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Archivio di giugno 2010

PSICHIATRIA STRUMENTO DI MORTE

La psichiatria quale branca della medicina si arroga del riconoscimento scientifico per imporre il suo metodo di controllo e di annientamento, finalizzato a soffocare qualsiasi forma di dissenso e di rivolta che soggettivamente ogni individuo con un profondo senso umano, esterna, rivendicando il diritto della propria dignità e il bisogno di libertà da questo sistema di potere che nella sua brutalità, sadica e perversa arriva anche ad assassinare chi osa mettere in discussione l’arroganza ed i privilegi acquisiti dalle caste politiche – religiose – scientifiche – economiche.

Emblematico è il susseguirsi, quasi quotidiano, di pestaggi, torture e T. S. O. (trattamento sanitario obbligatorio) che tante, tantissime volte diventano aberranti omicidi contro le persone più deboli. Quelle persone che non riescono ad autodifendersi ed isolati da una atavica cultura basata sui pregiudizi e dalla carenza di solidarietà umana restano schiacciati dal meccanismo strutturale di questa società prigione. Le morti non si contano perché ti fanno perdere la conta, una o un milione la vita ha lo stesso valore, c’è solo la differenza quantitativa, la vita, il diritto di vivere non deve e non può essere calcolato con la statistica delle morti da loro barbaramente programmate. Rispetto a queste condizioni oggettive ogni individualità che abbia un briciolo di senso umano, solidaristico e fraterno, non può restare indifferente ne tanto meno assumere un atteggiamento presuntuoso restando emotivamente distaccata da tutto ciò che la circonda. L’ESIGENZA ci spinge ad elaborare una forma ORGANIZZATIVA DI DIFESA – AUTODIFESA affinchè si possa nell’immediato fermare la mano assassina dei servi, tacitamente consenzienti e perciò complici coscienti bramosi ad assumere con sadico piacere il ruolo di boia al servizio del potere costituito. Ogni forma di rifiuto avverso le strutture totali e legittimo. Il T. S. O. è una pratica di violenza inaudita, la contenzione strazia il corpo e sconvolge psicologicamente chi la subisce. La barbarie della pseudo – scienza psichiatrica è un orrore senza fine, un infierire disumano contro corpi inermi e ottenebrati, ridotti allo stato di ZOMBIE dall’obbligo ad assumere potenti e deleterie dosi di psicofarmaci.

La morte di FRANCESCO MASTROGIOVANNI è stata una morte annunciata dalle sue stesse parole, rivolte al gestore del campeggio: “SE MI PORTANO ALL’OSPEDALE DI VALLO NON NE ESCO VIVO”. Lui conosceva bene i metodi applicati dagli addetti ai lavori nel reparto psichiatrico.

TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETA’ AI FAMILIARI.

TUTTO IL NOSTRO IMPEGNO AFFINCHE’ LA VITA CHE GLI E’ STATA TOLTA DIVENTI UN’ARMA PER DEBELLARE QUESTO MOSTRO DAI MILLE TENTACOLI DEFINITO, SCIENZA MEDICA. CHIUNQUE ACCETTA TACITAMENTE QUESTA PRATICA ORRENDA, GIUSTIFICANDOLA COL PROPRIO SILENZIO DIVENTA COMPLICE DEI CARNEFICI.

E’ ORA DI TROVARE LA FORZA PER VINCERE LE PAURE E GRIDARE FORTE IL NOSTRO RIFIUTO ALLA PSEUDO – SCIENZA PSICHIATRICA.

UNIONE SINDACALE ITALIANA (U. S. I. – A. I. T.)

