Archivio di maggio 2010
Milano. La polizia carica i rom. Tra i feriti anche bambini e bambine
Giovedì 20 maggio. Il Comune di Milano, entro il 30 giugno, vuole
sgomberare baraccopoli di via Triboniano, nel nulla metropolitano alle
spalle del cimitero Maggiore.
I rom del campo nell’ultima assemblea decidono di rifiutare ogni
mediazione e di trattare direttamente con l’amministrazione meneghina.
La scelta è per un presidio in piazza della Scala, di fronte a Palazzo
Marino, sede del Comune.
Tutto secondo le regole, tutto a puntino: nei giorni precedenti la
questura era stata avvisata e non c’era alcun divieto.
Antirazzisti solidali attenderanno inutilmente i rom in centro. All’uscita
dal campo le famiglie dirette alla fermata dell’autobus vengono bloccate
dalla polizia. Solo una delegazione di sette può andare al presidio, gli
altri non possono uscire, sono prigionieri nel campo.
Il filo spinato sui muri perimetrali della spianata di baracche, assume un
senso più chiaro.
I rom non ci stanno. Sono stanchi delle proposte dei misericordiosi
mediatori dello sgombero, la banda di (don) Colmegna che continua a
proporre soldi per tornare a “casa” a chi se ne va spontaneamente e firma
che non torna per 15 anni. La massima concessione è un aiuto per la
pigione a chi lavora con un contratto a tempo indeterminato e riesce a
trovare qualcuno disposto ad affittare un appartamento ad un rom.
La polizia carica brutalmente in via Barzaghi. Nessuno dei 250 rom loro
deve prendere il tram 14 e raggiungere piazza della Scala. Nessuno deve
sentire la loro proposta al Comune. Per l’amministrazione di Milano i rom
di Triboniano sono disadattati, criminali e stupidi, manovrati da un
gruppo di sobillatori di professione, ossia quelli del comitato
antirazzista di Milano.
Le loro proposte non debbono essere prese in considerazione. A priori.
Dopo la lunga giornata di resistenza del 13 maggio, quando con barricate e
auto in fiamme i rom si erano opposti all’ennesimo sfratto di una famiglia
del campo, i media si erano scatenati, creando il clima per la giornata di
violenza di ieri.
Le proposte che nessuno ha voluto sentire erano troppo banali e sensate
perché il comune razzista di Milano potesse permettersi che venissero
esposte pubblicamente da uomini e donne venuti a difendere la propria
dignità e quella dei propri figli.
La comunità europea ha stanziato dei fondi a sostegno delle comunità rom.
Questi fondi, gestiti dal Comune, sinora sono stati utilizzati per
operazioni di ordine pubblico: il controllo dei campi ed il finanziamento
di associazioni come la Casa della Carità di (don) Colmegna che gestiscono
da piccoli kapò le baraccopoli.
La proposta dei rom è semplice: usare i soldi dellUE per assegnare aree
abbandonate all’interno del comune di Milano, autorecuperabili a costo
zero, garantendo nel contempo la continuità scolastica ai bambini. I Rom,
anche se le favole stupide su di loro ce la raccontano diversa, vorrebbero
come tutti una casa vera, ma si accontenterebbero di un terreno per
piazzarvi la loro baracca.
Troppo. Per i razzisti che siedono a Palazzo Marino, il vicesindaco De
Corato e l’assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, Mariolina
Moioli.
La parola -come sempre in questa Milano silente e feroce - passa ai
manganelli.
Torniamo in via Barzaghi. Al pomeriggio di violenza di ieri.
La polizia carica tre volte. Ogni volta i rom resistono. A mani nude,
pietrate, lanci di bombole, barricate. Ogni volta la polizia arretra. Poi
scagliano decine di lacrimogeni e lanciano un blindato in corsa folle
contro la gente che resiste. Colpiscono tutti quelli che trovano sulla
strada. Nel campo vivono 150 bambini: nemmeno loro vengono risparmiati
dalla furia razzista.
L’intera zona viene isolata. Gli antirazzisti, pochi, troppo pochi,
vengono tenuti a distanza.
Oggi i quotidiani raccontano un’altra storia: blaterano di manifestazione
non autorizzata e di cariche di contenimento. Nessuno dice di bimbi
gasati, dei segni dei manganelli sulle schiene dei rom, della bambina di
sette anni colpita ad un braccio.
Capita di fronte agli orrori del fascismo e del nazismo che qualcuno si
domandi come siano state possibili le deportazioni di massa, i campi, la
soluzione finale.
Chi guardasse il nostro oggi dalle baracche di via Triboniano saprebbe la
risposta. Una risposta che dovrebbe inquietare una società che si pretende
civile.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?
L’indifferenza è complicità.
Federazione Anarchica Italiana
Oggetto: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones NATA FEMMINA
La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”.
In visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania.
Poi ha aggiunto: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”.
“Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione.”
Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due
chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non
avrebbe che da guadagnarci. Questa “battuta” mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi
Merid Elvira Dones
“PS.: Tutte le persone che ricevono la presente comunicazione spero sentano l’obbligo civile e morale di trasmetterla ad altre persone.
grazie Elvira
14 Maggio 2010
Ciao -,
sai che i libri che compri potrebbero contenere tracce di foresta pluviale? Dal Salone Internazionale del Libro di Torino lanciamo la nuova classifica “Salvaforeste” sull’editoria italiana, che rivela come la maggior parte dei libri venduti nel nostro Paese sia una minaccia per le preziose foreste di Sumatra e gli ultimi oranghi indonesiani. L’Italia, infatti, è il più importante acquirente europeo di carta indonesiana e il maggior cliente del campione della deforestazione APP (Asia Pulp and Paper).
