da personaggi “cult”, come Hello Kitty e i Gormiti, ma scivola tra i peggiori con il suo pesce martello contenente ftalati.
E ancora, sono bocciati entrambi i prodotti dell’importatore pugliese General Trade, il Dinosaur Rider della bergamasca Tercom e la ciambella di Spider Man importata dalla Mondo di Cuneo.
Un caso a parte riguarda la Plast Point New, azienda padovana, che da oltre 30 anni lavora nel settore dei gonfiabili: firma tre dei cinque seggiolini galleggianti bocciati senza appello dal Tüv perché mettono a rischio la vita dei bambini.

Rischio annegamento
“I produttori dovrebbero vedere i filmati delle prove per rendersi conto del pericolo”, dice Nicola Berruti, responsabile del dipartimento Prodotti del Tüv Italia. Il riferimento è ai seggiolini salvagente, appannaggio dei più piccoli, ma qualificabili come un attentato: nelle prove condotte dall’ente certificatore tedesco, questi galleggianti si sono sempre ribaltati, mandando sott’acqua il manichino. Se ci fosse stato un bambino senza un adulto accanto sarebbe annegato.

Norme non osservate
La superficialità con cui vengono importati e messi in commercio prodotti così a rischio è enorme: non è tenuta in alcun conto la norma europea dedicata a questo tipo di salvagente, la En 13138-3. E questo dipende anche da mere considerazioni di convenienza economica. Spiega Berruti: “Verificare la sicurezza di un materassino costa circa 800 euro, per una mutandina galleggiante serve il triplo”.

Progettazione errata
Il problema riscontrato è prima di tutto la errata progettazione: la mutandina è troppo alta e non immerge a sufficienza il piccolo ospite. In queste condizioni basta che il bambino si sporga un po’ per finire in acqua, con le gambe bloccate dall’imbraco.
Tutti i seggiolini testati sono irregolari: secondo la norma europea dovrebbero avere due camere d’aria e invece ne hanno soltanto una. Non dovrebbero avere un aspetto attraente per i bambini, e invece sono confezionati come i giocattoli, a forma di automobilina con tanto di volante, per esempio. Giocose trappole mortali.

 

Vacanze al mare, allarme per le ciambelle per bambini: la metà sono pericolose
Perfino cancerogene: il test de Il Salvagente domani in edicola e oggi nello shop online.
Marta Strinati

KAMUT® o, meglio, KHORASAN

 

Famoso in tutto il mondo grazie a una operazione di marketing senza precedenti, “Kamut®” non è il nome di un grano, ma è il marchio commerciale (come “Mulino Bianco” o “McDonald’s”) che la società Kamut International ltd [K.Int.] ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio.

 C’è chi chiama questa varietà anche “grano del faraone”, perché si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà dello scorso secolo in una tomba egizia e inviati nel Montana, dove, dopo migliaia di anni, sono stati “risvegliati” e moltiplicati.

Il frumento prodotto e venduto con il marchio Kamut® è coltivato negli Stati Uniti (Montana) e nel Canada (Alberta e Saskatchewan), sotto lo stretto controllo della famiglia Quinn, proprietaria della società K.Int.; in Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int. e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.

Il marketing decisamente efficace che è alla base del successo del Kamut® ha fatto leva su tre aspetti: la suggestiva leggenda del suo ritrovamento, l’attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali e una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine. Parliamone.