Sezione intercategoriale di SARNO

IL RESPONSABILE LOCALE

SABATINO CATAPANO

(marcos)

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da sbilanciamoci.it
 
ambiente, carbon trade, clima di Stefano Sirilli

Se chi inquina paga, chi paga può inquinare?
06/04/2010 Share commenti (1) Dopo Copenhagen frena anche il mercato delle emissioni: un modello che era già in crisi, mentre è cresciuta la versione “volontaria” del carbon trade
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha assunto un ruolo sempre più importante tra i vari aspetti della questione ambientale. Il protocollo di Kyoto (adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005) ha stabilito un meccanismo internazionale per affrontare il problema: il carbon trade, cioè lo scambio di diritti di emissione di CO2.
In questo sistema ogni paese, ratificando il protocollo, stabilisce una quantità massima di emissioni da produrre. Gli stati, poi, distribuiscono tali diritti di emissione alle imprese nazionali, che possono scambiarli con altre imprese.
In questo modo la quantità di emissioni producibili dalle imprese diventa un bene limitato da un livello massimo (cap), che viene efficientemente allocato dal mercato (and trade). Oltre alla CO2 vengono presi in considerazione altri gas serra (metano, Nox e Sox), che vengono convertiti in equivalente di CO2 secondo il loro potenziale di riscaldamento globale (global warming potential).
Il protocollo di Kyoto e le sue successive revisioni hanno trovato legittimazione nei rapporti dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), e in altri rapporti nazionali (es. Stern Report), che valutano molto probabile che l’instabilità ambientale e l’aumento della temperatura media siano causate dalla massiccia immissione di CO2 nell’aria da parte dell’uomo.
In sostanza la misura adottata è quella dell’economia neoclassica: dato che le imprese arrecano con le emissioni di CO2 un danno alla collettività che non viene risarcito, si istituisce un sistema giuridico che stabilisca chi e come abbia diritto a inquinare. Successivamente, si crea un mercato che permetta di comprare e vendere l’utilizzo di tali diritti.
Il mercato del carbon trade è stato stimato crescere da 11 miliardi nel 2005 a 64 miliardi di dollari nel 2007 secondo la Banca mondiale.
Le principali istituzioni internazionali coinvolte nel carbon trade sono l’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change), Ipcc, Eu Ets (European Union Emission Trading Scheme). Oltre a queste, esiste un sistema finanziario specializzato (la borsa di Londra legata al protocollo di Kyoto, il Chicago Climate Exchange per il mercato americano).
Il mercato di carbon trade più importante è quello europeo (Eu Ets). Nella prima fase (2005-2007), il programma ha coperto circa il 40% delle emissioni totali di CO2 europee, intervenendo nel settore energia, produzione e raffinazione di metalli, industria mineraria (cemento, vetro e ceramica) e della carta. Solo nel primo anno sono stati scambiati 7,2 miliardi di euro, ed emessa una grande quantità di derivati finanziari. Il primo periodo è stato caratterizzato da una grande volatilità dei prezzi dei diritti di emissione, che hanno a varie riprese raggiunto prezzi quasi nulli. Tale volatilità è stata causata dalla complessità del sistema: il volume dei diritti di emissione deve tenere in considerazione il livello di produzione delle imprese nel periodo successivo, e nella prima fase tali diritti sono stati conferiti sovrastimando le emissioni, per cui il loro prezzo è più volte crollato.
Oltre a questo meccanismo, il protocollo di Kyoto stabilisce uno scambio di buoni di emissioni tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo denominato Clean Development Mechanism (Cdm). In questo modo i paesi industrializzati, al fine di raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, investono in progetti a basso impatto nei paesi in via di sviluppo, guadagnando crediti di riduzione di emissioni (Cers).
