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Archivio di aprile 2010

image001 I preti amano i bambini

da ilsalvagente.it
9 aprile 2010 
 
Pulizie di primavera senza veleni: occhio alla chimica
Consigli utili sul Salvagente in edicola da oggi (ma potete comprarlo anche on line).
Giorgia Nardelli
Litri di antibatterici, manciate di detersivi, creme, liquidi e sgrassatori spruzzati ovunque. È questo il momento dell’anno – con le pulizie di primavera – in cui i detergenti domestici diventano indispensabili per mettere ordine in casa.
Ma siamo sicuri che sia davvero così? Il numero del Salvagente in edicola da oggi (ma è in vendita a un euro anche nel nostro negozio on line) non dà per scontato, infatti, che utilizzare ogni anno litri di sostanze chimiche sia la cosa migliore per il nostro ambiente domestico e per la salute.
E come se non bastasse, chi di noi, prima di utilizzare un qualunque prodotto per la pulizia della casa, si prende la briga di leggere attentamente le istruzioni e le avvertenze scritte sulla confezione?

Caccia ai veleni

La risposta a tutte queste tre domande è no, o almeno non sempre. Così almeno la pensa l’Environmental working organization, big tra le associazioni ambientaliste statunitense, che in questi giorni ha pubblicato uno speciale per dare qualche utile indicazione ai consumatori americani. La ragione è che alcuni degli ingredienti che compongono le formulazioni dei detergenti domestici sono più tossici di altri, e, anche se presenti in piccole dosi, vanno utilizzati con accortezza o addirittura evitati. Un avvertimento che vale per gli Stati Uniti ma anche per l’Europa, visto che molte di queste sostanze sono commercializzate in entrambi i continenti. Ragione per cui il Salvagente ha riportato nel numero in edicola da domani (e in vendita già da oggi su www.ilsalvagente.it) il piccolo elenco di composti “pericolosi” stilato dall’Ewg, e alcuni dei prodotti tra i più venduti che li contengono.
Un lavoro non scontato, visto che per un consumatore non è facile conoscere l’esatta composizione dei detergenti. La legge europea non impone alle ditte di inserire l’elenco degli ingredienti in etichetta, come avviene per esempio per i cosmetici, e solo alcune aziende lo fanno sui loro siti ufficiali. Dove sono le altre lo spiega Roberto Binetti, direttore del Centro nazionale sostanze presso l’Iss: “Le liste complete degli ingredienti sono nella banca dati dei preparati pericolosi dell’Istituto superiore di sanità. Alla banca dati hanno accesso solo i centri antiveleni, in modo da potere intervenire tempestivamente nei casi di avvelenamento, oppure chi ne fa richiesta direttamente a noi. Il data base contiene tutte le sostanze utilizzate, anche quelle che essendo presenti in misura infinitesimale, per legge non andrebbero specificate in etichetta”.
C’è una ragione ben precisa. Binetti spiega che, per quanto riguarda i detersivi la maggiore preoccupazione riguarda le reazioni allergiche ai composti chimici, “molti dei quali sono in grado di provocare risposte anche a dosi bassissime”. A tale proposito, la maggiore preoccupazione arriva dalle fragranze e dai profumi. Quanto alle altre sostanze considerate tossiche: “I prodotti che contengono ingredienti più pericolosi riportano la croce di sant’Andrea sulle confezione. Ma in generale, va detto che l’Italia ha vietato da tempo le sostanze più nocive per l’uomo per l’ambiente, come i fosfati che davano seri problemi ambientali, o alcuni tensioattivi”.

Reazioni a rischio

Non basta, però, per stare tranquilli. Uno studio dell’Università di Berkeley, in California, ha recentemente confermato che se usati in certe condizioni, molti detersivi e deodoranti ambientali di uso comune emettono inquinanti tossici a livelli tali da costituire un rischio per la salute. Lo studio ha analizzato le reazioni provocate da due classi di sostanze, gli eteri glicolici e i terpeni, entrambi presenti in tantissimi prodotti. I primi sono solventi usati in molti detersivi, e classificati come pericolosi contaminanti per
l’aria, i terpeni sono sostanze chimiche presenti negli oli di pino, di limone o d’arancia e utilizzati come solventi o come fragranze. Di per sé non tossici, a contatto con l’ozono producono sostanze assai nocive come la formaldeide.
Ebbene gli studiosi statunitensi hanno scoperto che, se non si pulisce in condizioni ottimali, in ambienti grandi e areati, o se c’è un’esposizione cronica a queste sostanze (come nel caso di chi fa le pulizie per lavoro), si rischiano danni alla salute. Tra gli esempi riportati nello studio ce n’è uno molto indicativo: una persona che trascorre 15 minuti a pulire una doccia in cima a una scala rischia di inalare eteri glicolici superando di tre volte il limite massimo di esposizione per un’ora. Sarà bene farci un pensierino prima di fare le pulizie di primavera.