Il Frumento orientale o grano grosso o khorasan – lo chiamiamo con il suo nome tramandato, comune e “pubblico”, mentre Kamut® è un nome di fantasia registrato – è una specie (Triticum turgidum subsp. turanicum) appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro: presenta un culmo (fusto) alto anche 180 cm; ha la cariosside (chicco) nuda e molto lunga, più di quella di qualunque altro frumento; è originario della fascia compresa tra l’Anatolia e l’Altopiano iranico (Khorasan è il nome di una regione dell’Iran); nel corso dei secoli si è diffuso sulle sponde del Mediterraneo orientale, dove, in aziende di piccola scala, è sopravvissuto all’espansione del frumento duro e tenero. Dunque, per trovare il Khorasan in Egitto non era (e non è) davvero necessario scomodare le tombe dei faraoni; senza contare che un tipo di Khorasan era (e, marginalmente ancora è) coltivato anche tra Lucania, Sannio e Abruzzo: è la Saragolla, da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da incrocio e registrata nel 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna. Inoltre non bisogna dimenticare che la germinabilità del frumento decade dopo pochi decenni, per quanto ideali siano le condizioni di conservazione. Tutto questo porta a riconoscere nella storia del presunto ritrovamento del Khorasan/Kamut® solo una fantasiosa invenzione commerciale, elaborata per stimolare il desiderio di qualcosa di puro, antico ed esotico. E, a onore del vero, anche la stessa K.Int. ha preso le distanze dalla leggenda che, peraltro, ormai non ha più bisogno di essere incoraggiata.

Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti. [tabella 1]

Bisogna, infine, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo, né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri e a numerose varietà di frumento duro. [tabella 2]

Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia adattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a processi di miglioramento genetico o a una pressione selettiva troppo spinta, non ha un glutine tenace e di tenore elevato, e proprio per questo motivo pare che sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celìachia: ma questo è proprio ciò che si può dire anche dei farri e delle “antiche” varietà locali di frumento duro e tenero. Se la sua coltivazione è biologica (come permette la sua rusticità e come, per i propri prodotti, assicura il disciplinare del marchio Kamut®), si può dire che senz’altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo.

Restano ancora tre aspetti che gettano un’ombra sul prodotto a marchio Kamut® (ma non sul Khorasan!):

  • il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;

  • il costo eccessivo del prodotto finito (dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziale parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso e ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;

  • la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto per lo più coltivato dall’altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri!), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l’attenzione al consumo locale, fatto se possibile a “chilometri zero”.

 

Tabella 1 – Composizione media espressa in mg per 100 g di cereale integrale. La media è data dal confronto tra i valori forniti dall’Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la Nutrizione), quelli forniti dall’Usda (United States Department of Agricolture) e quelli tratti da Piergiovanni e al. 2009. Questi valori medi hanno un significato solo indicativo perché per differenti varietà e differenti condizioni colturali i valori possono variare anche notevolmente.

 

Khorasan

Frumento
duro

Farro
dicocco

Frumento
tenero

Farro
spelta

Grano
saraceno

Mais

Orzo
perlato

Riso

Potassio

468

462

434

453

517

455

287

200

145

Magnesio

123

113

114

93

133

231

 

001

023

Sodio

6

6

14

5

8

1

35

6

5

Calcio

21

28

33

28

25

64

15

21

17

Ferro

4

4

5,5

4

4

3

2

1,5

3

Fosforo

415

419

422

353

466

338

256

205

158

Selenio (μg)

70

55

53

22

18

8

 

38

15

Proteine %

15,5

13,7

16,4

9,2

16,5

14,8

9,2

10,2

7

β-Carotene (ppm)

5,5

5

3

4,5

5

 

 

13

 

Tabella 2 – Contenuto percentuale di glutine: i valori sono tratti da Piergiovanni e al. 2009.

 

Kamut®

Frumento
duro

Farro
dicocco

Frumento
tenero

Farro
spelta

Glutine secco

15,5 %

12,5 %

14,0 %

13,4 %

17,1 %

Glutine/proteine

94,5 %

87,5 %

79,0 %

80,6 %

93,0 %

 

Per i dati riferiti in questo articolo, sono stati consultati i siti dell’Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell’United States Department Agricolture (www.usda.gov), dell’Institute Scientifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l’articolo di A.R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone. Composition of whole and refined meals of Kamut under southern Italian conditions. “Chemical Engineering Transactions”, 2009, vol.17: 891-896. Alcuni dati sono stati indicati da Oriana Porfiri (comunicazione personale).