Nel 2009 i progetti del Cdm esistenti davano luogo ad una riduzione annuale di 220 milioni di tonnellate di CO2, circa il 5% delle emissioni annuali dell’Unione Europea.
Al contrario del mercato del cap and trade, che permette una riduzione della quantità totale di CO2 emessa attraverso l’abbassamento del livello del cap, attraverso il Cdm avvengono solo compensazioni di emissioni, cioè l’eccesso di emissioni dei paesi industrializzati viene compensato da riduzioni attuate dove costa meno, cioè in paesi in via di sviluppo che utilizzano tecnologie più vecchie e meno efficienti.
Alcuni osservatori ritengono che l’applicazione dei meccanismi di cap and trade in Europa e il Clean development mechanism internazionale hanno fatto poco per l’ambiente e la sostenibilità. Altri evidenziano che il cap and trade ha finito per rappresentare un sussidio netto alle industrie più inquinanti, che da un anno all’altro si sono viste regalare dai governi una quantità di buoni di emissione proporzionale alle emissioni degli anni precedenti. Anche il Cdm viene criticato perché, cercando di ottenere due piccioni con una fava, cioè far convergere le esigenze di sviluppo dei paesi più poveri con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente, spesso finisce per spingere i paesi industrializzati ad investire in progetti inquinanti nei paesi del sud del mondo.
Negli ultimi anni, oltre al carbon trade obbligatorio legato al protocollo di Kyoto, si è sviluppato un altro mercato su cui vengono scambiati buoni di CO2 su base volontaria, chiamato Voluntary carbon trade.
Questo mercato coinvolge due tipi di operatori: gli acquirenti, che vogliono neutralizzare l’impatto delle loro attività sul cambiamento climatico ed i venditori, che prestano servizi (progetti di risparmio energetico, riforestazione, energie rinnovabili) per l’assorbimento dei gas serra. Ad esso partecipano aziende (compagnie aree, agenzie di viaggi), organizzazioni di eventi (Mondiali di calcio 2006), amministrazioni non vincolate da obblighi di riduzioni, Ong e singoli individui.
Il mercato volontario ha mostrato una rapida crescita nell’ultimo quinquennio: nel 2008 ammontava al 17% di quello primario (Banca Mondiale, State and Trends of the Carbon Market 2009), per 4 miliardi di dollari nel 2010, e non è ancora soggetto a una regolamentazione definita né a standard e certificazioni univoche.
La partecipazione della società civile al mercato volontario è cambiata drasticamente in un breve tempo: tra il 2007 e il 2008 la quota degli acquisti da parte delle Ong è passato dal 13% all’1%, mentre quella dei privati cittadini dal 5% al 2%. Sembra che, dopo un ottimismo iniziale, le organizzazioni della società civile abbiano perso la fiducia nel mercato volontario delle emissioni.
Conclusioni
Finora, le misure adottate a livello globale per contrastare il cambiamento climatico (cap and trade e il Clean development mechanism), creando un mercato globale dei carbon credit gestito secondo logiche finanziarie e speculative, hanno alimentato un meccanismo estremamente accentrato e verticistico della gestione del problema, concentrando denaro e potere in poche organizzazioni (società finanziarie e borse dedicate ai carbon bond, organismi nazionali o sovranazionali di gestione delle emissioni) lontane dagli interessi della maggioranza dei cittadini.
La crescita del mercato obbligatorio ha però subito una frenata nel vertice di Copenhagen, visto che non si è raggiunto un accordo internazionale su cosa fare dopo la scadenza del protocollo di Kyoto nel 2012.
Allo stesso tempo il mercato volontario continua a guadagnare importanza, ma rimane il dubbio se rappresenterà realmente un’occasione per la società civile e i cittadini per esprimere le propria visione sulle tematiche ambientali globali.