Al nostro questionario Salvaforeste la maggior parte degli editori ha risposto dimostrando trasparenza, ma ha dichiarato di non poter fornire informazioni chiare sulla propria carta e quindi non ha una politica sostenibile. In questo gruppo si trovano i principali gruppi editoriali italiani, Mondadori, RCS Libri, Gruppo Giunti e Gruppo Mauri Spagnol.
Soltanto il 18 % delle case editrici interpellate ha scelto di acquistare solo ed esclusivamente carta sostenibile. Tra questi: Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi.
Il 20% è quello dei più “cattivi”: non hanno fornito nessuna informazione utile per poter valutare la sostenibilità della propria carta, dimostrando poca trasparenza e nessuna volontà di escludere dalla propria filiera carta proveniente dalla deforestazione. Tra questi Feltrinelli che da solo controlla quasi il 4% del mercato librario.
Per salvare foreste e oranghi, gli editori devono impegnarsi a garantire a noi lettori che i libri non siano prodotti di distruzione. È più facile di quanto si possa pensare!
Se non vuoi essere complice della deforestazione e dei cambiamenti climatici, consulta la nostra classifica e scegli solo i libri degli editori amici delle foreste.
Scarica il .pdf della classifica “Salvaforeste”
Al Salone del Libro di Torino vienici a trovare al Padiglione 2, Stand F 133.
Grazie!
Chiara Campione
Responsabile Campagna Foreste
Greenpeace Italia
Veggie Pride 2010
RESOCONTO DEL CORTEO DEL 15 MAGGIO A MILANO
Un antipatico e piovoso maggio deve aver scoraggiato parecchi vegetariani dall’imbracciare cartelli e recarsi a Milano per il terzo Veggie Pride italiano a manifestare contro lo sfruttamento degli animali. Infatti solo una piccola folla, composta da circa cinquecento persone, ha occupato la piazza fin dalle prime ore del pomeriggio, mentre altre centinaia di vegetariani animavano l’analogo corteo a Lione.
L’energia, però, non ha tardato ad emergere. Nonostante il numero di partecipanti più contenuto del previsto, la voglia di gridare”Basta!” al massacro di creature innocenti si è sentita a tal punto da far dimenticare la minaccia di pioggia.
Al concentramento in piazza Missori si è manifestata una forza ricca di colori: rispetto all’anno scorso striscioni e cartelli hanno catturato l’attenzione dei presenti per la determinazione dei messaggi, incentrati esclusivamente sulla protesta chiara e ferma contro allevamenti, caccia e macelli.
I frenetici preparativi per rifinire i dettagli delle performances studiate nelle scorse settimane, hanno reso la piccola folla iniziale un vortice caloroso ed entusiasmante. Così, al momento della partenza, il gruppo di manifestanti si è trasformato in un’onda sorprendentemente decisa e comunicativa, attraverso slogan e cori, ma anche grazie a rappresentazioni quasi teatrali.
Decine di attivisti dai volti coperti da maschere bianche e inespressive hanno sfilato con le mani incatenate ed i numeri di matricola sul petto: icone del lutto causato da una vergognosa e incessante carneficina, in cui degli individui unici e irripetibili diventano numeri senza volto.
Le responsabilità del potere economico, politico e religioso, all’interno di un sistema che schiaccia avidamente la vita degli animali, sono state rappresentate simbolicamente da altri che hanno condotto il corteo indossando i panni del macellaio, del giudice, del business-man e del sacerdote. Alcuni “consumatori”, dotati di paraocchi, spingevano carrelli della spesa contenenti persone mascherate.
Abbiamo voluto colpire gli occhi dei passanti con alcune vasche di cartone ricoperte di cellophane, contenenti attivisti seminudi e sanguinanti di succo di pomodoro, a simulare confezioni di prodotti da macelleria, su cui campeggiavano inquietanti etichette simili a quelle delle confezioni di carne nei supermercati.
Gli striscioni, che sempre più contraddistinguono il Veggie Pride come manifestazione interamente pensata a rendere protagonisti gli animali e la loro sofferenza, senza bisogno di dover citare altri argomenti quali ambiente, salute o religione, riportavano frasi come: “Gli animali soffrono: non è abbastanza per non mangiarli?” Oppure: “La bistecca aveva una mamma”, “Disertare il massacro”, “Non posso nutrire mio figlio col corpo di un altro cucciolo”.
Ancora più risoluta rispetto all’anno scorso la volontà di smascherare ciò che sta dietro la derisione nei confronti dei vegetariani e le difficoltà sociali che ogni vegetariano incontra nell’affermare la propria presa di posizione contraria al sistema di sfruttamento considerato “normale”, ostacoli che impediscono alla questione animale di emergere in un dibattito pubblico e di mettere in discussione la legittimità dell’appropriazione del corpo degli appartenenti ad altra specie per il tornaconto di quella umana. “Deridere chi rifiuta la carne è disprezzare chi muore nei macelli” ribadiva questo concetto in uno degli striscioni più grandi.
L’emozione più intensa è stata quella di manifestare come vegetariani, chiedendo a piena voce la liberazione degli animali dai macelli e dagli allevamenti proprio nel cuore della città: infatti la novità di quest’anno è stato il percorso della manifestazione, che dopo aver attraversato Via Mazzini, ha costeggiato Piazza del Duomo, vorticosamente affollata come ogni sabato, per poi proseguire nelle altre strade del centro, fino a esaurirsi in Piazza Castello.