 

Massimo Angelini

massimo.angelini@quarantina.it

Dicembre 2009

 

Torino. Giù dal tetto

Torino, 22 luglio 2010, Centro di Identificazione ed espulsione. Sono
arrivati alle sei del mattino, con i vigili del fuoco e gli uomini in
armi. Sabri, il tunisino che resisteva sul tetto è stato fatto scendere a
forza. Gli altri immigrati della sezione viola, raggiunti telefonicamente,
raccontano che gli uomini in divisa hanno spinto giù il loro compagno. Lo
hanno portato via in ambulanza. Fuori gli antirazzisti hanno bloccato due
delle quattro corsie di via Mazzarello e l’ingresso posteriore di corso
Brunelleschi. Si sono anche buscati un po’ di manganellate. Quando
un’ambulanza in contromano si è portata via Sabri, hanno tolto i blocchi.
Un gruppo di antirazzisti si è recato all’aeroporto di Caselle.
Davanti al CIE è rimasto un punto info simbolico.
Oggi alle 15 assemblea davanti al CIE. Questa sera alle 21 corteo.

Tre giorni e tre notti sul tetto del CIE di corso Brunelleschi a Torino.
Per non essere deportato in Tunisia, dove – diceva – non c’è niente.
Niente lavoro, niente futuro. “I miei sono poveri”.
Stava diventando un simbolo, Sabri, il tunisino pescato in mare quasi sei
mesi fa, finito prima al CIE di Crotone per tre mesi e mezzo, poi, quando
una delle tante sommosse aveva reso inagibile parte di quel Centro, era
approdato in corso Brunelleschi. Gli mancavano pochi giorni quando, come
tanti, ha saputo dell’accordo per le espulsioni rapide stipulato tra il
governo del suo paese e quello italiano. Era nella sezione bianca il 14
luglio, il giorno della rivolta che l’ha resa inagibile. Tre giorni fa è
salito sul tetto della sezione viola, svuotata dalle donne per far posto
ai ribelli della bianca.
Voleva ritrovare la sua vita. In Italia c’era già stato per sette anni,
pescatore ad Ancona. In Tunisia era tornato per rivedere, dopo tanti anni,
i suoi.
Una “vacanza” che gli è costata sei mesi di imprigionamento nei lager
della bella Italia.

Si sta cercando di capire se sia ricoverato in ospedale o sia già stato
portato via.

Per info:
noracism@inventati.org

Pare che alcuni parlamentari della compagine di governo abbiano proposto un emendamento che prevede che non vi sia obbligo di arresto per coloro che vengano sorpresi a compiere violenze sessuali “di lieve entità” verso i minori. Non c’è dubbio che il tentativo di introdurre questa distinzione legale sia un favore fatto ai preti pedofili che così spesso vengono sorpresi a sfogare le loro frustrazioni sui bambini.

E chi dovrebbe decidere se una violenza sessuale è di lieve entità oppure no? I carabinieri, il giudice? Ve lo immaginate un bambino che tenta di spiegare se la violenza per lui/lei è stata di “lieve entità”? Nel migliore spirito del parlamento italiano di oggi, suggerirei che facciano decidere il vescovo! Per quel che ci riguarda, il consiglio migliore che si può dare ai genitori è quello di tenere tutti i bambini ben lontani dalle grinfie schifose dei preti.

Ecco la mail che ci è arrivata:

 

Cari amici,
di alcuni di voi ho solo l’indirizzo di lavoro e mi scuso pertanto se questa mail vi arriverà lì.
Vi inoltro il link per firmare online la petizione contro il vergognoso emendamento 1707 che prevede: niente obbligo di arresto per chi verrà sorpreso a compiere violenze sessuali “di lieve entità” verso minori. Firmatari gli “onorevoli” Gasparri (PdL), Bricolo (Lega), Quagliarello (PdL), Centaro (PdL), Berselli (PdL), Mazzatorta (Lega), Divina (Lega).

http://www.petizionionline.it/petizione/emendamento-1707/1427

Vi chiedo di sottoscrivere e divulgare il più possibile.