Riferimenti:
Ecosystem Marketplace, The New Carbon Finance, Fortifying the Foundation: State of the Voluntary Carbon Markets, 2009
The World Bank, State and Trends of the Carbon Market, 2009

da ilsalvagente.it
20 maggio 2010

Pasta per piccoli con muffe da grandi: test sui 27 prodotti più diffusi d’Italia
Pieni di micotossine anche i marchi di pastina molto graditi dai bambini.
Marta Strinati
Giostrine, margheritine, stelline, tempestine, minipipe. Sin dal nome sembra la pasta per i bambini.
Confezionata in scatole abbellite con i personaggi dei cartoni animati o pubblicizzata con il ricorso a teneri testimonial, è irresistibile per mamme e figli. Eppure, non è pasta per bambini. È quanto ha scoperto il Salvagente con un test su 27 prodotti diversi pubblicato nel numero in edicola da oggi (e acquistabile on line a un euro
nel nostro negozio virtuale) in cui si denuncia una diffusa contaminazione da micotossine che per i più piccoli può rappresentare un vero pericolo.
A dispetto delle suggestioni, la pasta di piccolo formato che acquistiamo per i bambini è infatti un prodotto per adulti.
La pasta è pasta, si dirà.
Ed è vero: è fatta sempre di acqua e semola. La differenza è nella qualità dell’ingrediente primario, il grano.
Più in particolare, nel livello di contaminazione da micotossine, pericolose muffe che dal campo possono arrivare fino al piatto che mettiamo davanti ai nostri figli.

Muffe cancerogene
La gravissima insidia rappresentata dalle micotossine è nota.
Sono tossiche per l’uomo, alcune sono manifestamente cancerogene. Per questo sono oggetto di controlli e monitoraggi, e sono ammesse dalla normativa soltanto in piccolissime dosi, espresse in parti per miliardo (ppb).
Le norme dedicate alle pericolose muffe dei cereali dettano due livelli di sicurezza: uno per gli adulti e uno, molto più restrittivo, per lattanti e bambini. Una distinzione che intende mettere al riparo i delicati organismi dei più piccoli.
Ma che si rivela solo teorica, quando si guarda alla pasta.

Pasta per piccoli con ingredienti da grandi
A eccezione delle costose versioni dietetiche per la prima infanzia, infatti, l’industria osserva i limiti più alti indicati per gli adulti.
Anche per i formati tradizionalmente usati per i bambini. E persino per quelli pubblicizzati con toni che inducono a credere che siano prodotti studiati per loro.
Tutto legale, certo. Nessuna norma obbliga le aziende a elevare la qualità della semola per andare incontro alle esigenze di sicurezza essenziali ai primi anni di vita. E le conseguenze si vedono.
Basta cercarle.

La carica dei 27
Per verificare il grado di contaminazione delle paste più mangiate dai bambini il Salvagente ha portato in laboratorio 27 campioni, scelti tra i pastifici più noti, tra le linee a marchio privato e prodotti da discount.
Presenti, ovviamente, due prodotti di grande richiamo per bambini e genitori: i Piccolini della Barilla e i Topolino and Friends della Gs.
Gli esperti del Labs, Laboratorio di alimenti, benessere e sicurezza dell’Università Federico II di Napoli, hanno cercato le tre micotossine più significative per testare la qualità del grano: l’aflatossina B1 (AfB1), l’ocratossina A (OtA) e il deossinivalenolo (Don).
La buona notizia è che una di queste, la più temuta, è risultata assente. Nell’intero campione non vi è traccia della AfB1, la micotossina classificata come cancerogena, e inserita nel gruppo 1, dallo Iarc, l’Agenzia dell’Oms che si occupa della ricerca sul cancro.

La cattiva notizia è che le altre due muffe cercate sono state quasi sempre rintracciate. E, in molti casi, decisamente sopra al limite che la legge imporrebbe a questi prodotti se fossero espressamente destinati ai bambini. Non lo sono e ovviamente rientrano perfettamente nelle tolleranze di una legge un po’ paradossale.
Ma chi spiegherà ai genitori che la pasta che tutti i giorni danno ai propri bambini è… solo per adulti?

—-Messaggio originale—-
Da: marco.reggio@unimi.it
Data: 3-giu-2010 11.44
A: “Marco”<marco.reggio@unimi.it>
Ogg: Fw: URGENTISSIMA ADOZIONE O STALLO TEMPORANEO PER FILIPPO