Circa a metà percorso una delle storiche pescherie di Milano, che da anni espone tristemente nelle sue vetrine tante piccole vittime adagiate sul ghiaccio, si è vista srotolare davanti all’entrata uno striscione lungo diversi metri con un messaggio più che eloquente: “Le urla dei pesci sono mute, il loro massacro non fa rumore”.
Musica e canzoni hanno accompagnato la protesta. I versi di una delle più famose recitano: “Son morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento”, con la commovente corrispondenza nelle immagini dei tanti cartelli, pieni di mucchi di giovani vitelli, agnelli e conigli… che pur soffrendo come i bambini e morendo a centinaia, migliaia e milioni ogni giorno, non hanno canzoni, né citazioni a loro esclusivamente dedicate, pur essendo la loro sofferenza carnale uguale e miseramente uguale alla sofferenza della condizione umana.
Il corteo si è poi fermato in piazza Castello, dove sono state lette alcune poesie animaliste di Roberta Iuliano, il testo “Quando qualcuno diventa qualcosa…” di Fabio Vento, “Io sono un animale solidale con gli altri animali”, ed alcuni interventi sulla repressione del movimento animalista in Austria e sui recenti arresti di attivisti in Svizzera (alcuni dei testi letti nell’edizione 2010 e nelle precedenti edizioni sono pubblicati sul sito del Veggie Pride nella sezione “Documenti”).
“Qualcuno urlava. nessuno sentiva” riportava uno dei tanti cartelli presenti al corteo.
Nessuno vuole sentire le grida degli animali e allora, a maggior ragione, auspichiamo, per la prossima edizione del 21 maggio 2011, una partecipazione più numerosa ed ancora più energica di vegetariani e vegani italiani, affinché le voci degli innocenti, attraverso i nostri appelli, non rimangano inascoltate.
Foto e video del corteo milanese sono disponibili sul sito:
http://www.veggiepride.it/index.php?option=com_content&view=article&id=70&Itemid=50
Il Comitato Organizzatore 2010 desidera ringraziare tutti i partecipanti per aver reso il corteo così comunicativo e determinato con la propria presenza.
Ringraziamo in particolare: Agnese, Davide, Fabio, Irene, Paolo, Pasquale, Paola N., William. e tutti quelli che si sono “travestiti” per rappresentare simbolicamente lo sfruttamento degli animali.
A presto,
il Comitato Organizzatore del Veggie Pride
contatto: info@veggiepride.it
Primo maggio a Montaretto
Anche quest’anno garriscono le bandiere del partito democratico alla festa dei lavoratori il primo maggio a Montaretto. Il cielo è un poco nuvoloso, speriamo che il tempo tenga, non esiste più la mezza stagione, che belli gli stand dai colori sgargianti. Che allegria. E’ proprio un bel posto.
Vista sul mare blu cristallino invitante come non mai, nell’aria un profumo di asado, delizioso con le 28 erbette segrete gelosa custodia del maestro delle carni di turno. Cominciano ad arrivare i visitatori, oltre 600 le prenotazioni per i ravioli. Un gran daffare giù in cucina. I tavoli sono quasi tutti pieni. I ragazzi vanno e vengono con vassoi carichi di cibo, nervosi e veloci. E’ un turbinio di vociare, mangiare, bere.
Siamo in una lunga fila composta e silenziosa in attesa di pagare il biglietto quando ad un tratto si sente una voce rauca.
E’ un tipo malvestito che scende giù dalla piazza.
“oggi e’ il primo maggio, la festa dei lavoratori del PD, e mentre siete qui a festeggiare e gozzovigliare, a noi che siamo venuti col forno a legna a lavorare i carabinieri ci fanno la festa. E’ utile dire che i carabinieri li hanno spediti quelli della festa del PD. Grande esempio di solidarietà con i lavoratori! Piuttosto che affrontare le questioni vis a vis, c’è qualche coniglio in alto nella vostra organizzazione che preferisce risolverle con la forza pubblica. Invito quelli che hanno qualcosa da dire su alla piazza. Se poi siete tutti dei vigliacchi… allora andate a fanculo, stronzi, pezzi di merda, voi e le vostre bandiere del PD. “
“ma smettila, imbecille!” grido mentre sta ancora parlando. Il tipo si ferma un attimo . Mi guarda e mi chiede perché lo abbia insultato. Non ho parole per esprimergli nulla, ma forse l’ha smessa col suo comizio delirante e se ne va.
Lo zingaro
Lo zingaro è nervoso. Deve andare a parlare con Mauro detto il Sorcio, ma deve fare i conti con i suoi nervi e prima del sorcio ce ne sono altri 300 giù lì nella piazza. Ha parlato, poco prima, ma si stava mettendo a piangere. Quando quella lì gli ha dato dell’imbecille era davvero incredule. Questi non capiscono niente.
Inghiotte il rospo e torna sui suoi passi, giù verso i tavoli. Guarda le facce della gente, mediamente indifferenti, ma c’è qualcuno che lo chiama. Un tipo dal tavolo.
“sono totalmente d’accordo con quanto hai detto, mangiamo i ravioli e poi andiamo a parlare ai carabinieri.” Lo zingaro lo guarda. “Hff. Meno male. Grazie.”
Continua la ricerca del sorcio, si dirige verso la cucina. Incontra John coda di cavallo, burbero, che lo squadra con aria decisa. Passa oltre, entra. Uno sguardo nella sala, e vede la jane con la kefiah che l’ha insultato prima. Ma nel frattempo entra svalvola, qua a montaretto ribattezzata “la puttana”.