Apologia dello scarabeo che ricicla i rifiuti

Giorgio Nebbia <nebbia@quipo.it>

Nel gran discorrere che si fa continuamente sui rifiuti emerge continuamente la raccomandazione di procedere alla “raccolta differenziata”. Con questo termine si intendono delle azioni dirette a separare, dai rifiuti misti, quelle componenti suscettibili di essere sottoposte a riciclo, cioè alla trasformazione di nuovo in merci utilizzabili, una operazione del resto indicata come obbligatoria dalla legge europea e italiana sul trattamento dei rifiuti. Tale legge impone al primo punto l’obbligo di diminuire la massa dei rifiuti e al secondo punto l’obbligo di recuperare i materiali presenti nei rifiuti. I rifiuti — per il momento mi riferisco ai rifiuti solidi urbani, la cui massa ammonta, in Italia, a circa 40.000 milioni di chilogrammi all’anno, il che significa che ogni persona, in media, produce ogni anno una massa di rifiuti corrispondente a oltre sei volte il proprio peso — sono miscele molto variabili di merci usate: dagli imballaggi di plastica, vetro, alluminio, ferro, ai residui di alimenti, ai giornali e alla carta e cartoni usati, a indumenti usati, e innumerevoli altre cose, come è facile osservare guardando il flusso quotidiano di sacchetti che arrivano ai cassonetti (dove ci sono). Almeno la metà di questi oggetti potrebbe essere trattata per recuperare la materia che essi contengono, col che si avrebbero molti vantaggi: si dovrebbe estrarre e usare meno petrolio, metalli, prodotti agricoli e forestali, tutti beni naturali scarsi, si diminuirebbe l’inquinamento delle acque e del suolo e dell’aria, si darebbe lavoro a migliaia di persone. Il recupero dei materiali dai rifiuti presuppone la raccolta separata delle varie frazioni di materiali presenti nei rifiuti — carta tutta insieme, vetro tutto insieme, plastica tutta insieme, eccetera — e l’avvio dei materiali omogenei ad apposite industrie che trasformano le varie frazioni in nuovi materiali.

Il successo dei processi di riciclo dipende innanzitutto dalla conoscenza della natura e composizione dei materiali di partenza. Mentre esiste una (abbastanza accurata) merceologia della carta, della plastica, dei metalli, si sa molto poco della composizione delle innumerevoli sostanze presenti nelle merci usate. Per esempio: la carta dei giornali è costituita in gran parte da cellulosa, ma contiene anche molte altre sostanze, collanti, additivi e, soprattutto inchiostro al quale è affidata l’informazione che il giornale distribuisce. Se esistesse una macchina magica capace di separare la cellulosa dagli additivi e dagli inchiostri, sarebbe facile recuperare cellulosa adatta per nuovi fogli di carta; senza tale macchina, per il recupero della cellulosa riutilizzabile bisognerebbe avere informazioni chimiche precise sui diversissimi additivi e inchiostri presenti nei molti milioni di tonnellate di carta da giornali che vengono usati ogni anno in Italia. Attualmente dal riciclo di un chilo di carta da giornali si recupera molto meno di un chilo di cellulosa adatta per nuova carta, e si formano alcune centinaia di grammi di fanghi in cui sono concentrate le sostanze estranee alla cellulosa. Il riciclo diventa più difficile se fra la carta straccia finiscono imballaggi contenenti sostanze cerose o plastiche.

 Prendiamo il vetro: le innumerevoli bottiglie di vetro in circolazione contengono gli ingredienti di base del vetro, dei silicati di calcio e di sodio, ma anche sostanze coloranti; da un chilo di rottami di vetro bianco si ottiene, per fusione e riciclo, quasi un chilo di vetro bianco, ma dai rottami di vetro misto colorati non solo non si recupera più vetro bianco, ma si ottengono vetri colorati di minore valore merceologico. Bisogna inoltre stare attenti che fra i rottami di vetro da riciclare non finiscano dei rottami di vetro delle lampade fluorescenti o dei video dei televisori che contengono sostanze tossiche. E ancora: se si avessero dei rifiuti di plastica costituiti da una sola materia — polietilene, pvc (cloruro di polivinile), PET (poletilen-tereftalato), eccetera — sarebbe possibile rifonderli e ottenere nuovi oggetti della stessa materia, ma quando siamo in presenza di miscele di varie materie plastiche è possibile al più ottenere oggetti di plastica di limitato valore, come piastrelle da pavimenti o paletti.

[...]

Propongo anzi alle aziende dei rifiuti di adottare come simbolo il paziente scarabeo: non so se lo avete mai visto al lavoro: non è bello e sembra sempre alle prese con qualcosa da fare; non appena trova dei rifiuti organici se ne impossessa e comincia a farli rotolare fino a quando non hanno raggiunto la forma di palline da ping-pong, e intanto si nutre di una parte delle molecole che essi contengono e alla fine trasporta queste palline, ormai ridotte a cellulosa e lignina, nella sua tana per poter finire di mangiarle con calma. Lo scarabeo vive, insomma, alleviando il lavoro e i costi delle aziende di raccolta e trattamento dei rifiuti e, nel suo piccolo, lo fa bene, senza discariche, senza CDR e senza inceneritori.

Quanto ci costa il porto voluto da Scaiola
Data di pubblicazione: 30.06.2010

Autore: Sansa, Ferruccio

La “Colata” prosegue impietosa; gli autori del fortunato libro continuano a documentarla. Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2010

Neanche gli stadi dei Mondiali forse c’erano riusciti: il nuovo porto turistico di Imperia, fortissimamente voluto da Claudio Scajola, sarebbe costato cinque volte più del previsto. È scritto nel documento della Commissione di Vigilanza e Collaudo finito alla Procura di Imperia. “È necessario – scrivono i tecnici – osservare che l’ultimo certificato di pagamento emesso stima in 145,8 milioni il costo delle opere marittime, valore assolutamente non congruo rispetto al progetto approvato, il cui costo in fase di progettazione era stato stimato in maniera considerevolmente inferiore (29,3 milioni)”.

La colata di cemento

I riflettori si accendono ancora una volta su quest’opera faraonica: 1.440 posti barca più 117 appartamenti. Il tutto realizzato dall’Acquamare di Francesco Bellavista Caltagirone (non indagato), noto anche per aver partecipato alla cordata Alitalia sponsorizzata dal Governo. L’Acquamare a sua volta detiene il 33 per cento della società Porto di Imperia spa. Un altro terzo è del Comune di Imperia. L’ultima fetta è in mano a imprenditori locali tra cui risultava anche Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, ma soprattutto suocero di Marco Scajola, fino a pochi mesi fa vicesindaco della città.

Il nuovo scalo è forse la più grande colata di cemento in una Liguria dove i porticcioli – benedetti da centrodestra e centrosinistra – sono stati il cavallo di Troia per milioni di metri cubi di costruzioni. Proprio quel porto di cui Angelo Balducci era stato nominato commissario. E la presenza nella Riviera dei Fiori di uno dei protagonisti delle indagini sulla Cricca sta attirando sul progetto l’attenzione delle procure. Non soltanto di quella imperiese. Gli investigatori stanno valutando molti elementi, “come il mancato svolgimento di gare di evidenza europea”.