Jane svalvola
Jane svalvola è tranquilla. Vuole spiegare quel che sta succedendo in piazza. Si avvicina ai tavoli. “Se a qualcuno interessa, la casa del popolo ci ha chiamato gli sbirri perché facciamo le pizze, in effetti siamo dei pericolosissimi pizzaioli, probabilmente terroristi. Se pensate che questo comportamento sia inaccettabile, salite in piazza a dire quel che pensate”. La gente ai tavoli scuote la testa e mormora che tutto ciò è inaccettabile. qualcuno garantisce la propria presenza sulla piazza.
La jane continua il suo giro ma qualcuno dell’organizzazione non gradisce e le grida “Fai schifo!” La jane svalvola e da allora non si limita al momento ma ricorda a tutti che è la festa dell’emancipazione dallo sfruttamento sul lavoro ma probabilmente a montaretto si possono emancipare solo i lavoratori col bollino del PD sulla fronte e ricorda che del resto il PD è il partito che ha aperto i lager in italia. Un john con il che di ordinanza stampato sulla maglietta urla “vattene, vattene! Non sei una compagna!” La jane risponde “Di sicuro compagna tua non lo sono ma comunque io non ti chiamerei gli sbirri. Se poi hai qualcosa da dire, col tuo faccione del pezzo di merda sulla maglietta, vieni sulla piazza”. Poi torna in piazza, e trova un gruppo ben nutrito di persone che insulta e dialoga con gli sbirri. Lascia il carabiniere nelle mani del gruppo e riscende a cercare lo zingaro per accordarsi sul da farsi.
Jane Kefiah in cucina
E’ da qualche minuto che sono in cucina, e lo zingaro ritorna. Con lui ora c’è una ragazza. Mi nota subito, e viene dritto verso di me dicendomi “cosa volevi dire prima, chiamandomi imbecille? Forse non hai capito bene quello che sta succedendo qui. La casa del popolo ha chiamato i carabinieri perché ci portassero via, dal momento che qua non siamo graditi”.
In effetti non avevo capito nulla.
“Ma dai? Ma va! Mi pare impossibile. Cerchiamo mauro il ratto allora.”
Lo zingaro mi risponde “Inutile che lo cerchi. E’ sparito”.
La gente nella sala ha l’aria allibita, i ravioli fumanti nel piatto, e quando la decisione è che di queste cose non si discute a tavola, lo zingaro e la puttana non vogliono sentire ragioni. Fanno resistenza, non si lasciano accompagnare fuori. Cercano di tenere la porta, ma non ci riescono e li buttano fuori. John cappello ha spintonato la puttana fuori e questa si volta, lo squadra… e gli fa volare via il cappello in terra. Ma john è il cappello più veloce di montaretto e dopo un secondo se lo è calzato nuovamente in testa. Non li spintonano più, sembrano essersi calmati tutto ad un tratto. Gli straccioni bevono dei gotti di vino, chiacchierando con un indiano seduto ai tavoli. Ad un tratto arriva il vice di mauro detto il ratto e con lui tornano verso la piazza. Ugo scodella, il lombardo, è di poche parole “io sono lombardo. Quando c’è da menare, meno. Vi è andata bene”.
La forza pubblica
Il maresciallo ha l’aria calma. Si stropiccia il pizzetto nell’attesa. L’hanno lasciato solo, a presidiare il banchetto abusivo, con i documenti in mano. Uno è andato a pisciare da circa mezz’ora, l’altra è sparita da un po. Che menata.
“Qua siamo tutti stranieri”. Questa frase gli risuona in testa. “speriamo non si caccino in qualche guaio, se no li devo arrestare. Ma con che imputazione? Pizza abusiva alla festa dei lavoratori del PD suona proprio male, e poi dove li porto? Mi pigliano tutti per il culo… certo che se facessero scoppiare una rissa mi verrebbe più facile…
Ah, eccoli, ritornano. Con il subcomandante.
Smette di pensare, e si rivolge allo zingaro “Era inutile che andavi giù. Avevo risolto tutto io”.
Calmo e autorevole. Zingaro e graduato si danno del tu, sono tutti stranieri. “Marescià, ma sai la dignità non è cosa da poco”
“Potete restare qua senza problemi, ma non andate giù alla casa del popolo”.
Il subcomandante non è proprio contento della soluzione dettata dall’autorità, balbetta qualcosa, ma il maresciallo non si rivolge a lui.
Il maresciallo non dice più nulla e se ne va.
La piazza e il pensiero del giovane comunista
E così eccoli, gli zingari hanno preso possesso della piazza centrale del paese. Fanno pizze, vendono vino e birra. C’è un piccolo capannello riunito a confabulare intorno al furgone. E’ venuto il nostro momento, ore fa li abbiamo buttati fuori dalla casa del popolo ma ora son qua, la puttana e lo zingaro suo degno compare. Ci andiamo a scambiare 4 parole. Mi danno del provocatore, non mi stanno a sentire. Me ne devo stare quando nessuno dei presenti riesce a capire quello che ho da dire. “dovete portare rispetto al paese. E’ un paese con una storia”
“Rispetto ad un paese? Che significa?”
Proprio non vogliono capire. Glielo provo a spiegare, c’è pure un sito internet www.montaretto.org che lo spiega ma questi non capiscono la nostra lingua. Vogliono sempre aver ragione loro. Che fatica. Ci prova l’implacabile.
L’implacabile
Stringe un patto di ferro con uno dei due. Si guardano dritti negli occhi. Pure quando gli molla una testata sulla spalla, continuano a guardarsi senza dire nulla. Esprimono un codice, che non possiamo sostenere e dobbiamo portare via di peso l’implacabile perché non sopportiamo la tensione di questa violenza. Certe cose non si risolvono con la violenza. Per questo hanno creato gli sbirri.
Sono loro i depositari della violenza. Ma l’implacabile e lo strano tipo non sembrano d’accordo e vorrebbero continuare a guardarsi in faccia. Per qualcuno guardarsi negli occhi è una sfida, per altri è un’intesa più forte di qualsiasi parola.
Ritorniamo alla casa del popolo.
John cavallo
I due quando sono arrivati hanno detto “Noi siamo anarchici e facciamo quel cazzo che ci pare”. Questa è la voce che corre alla casa. Mi pare un po’ strano, ma deve essere così visto che lo dicono tutti. Provo a dirglielo ma loro scoppiano a ridere. Allora forse non è vero. In effetti è da qualche ora che sono con loro, abbiamo mangiato, bevuto, fumato insieme. Bon, ritorno giù dai miei amici.
Riflessioni di piazza
Anni fa non era così. Poi è morto nanni, e da allora tutto è cambiato. Il senso di giustizia, la pace tra gli oppressi, la guerra all’oppressore. Tutte parole che ad un certo punto son diventate scomode. Siamo arretrati di cento, mille passi. Ritornati ai tempi bui dello stalinismo più becero, animati da odio cieco verso chi contesta la nostra autorità. Almeno qua, in questo buco di culo del mondo, siamo noi a dettare le regole, continuando a vivere sugli allori di una resistenza che non è stata la nostra, ma quella dei nostri avi. Allora il nemico era l’odiato nazifascista. Oggi il nemico è tutto quel che è fuori di noi. Lo straniero che non parla la nostra lingua, il barbaro.
“qua siamo tutti stranieri” ha scandito nitidamente il carabiniere coi baffi. E’ una frase che rimbalza da ogni muro. E’ un monito d’attenzione.
L’indiano ha uno strano sorriso e occhi penetranti di luce azzurra. “Se serve una mano, siamo più di cento al campeggio”. Ha fiutato il pericolo.
L’ora delle streghe
Suona la mezzanotte, ad uno ad uno la casa del popolo si svuota. E’ una lenta processione, il ritorno a casa, alla propria routine, perché se è vero che il giorno dopo è domenica, è anche vero che lunedi la vita riprenderà come sempre. Traffico nelle ore di punta, busta paga sempre più misera, consumi da tenere sott’occhio per arrivare alla fine del mese. Un altro giorno è andato.
Al forno si discute. Philopat e raf valvola, di quanto si è venduto uno, dello scazzo tra i due, del virus di milano… di giornalismo teatrale, giornalismo impegnato, e altre cazzate… ma la mezzanotte è suonata e c’è da andare via. Rimaniamo al forno in due. Lo zingaro e la puttana.
Un’idea geniale
“Che facciamo? Andiamo giù alla casa del popolo a vedere che aria tira?”
Si incamminano lungo la discesa da dove arriva un rumoroso vociare di baldoria. Rimangono fuori dalla porta, a guardare. Sull’aria di bandiera rossa un manipolo di ubriachi, danzando, porta in trionfo john scodella con il suo grilletto verde in testa, la migliore vignetta di Sturmtruppen. Si fanno due incaute risate al comunismo e libertà tradotti in sgherri e intimidazioni mal colte.
Finisce la baldoria, c’è da andare via. perché nessuno può rimanere lì alla casa, si incamminano verso il furgone. Al furgone giace l’ultima pizza della serata, quella con tutti i crismi dettati dalla chiusura del forno, farcita di tutto quello che era avanzato. E’ una vera bomba.
Epilogo
Che fare? Lo zingaro, colto dall’imprudenza, pensa sia un buon gesto offrirla al vecchio Adastro, quello che alle 8 del mattino li aveva salutati con “Siete dei coglioni! Non parlo con quelli come voi! Chiamo i vigili, l’asl, la nettezza urbana!” “See, chiama pure l’esercito!” – “Per quelli come voi non serve l’esercito”
Il vecchio è alla guida di una berlina grigia. Quando lo vede dal finestrino offrirgli la pizza, tira il freno a mano e scende dalla macchina. Va verso lo zingaro, insieme ad altri 3. Gli lancia la pizza addosso, lui tenta di prenderla al volo… che delitto sprecarla così! Gli va contro, non lasciandogli il tempo di rendersi conto di quel che sta accadendo. Ha solo il tempo di vedere un energumeno, il fratello di Andrea, alle sue spalle, con la faccia inespressiva e subito dopo è una tranvata in faccia. Lo zingaro sente il sapore del sangue in bocca. Il vecchio gli va sotto, arretra, rovesciando tutto il tavolo con l’impasto. Lo buttano in terra. Si rialza, e si allontana. Ma gli sono di nuovo addosso. Il vecchio prova ad accecarlo con le sue dita artritiche. Vede tutto bianco e a quel punto capisce che è meglio allontanarsi in fretta. L’energumeno mantiene la sua faccia inespressiva, chissà se ne ha un’altra, prova ad avvicinarsi per mollare un altro cazzotto visto che il primo non era bastato. Le armi della dialettica non servono a nulla con i babbuini per cui lo zingaro si allontana un po più in là. Andrea suggerisce alla zoccola di farsi i cazzi suoi, che così nessuno la pesterà. Ma lei non se li farà.
Tra i picchiatori sono presenti anche tre ragazze. Non partecipano attivamente al pestaggio, se ne tengono in disparte. Una cosa che continueranno a fare durante quella mezz’ora è dire ai due di stare calmi.