Caltagirone, Scajola e Fiorani

Ma il mega-porto, perfino nella Liguria scajolizzata, aveva suscitato perplessità già prima che arrivasse il cemento. Così qualcuno ricorda quel volo in elicottero compiuto nel 2003 per visionare dall’alto le opere. A bordo, oltre a Bellavista Caltagirone, c’erano Scajola e Gianpiero Fiorani che nel cemento ligure sognava di investire cento milioni. L’episodio, nonostante le inchieste sulle scalate bancarie dell’estate 2005 (Francesco Bellavista Caltagirone partecipò all’operazione Antonveneta attraverso Hopa, ma non fu indagato), fu presto dimenticato. Nel 2006 ecco il taglio del nastro dei cantieri, presenti Scajola e il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Soltanto la Cgil, guidata allora da Claudio Porchia, tentò di sollevare la questione. Scajola replicò: “Caro Porchia, non sei il sindaco di Imperia, sei il capo di un gruppo parassitario che non conta un tubo e non prende un voto”. L’ex ministro si beccò una querela, ma invocò l’immunità parlamentare. Le ruspe andarono avanti, nonostante un’inchiesta per le variazioni in corso d’opera (ammesse dagli stessi costruttori) per un enorme capannone portuale. Una situazione paradossale: per autorizzare la costruzione era necessaria una variante dello stesso comune che è proprietario di un terzo della società. Per non dire dell’ipotesi di una condanna: il Comune rischiava di pagare, attraverso la società, una sanzione a se stesso. Alla fine, però, è giunta la contestata richiesta di archiviazione. Basta? Neanche per sogno, perché qui si affaccia Balducci. All’inizio del 2008 gli enti pubblici dovevano nominare la Commissione incaricata di verificare la conformità del porticciolo alla concessione demaniale. Bisognava esaminare le opere a mare realizzate, ma soprattutto andavano stabiliti gli oneri che il concessionario doveva pagare allo Stato. Una verifica amministrativa, ma anche contabile, su cui puntavano gli occhi Bellavista Caltagirone e Beatrice Cozzi Parodi (sua compagna e socia, soprannominata “Nostra Signora dei porticcioli”). La prassi, in questi casi, è che si scelga un membro dell’amministrazione. Invece venne designato anche Balducci. Chi lo scelse? Tutti puntano il dito sull’allora sindaco di Imperia, Luigi Sappa (Pdl), vicino a Scajola (è stato poi scelto dal Pdl come presidente della Provincia di Imperia). Balducci venne nominato presidente della Commissione, ma dopo un paio di mesi si dimise.

Intanto i lavori procedevano: nel 2009 ecco l’inaugurazione del molo lungo, presenti Scajola e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset. Adesso, però, l’ultima tegola: il parere dei tecnici della Regione Liguria. Che non usano mezzi termini: “Il concessionario non ci ha fornito la documentazione necessaria per svolgere pienamente i propri compiti… nonostante richieste in tal senso siano state espresse e reiterate più volte”. E il documento conclude: “La Commissione ritiene che il comportamento del concessionario costituisca una violazione degli obblighi previsti”. La Commissione così sospende la propria attività chiedendo alle autorità di “valutare l’opportunità di procedere all’avvio del procedimento di decadenza della concessione”. Firmato: ingegner Roberto Boni, il tecnico indicato dalla Giunta Burlando che negli ultimi anni ha mostrato cautele sul progetto.

La concessione e le accuse

Il ritiro della concessione sarebbe un terremoto. La Porto di Imperia Spa replica alle accuse:“Le osservazioni sono incongruenti e fuorvianti, nonché destituite di fondamento. Abbiamo sempre fornito tutte le informazioni utili, l’assistenza necessaria e la massima disponibilità per i controlli a cui la Commissione è tenuta per legge”. E i costi cresciuti di 110 milioni? “L’aumento è dovuto a una maggiore qualità, bellezza e durata dell’opera. La spesa resta a carico della Acquamare, gli enti pubblici non pagheranno un euro”. Tutti tranquilli? Niente affatto. Giuseppe Zagarella e Paolo Verda, consiglieri comunali del Pd, da anni si oppongono al porticciolo: “Adesso devono essere fornite alla Commissione tutte le carte richieste sulle spese sostenute e la loro fatturazione. La società cui sono rivolte le fatture è partecipata dal Comune. Abbiamo paura che un terzo dei costi aggiuntivi, cioè quasi 40 milioni, possano essere a carico dei cittadini”. Anche di questo si occuperà la Procura.