La puttana
“Prenditi sta puttana che ti porti dietro e vattene!”. L’energumeno la trascina per i capelli attraverso la piazza, ornando di retorica cavernicola la sua azione squadrista. Quando la puttana cade per terra la prendono a calci, o in tre o in quattro. Lei si rialza, si allontana spostandosi verso la piazza della chiesa. Allora i babbuini cercano di continuare la sagra del PD ripestando lo zingaro, che avendo ormai capito la situazione si allontana in fretta. La puttana, stanca di prendere botte, ha uno sfogo verbale. “Comunisti di merda! I partigiani quelli come voi li fucilavano! Fascisti! Vi riempite la bocca con la resistenza ma i partigiani si rivoltano nella tomba”. E’ il turno del vecchio Adastro “Stai zitta troia o ti metto le mani al collo”. La troia gli porge il collo. Lui tenta di strangolarla ma la forza non lo assiste. La meretrice se lo scolla di dosso e viene spintonata da jane critical che le dice “stai calma, stai calma, stai calma”. “Cazzo dici calma a me che mi stan pestando? Vedi di calmare i babbuini!”
I babbuini esauriscono l’adrenalina e come animali addomesticati ritornano verso la loro macchina e se ne vanno.
Zingaro e puttana rimangono lì, increduli, mentre a john cavallo crollano i nervi e prende a calci i cassonetti e il tavolo, non ne vuole sentire mezza. Infine si butta a dormire su un’ape. I nostri smontano, e se ne vanno a dormire, questa volta con le mazze affianco. Ma purtroppo è tardi. Evviva il comunismo e la libertà.
Torino. Perquisizioni ed arresti
L’operazione è cominciata alle 6,30.
La polizia ha effettuato perquisizioni in tre squat (Asilo, Barrocchio,
Mezcal) e in un centro sociale (Askatasuna). Gli occupanti degli squat
sono saliti sul tetto. La Digos si è presentata anche in alcune case
private.
All’Asilo hanno fatto irruzione divellendo porte e finestre. Le
perquisizioni si sono tuttavia limitate alle stanze dei compagni oggetto
di misure cautelari.
I perquisiti ed inquisiti sono in tutto 16. Tre sono stati arrestati e
tradotti in carcere, quattro ai domiciliari, gli altri con obbligo di
firma. Le accuse sono di resistenza, lesioni, travisamento il tutto
condito dal fatto dall’aver agito in più di cinque.
Il Pm è Antonio Rinaudo, specializzatosi negli ultimi tempi nella caccia
agli anarchici.
Vari lanci di agenzia e La Stampa on line parlano di 16 arresti ma si
tratta di notizie false.
La cornice pare siano i fatti del 10 dicembre 2009, quando, in una sola
mattinata, vennero sgomberati Cà Neira e Lostile. Nel tardo pomeriggio noi
di Cà Neira occupammo un nuovo stabile (ex cinema Zeta) e venimmo
sgomberati e tradotti in questura in quattro, mentre il presidio di
solidali sotto Lostile fu duramente caricato e due ragazzi condotti in
questura.
Dopo la prima carica ce ne furono altre due arginate da cassonetti in
strada. Pare che i provvedimenti di questa mattina si riferiscano alle
cariche del pomeriggio in corso Vercelli.
La nostra solidarietà attiva a tutti i compagni colpiti dalla repressione.
Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torino
Corso Palermo 46 ogni giovedì dalle 21
fai_to@inrete.it
Leggera discesa del numero di passeggeri per chilometro, aumento dell’uso dell’auto (che interessa il 65,3% delle persone che si spostano), nuove motivazioni e antiche richieste. Listituto di formazione e ricerca per i trasporti (Isfort), ha presentato i risultati dellOsservatorio Audimob sulle dinamiche della mobilità degli italiani negli ultimi dieci anni, dal 2000 ad oggi. Si tratta di unindagine seria sulla mobilità degli italiani nei giorni feriali, con 15.000 interviste all’anno su di un campione rappresentativo della popolazione, che vengono svolte da dieci anni. Nella presentazione è stato sottolineato anche il limite dellindagine e cioè che utilizzando il telefono fisso per lintervista esclude quanti possiedono soltanto il cellulare come immigrati, giovani e nuove famiglie, di certo fasce in aumento e che in futuro sarà opportuno monitorare.
In dieci anni aumentano del 17,8% i passeggeri/km ma non in modo uniforme: fino al 2004 calano drasticamente, poi vi è una fase di autentica espansione, infine dal 2008 comincia di nuovo il declino a conferma che la domanda di mobilità è strettamente legata allandamento economico del paese. Nel decennio Il numero medio degli spostamenti pro capite è rimasto stabile ed è pari a tre al giorno, mentre cresce del 3,2% il tempo medio impiegato per muoversi (da 59,6 a 62,8 minuti) e soprattutto crescono del 4,9% le distanze medie percorse da ogni cittadino ogni giorno passando da 30 km a 34,9 km.
Davvero interessante analizzare la distribuzione degli spostamenti sulla base della lunghezza chilometrica. Gli spostamenti fino a 2 km passano dal 2000 al 2009 dal 37,7% al 31,1%, quelli di corto raggio tra 2 e 10 km restano stabili intorno al 42%, crescono invece in maniera decisa quelli di media distanza tra 10-50 km che passano dal 18,1% al 24%. Infine quelli oltre 50 km hanno un peso molto limitato, il 2,1% nel 2000 diventato il 2,8% nel 2009.
In modo analogo crescono gli spostamenti occasionali e rari (+3,6% e +4,6%) e diminuiscono quelli sistematici e regolari (-8,3%).
Si tratta di fenomeni ben connessi alle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro (flessibilità/precarietà/lavoro a distanza), dei comportamenti delle persone che vedono crescere gli spostamenti per la gestione della famiglia e dei servizi, la spesa, il centro commerciale, lospedale, posizionati sempre più a distanza dalla propria abitazione, quindi il risultato anche delle politiche insediative ed urbanistiche degli ultimi 20 anni.
In auto da soli
Lo studio Isfort passa poi ad analizzare i mezzi utilizzati per gli spostamenti che confermano un crescente dominio dellautomobile, la diminuzione percentuale di chi usa bus e tram e metropolitano e di quelli che si spostano a piedi ed in bicicletta. Infatti lauto passa dal 59, 3% degli spostamenti nel 2000 al 65,3% del 2009 e di questi ben il 57,7 viaggia solo. Nello stesso periodo chi si sposta a piedi passa dal 21,4% degli spostamenti al 17,3%, chi usa la bicicletta dal 3,8% al 3,7%, chi usa bus/tram/metropolitane passa dal 5,3% al 4% degli spostamenti così come è diminuito chi usa il treno, ma cresce la quota di spostamenti con più mezzi in combinazione, dall1,8% al 3,6%. E chiaro dai dati che cè stato negli anni un travaso di viaggi dalle singole modalità di trasporto, per la gran parte collettivi, alle combinazioni di mezzi, la cui spina dorsale è rappresentata da un vettore pubblico, e questo è lunico dato positivo delle tendenze in atto.
Nello studio sono anche visibili significative differenze tra piccole e grandi città, dove lauto prevale in modo deciso nelle prime, mentre la congestione delle seconde induce un uso maggiore del trasporto pubblico.
Quindi sono stati dieci anni dove è cresciuta la mobilità insostenibile, e questo deve indurre una riflessione spietata. Secondo la mia opinione diversamente che dagli anni 90, le città non sono più state protagoniste di politiche attive, di Piani urbani della mobilità di area vasta improntati alla sostenibilità, perché si sono fatte tante chiacchiere e pochi fatti, perché il ritornello di questo decennio sono tornate le grandi opere mentre gli investimenti per le reti ed i veicoli per la mobilità urbana sono scomparsi dallagenda del governo.
da greenreport.it
27 aprile 2010
Pietro Greco
In realtà il libretto fa il punto della situazione sugli effetti sulla salute di alcuni inquinanti – particolato, ossidi di zolfo e di azoto, ozono – prodotti principalmente dal traffico. Il libro spiega come si effettua il monitoraggio e il controllo dell’aria, come si valuta l’esposizione delle persone a questi inquinanti, quali sono le norme e i consigli delle autorità sanitarie nazionali e internazionali, come si studiano gli effetti sulla salute dell’esposizione a questi inquinanti e, infine, ci dice quali sono gli effetti misurati sulla salute prima di concludere con una valutazione degli interventi di prevenzione.
Un libretto davvero utile perché fa il punto scientifico su una problematica di interesse generale, su cui molti parlano e troppo spesso senza conoscere.
Consideriamo gli due ultimi aspetti. E cerchiamo di riassumere, inquinante per inquinante, quali sono gli effetti sulla salute. Consideriamo la salute degli adulti. Uno studio recente che ha coinvolto 22 milioni di persone negli USA ha dimostrato che un incremento di 15 μg/m3 (microgrammi su metro cubo) di PM2,5 polveri sottili di diametro inferiore a 2,5 μm (micron) provoca come effetto a breve termine un incremento della mortalità dello 0,61%. Mentre un atro studio su 500.000 persone in aree metropolitane degli USA ha mostrato che un incremento dell’esposizione di lungo periodo alle medesime polveri di 10 μg/m3 determina un incremento di mortalità complessiva del 6% (e, in particolare, del 9% per malattie cardiopolomonari e del 14% per tumore ai polmoni).
Altri studi condotti in Europa e anche in Italia hanno dimostrato effetti analoghi. Anche le polveri PM10 (diametro inferiore a 10 μm) determinano un aumento della mortalità a breve (0,31% per incrementi di concentrazione di 10 μg/m3) e a lungo termine. Anche se gli effetti a lungo termine vanno meglio studiati.
Allo stesso modo, è stato dimostrato che in alcune città italiane l’aumento della concentrazione di 10 μg/m3 di ozono, biossido di azoto e ossido di carbonio provoca a breve un aumento della mortalità totale, rispettivamente, dello 0,6%, dello 0,31% e dell’1,2%. Nel lungo periodo si è misurata negli Usa un aumento della mortalità del 4% associata a un incremento di 10 ppb (parti per miliardo) di ozono. A Gehring in Germania è stato dimostrato che il rischio di morire per cause cardiopolmonari tra le donne di età compresa tra 50 e 59 anni che vivono entro 50 metri da strade ad alto traffico aumento del 70% rispetto a quelle che vivono più lontano.
Molto significativi sono anche i dati, per così dire, in negativo. Cosa succede se le emissioni vengono abbattute con adeguate politiche di prevenzione? Uno studio a Dublino effettuato 72 mesi prima e 72 mesi dopo un intervento che ha consentito di far diminuire di 35,6 μg/m3 la concentrazione di black smoke, le morti per cause respiratorie sono diminuite del 15,5% e quelle per cause cardiovascolari del 10,3%.
Un altro studio negli Usa ha dimostrato che la riduzione della concentrazione di PM2,5 di 10 μg/m3 determina una diminuzione di mortalità per tutte le cause del 37% e un aumento della vita media di 0,61 anni.
10 maggio 2010
LIVORNO. Da cinque anni la rivista bimestrale del Worldwatch Institute esplora la storia, i metodi di produzione, e gli impatti ambientali e sociali dei prodotti di uso quotidiano, nella rubrica Life-Cycle Studies e da qualche tempo i risultati sono disponibile gratuitamente online su Eye on Earth a cura di Ben Block, staff writer del World Watch, che questa volta si occupa del latte, l’alimento che nutre i cuccioli dei mammiferi da milioni di anni, e che oltre ad una “bevanda naturale”, è diventato un cibo trasformato, manipolato e mercificato dagli esseri umani, gli unici animali ad utilizzare il latte di altre specie.