Sabato 10 luglio a Torino corteo No CIE indetto da 10 luglioAntirazzista
con uno spezzone rosso e nero. Senza Stati né frontiere nessuno è
clandestino!
Appuntamento alle 16 in piazza Sabotino. Poi concerto davanti al CIE di
corso Brunelleschi!

Di seguito il volantino della campagna “Stop deportazioni”.

Il razzismo non va in vacanza
Estate. Tempo di vacanze, di viaggi, di tempo libero dalla schiavitù del
lavoro. Anche se di questi tempi le vacanze sono diventate un lusso,
perché la crisi morde le vite di noi tutti, chi può va via, si prende una
pausa, anche di una sola settimana.
Molti vanno all’estero, magari in uno di quei paesi belli ma poveri, dove
albergo, spiaggia, ristorante costano meno. Altri si fanno una crocerina
su quelle grandi navi che fanno mostra di se tra luci e festoni in tanti
porti d’estate.

Ma l’estate è anche tempo per altri viaggi. Piccole e miserabili solcano
il Mediterraneo le carrette del mare, zeppe di gente che ha affrontato il
deserto, le galere libiche, i mercanti d’uomini, spendendo i risparmi di
intere famiglie, pur di agguantare un’opportunità di vita, un futuro per
se e per i propri figli. Tanti non ce la fanno, inghiottiti dal mare. Chi
riesce ad arrivare spesso trova ad accoglierlo uomini in armi che gli
garantiscono un soggiorno esclusivo uno di quegli hotel di lusso che
chiamano CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione per immigrati. Sono
prigioni. Posti dove vieni privato della libertà in attesa di essere
buttato fuori a forza. In queste prigioni per migranti soprusi, pestaggi,
umiliazioni, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano.

Provate a pensarci, mentre prenderete il sole sul ponte. Pensateci mentre
mangerete un buon pasto in un ristorantino di quelli giusti. Pensate che i
soldi che spendete per la vostra meritata vacanza tanti altri li pagano
per un viaggio disperato verso un paese che li accoglierà a braccia
chiuse, pronto a sfruttare all’osso i miserabili che arrivano per poi
buttarli fuori quando non servono più. Pensateci e, quando ne avrete
l’opportunità, mettetevi in mezzo.

Ogni giorno, in ogni dove, qualcuno viene caricato a forza su un aereo, su
una nave, su un treno. Dicono che li riportano a “casa”. Sono i
clandestini, gli stranieri senza documenti. Vengono dai tanti Sud del
mondo: sono fuggiti dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione e qui
hanno trovato razzismo, caporalato, leggi speciali.
In molti paesi europei imbarcano i “clandestini” su voli speciali, gestiti
da agenzie specializzate che non vanno troppo per il sottile: spesso gli
immigrati sono legati stretti alle mani, alle ginocchia, alle braccia.
Qualcuno ogni tanto soffoca per i bavagli troppo stretti o ha un malore
per le attenzioni un po’ rudi dei carcerieri. Qualche mese fa un giovane
nigeriano è morto per il trattamento subito in aeroporto in Svizzera.
In Italia li caricano sulle navi e sugli aerei prima degli altri: così
nessuno li può vedere, e, forse, indignarsi. Nelle carte di imbarco i
prigionieri sono indicati come “depo?. Siedono sempre in fondo all’aereo,
circondati da poliziotti in borghese: spesso sono ammanettati. A volte
tacciono, rassegnati alla deportazione forzata, altre volte si ribellano,
gridano forte, non rinunciano alla speranza. Tra loro c’è anche gente che
era qui da anni ed anni, che un giorno ha perso il lavoro e, con il
lavoro, anche le carte. Il lavoro che ricatta la vita di noi tutti è una
vera catena per gli immigrati. Una legge razzista, una delle tante,
sancisce che può vivere nel nostro paese solo chi ha un contratto di
lavoro, chi accetta di lavorare per quattro soldi, senza tutele e senza
orario. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi schiavi di
quest’Europa fatta di confini e filo spinato.