«Tuttavia – scrive Ben Block – prima che il bestiame venisse addomesticato circa 9.000 anni fa, la mungitura di una mucca era uno sport estremo e gli uomini evitavano semplicemente ignorando il suo latte. E dopo lo svezzamento, non avevano bisogno per gli enzimi per separare gli zuccheri del lattosio separati, quindi la maggior parte degli uomini adulti erano intolleranti al lattosio. Ma genetisti immaginano che 5.000-7.000 anni fa in Europa un raro e avventuroso individuo tollerante al lattosio abbia avuto il coraggio di bere il latte dal suo bestiame. Quelli con un vantaggio genetico simile lo hanno eventualmente seguito lungo una strada simile verso il latte. Molte tra le culture che hanno sviluppato per prime il gusto per il latte, come gli scandinavi quasi per intero tolleranti al lattosio, continuano a berne di più: il più alto livello mondiale pro-capite di consumo di latte si trova in Finlandia (184 litri) e Svezia (146 litri )». Secondo la Fao, nel 2008 sono state prodotte 578 milioni di tonnellate di latte fresco, con una crescita del 20% rispetto al dato del 1998 e Cina, Brasile e India rappresentano quasi la metà di questo aumento produttivo, si prevede che entro il 2050 i consumi di latte raddoppieranno.
Block spiega che «Come gli esseri umani, le mucche devono rimanere incinta per produrre latte. Tra i vitelli, dopo i primi due giorni, le femmine vengono separate ed allevate per la produzione lattiero-casearia, mentre i maschi sono spesso venduti per la carne bovina. Le mucche passano sempre di più la loro vita nelle concentrated animal feeding operations (Cafo – gli allevamenti intensivi, ndr). Secondo l’U.S. Government Accountability Office, negli Stati Uniti le aziende lattiere più grandi hanno circa 1.200 mucche ciascuna. Il Gao stima che queste grandi aziende agricole producano ognuna 30.502 tonnellate di letame ogni anno, formando lagunaggi di rifiuti i cui reflui spesso generano inquinamento delle acque e riempiono l’aria di protossido di azoto ed altri contaminanti».
Le mucche da latte vengono alimentate a mais o soia per aumentare la loro produzione giornaliera, ma i bovini si sono evoluti mangiando erba e una dieta industriale a base di amido si traduce spesso in un aumento dello stress fisiologico e infezioni, che i produttori generalmente curano e prevengono con iniezioni di antibiotici. Inoltre i grandi allevamenti zootecnici per evitare la presenza di mosche e parassiti non lesinano sugli insetticidi, spargendo sostanze potenzialmente inquinanti per i lavoratori, l’ambiente e le risorse idriche. Diversi allevatori continuano a trattare le mucche con l’ormone della crescita bovina (o rBST), che diversi ricercatori collegano all’aumento di nascite di vitelli deformi, infezioni delle mammelle e rischi di cancro nei consumatori di latte. L’utilizzo dell’ormone della crescita è stato vietato in Australia, Canada, Ue e Nuova Zelanda, ma negli Usa i rischi per la salute collegati allo rBST vengono incredibilmente considerati “gestibili”, anche se la crescente opposizione dei consumatori ha costretto numerose aziende lattiero-casearie a porre fine volontariamente all’uso di rBST e, secondo il dipartimento dell’agricoltura statunitense, dal 2005 il suo utilizzo è diminuito del 5%.
Secondo il Worldwatch Institute «In media, le aziende lattiero-casearie contribuiscono per il 93% alle emissioni di gas serra associati al latte (con la trasformazione del latte e la produzione di imballaggi responsabile per i rimanenti gas serra), dovuti principalmente al metano rilasciato direttamente dalle mucche e dei cambiamenti di utilizzo delle terre associati alla realizzazioni di pascoli per le mucche. Un rapporto della International Dairy Federation evidenzia che, in media, un chilogrammo di latte è responsabile di un chilogrammo di biossido di carbonio equivalente. La Fao, in un rapporto pubblicato ad aprile, ha stimato che il settore lattiero-caseario a livello mondiale contribuisca al 4% dei gas serra causati da attività umane. Ogni chilogrammo di latte richiede anche quasi 10 litri di acqua per l’alimentazione, la pulizia, e la produzione».
Le alternative per ridurre l’impronta ambientale del latte esistono: latte biologico prodotto da mucche che pascolano all’aria aperta, con certificazioni che assicurano il non utilizzo di fertilizzanti sintetici, pesticidi, modificazioni genetiche e il corretto trattamento dei sottoprodotti della macellazione, come il letame o il sangue. «Gli agricoltori devono anche garantire l’accesso delle mandrie al pascolo durante il periodo della crescita – scrive Block – curare le mucche umanamente e separare le vacche malate trattate con antibiotici».
Oltre alla certificazione biologica, numerosi governi ed industrie stanno implementando le iniziative volte a limitare gli scarti delle aziende lattiero-casearie, le emissioni e l’utilizzo dell’acqua. La Gran Bretagna ha annunciato nel 2008 la sua Milk Roadmap, una campagna volontaria per ridurre entro il 2010 l’utilizzo di acqua dal 5 al 15% per ogni litro di latte prodotto e per una gestione dei reflui zootecnici che deve riguardare il 95% delle aziende agricole ed una riduzione entro il 2020 dei gas serra provenienti dalla produzione lattiero-casearia del 20 -30% rispetto ai livelli del 1990.