Quando uno schiavo non serve più lo si butta fuori. Così serve da esempio
per gli altri. Lavora e tieni bassa la testa, altrimenti- Pensateci. Oggi
tocca agli ultimi arrivati, domani potrebbe toccare a noi. I padroni, se
possono, non badano alla nazionalità di quelli che sfruttano.

Ma questa macchina infernale può essere inceppata. A volte basta poco. Un
no. Una cintura non allacciata. Quest’estate quando salirete sull’aereo
che vi porta in vacanza, date un’occhiata in fondo, ascoltate le grida
dell’uomo o della donna che le carte chiamano “depo”. Basta che diciate
no, che rifiutiate di allacciare le cinture. Il comandante, per motivi di
sicurezza, può decidere di sbarcare il prigioniero. Basta un piccolo gesto
e, per un giorno, sul volo che vi porta in vacanza, niente “depo”, ma un
briciolo di umanità in più. Perché, purtroppo, il razzismo non va in
vacanza.

Per info e contatti:
Federazione Anarchica – Torino
fai_to@inrete.it

Il desiderio di molti cittadini di recidere definitivamente ogni legame
con la Chiesa Cattolica ha determinato  un’adesione all’iniziativa dello
sbattezzo superiore ad ogni piu’ ottimistica aspettativa. Abbiamo così
deciso di aprire una bacheca virtuale sulla quale ogni cittadino possa
affiggere il proprio certificato di sbattezzo ed incrementare il
contatore degli sbattezzati. Andando su www.sbattezzati.it si possono
vedere i certificati finora pubblicati ed il numero degli sbattezzi per
ogni regione e provincia di chi ha già aderito. Il senso di questa
iniziativa, che vi invito a divulgare per quanto vi e’ possibile, è
duplice: da una parte soddisfa il desiderio di chi vuole condividere la
gioia per aver deciso di uscire definitivamente dal gregge, dall’altra
vuole dimostrare che le persone che non ne possono piu’ della CCAR sono
tante e chi si sbattezza è in buona compagnia.
Silvano Vergoli
Resp. Comunicazione esterna UAAR

Dopo l’apertura di un nuovo forno biologico a Genova, riceviamo e pubblichiamo questa mail:

Ogg: R: Forno biologico a Genova

Mi rallegro per l’apertura del nuovo forno biologico!

Colgo l’occasione però, per esprimervi i miei dubbi circa il Kamut, che viene utilizzato anche nel vostro forno e che è ormai diffusissimo. Quando ho visto per la prima volta dei prodotti  a base di Kamut ed ho chiesto informazioni, mi è stato detto che si trattava di un antico seme recuperato, a basso contenuto di glutine, quindi meglio tollerato anche da chi ha problemi di intolleranza. A parte questo, che non ho mai verificato, dopo qualche tempo mi sono domandata perchè sulle confezioni dei prodotti a base di Kamut, di fianco alla parola Kamut, ci fosse sempre una piccola R.

Da una ricerca in internet, ho scoperto che il marchio Kamut, è un marchio registrato di una varietà di grano duro e che si può chiamare così  solo quello prodotto dalla Kamut International, che lo coltiva quasi esclusivamente nel Montana (USA).

Se questo corrisponde al vero, penso sia opportuno boicottare un prodotto che  oltre a non poter essere considerato biologico (oggi “biologico” significa “sostenibile”,non solo quello che è coltivato in un certo modo, ma deve anche avere in generale un basso impatto ambientale, anche per il trasporto. Perchè dobbiamo importare Kamut dal Montana e non produrre grano duro a KM 0 ?), ma soprattutto risponde alla abberrante logica di coloro che acquistano la proprietà di semi e piante, impedendo ai contadini di poterli usare liberamente.

Un caro saluto a tutti!

Chiara De Poli – Comitato Amig@s Movimento Sem Terra  del Brasile (membro Via Campesina Internazionale)

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