Una per una le sostanze incriminate

I chimici dell’Enviromental working group hanno pubblicato un elenco degli ingredienti usati nei detersivi che, stando alle conoscenze scientifiche attuali, possono creare maggiori problemi per la salute e per l’ambiente. Alcuni di questi non sono utilizzati nel nostro paese, altri sì.

Ecco le sostanze:

2-butossietanolo (di pericolosità simile sono anche altre sostanze della stessa famiglia, quella degli eteri glicolici). Si tratta di solvente organico. Nel registro della Commissione europea è classificato come “pericoloso” per inalazione per contatto e per ingestione, irritante per occhi, pelle e polmoni. Il National Library of Medicine HazMap dichiara che è tossico per il sistema riproduttivo. In totale il livello di tossicità è classificato per l’Ewg come medio/alto.

Alchilfenoli etossilati: Sono tensioattivi non ionici. Intervengono sul sistema ormonale degli esseri viventi (è provato l’effetto della femminilizzazione dei pesci), anche se sono ancora poco chiari i rischi per l’uomo. La direttiva 2003/53/CE ne ha limitato l’uso nei prodotti chimici, nei detergenti e negli altri formulati. In Italia sono banditi dal 1995 nei detergenti per uso domestico.

Etanolammine: Queste sostanze sono stabilizzatori del ph. Nell’Ue sono ammesse nei prodotti a bassissime dosi. Sono molto tossiche per la pelle e per il sistema respiratorio e sono collegate all’insorgenza di asma. Mono-, di-, e trietanolammine sono quelle da tenere maggiormente sotto controllo, secondo l’Ewg. L’etanolammina presenta un rischio globale (sempre secondo l’Ewg), che va da medio ad alto, a seconda dell’utilizzo.

Fragranze: Sembrano innocue, ma non lo sono affatto. Oltre al fatto che possono contenere muschi sintetici (potenti interferenti endocrini), le fragranze sono tra le cinque famiglie di sostanze maggiormente allergizzanti al mondo.

Composti d’ammonio quaternario: Sono composti antibatterici che hanno un’azione detergente. Associati all’insorgenza di asma, estremamente tossici se ingeriti, hanno effetti negativi anche a basse dosi. Inoltre un uso eccessivo di questi composti può provocare l’insorgenza di batteri più resistenti.

TABELLA SOSTANZE

Per scoprire dove si trovano queste sostanze, abbiamo passato in rassegna gli ingredienti dei principali detergenti per la casa commercializzati in Italia. Poiché i produttori non sono tenuti a pubblicare le formulazioni in etichetta, abbiamo potuto controllare solo i prodotti le cui aziende hanno inserito gli elenchi sui loro siti ufficiali. Abbiamo così potuto verificare i componenti dei detersivi dei seguenti marchi: Vim, Cif, Lysoform, Svelto Casa, Acti, Bref, Fornet, Domestos, Smac, Vetril, WcNet, Merito, Argentil, Bio shout, Mr Muscolo. I nomi qui di seguito pubblicati sono quelli dei prodotti che contengono almeno un ingrediente sospetto (riportato così come si trova scritto in etichetta). Da segnalare che le fragranze sono presenti in tutti i detersivi.

* Sul numero del Salvagente in edicola da domani (ma in vendita già oggi on line a 1 euro) l’elenco completo delle sostanze a rischio, dei prodotti che le contengono e  i consigli per utilizzarli senza pericoli.
 

 

DESMATAMENTO11 240x300 Unaltro problema causato dalla deforestazione  

Noi umani non ci pensiamo, ma …….
 Ciao Marinella

Torino. Le scarpe degli annegati – con Borghezio in sacco di mondezza -
davanti alla Lega

Domenica 25 aprile.
Di fronte alla sede provinciale della Lega in via Poggio 23, appeso alle
grate, è comparso uno striscione con la scritta “OGNI ANNO LE LEGGI
RAZZISTE UCCIDONO MIGLIAIA DI IMMIGRATI IN MARE”
Accanto faceva mostra di se il faccione di Mario Borghezio montato su un
voluminoso sacco nero dell’immondizia con tanto di cravatta verde.
In terra, alla rinfusa, un mucchio di scarpe… Quello che resta di tanti
uomini, donne, bambini. Ogni giorno, ogni ora, qualcuno muore in mare,
inghiottito dalle norme che impediscono la libera circolazione degli
individui. Quelle leggi che la Lega Nord vorrebbe sempre più dure, sempre
più feroci.

Qui trovate le foto scattate da un reporter di passaggio:
http://piemonte.indymedia.org/article/8476

È trascorso un anno dal 23 aprile del 2009, quando davanti a quella stessa
sede della Lega apparve un fantoccio con la faccia di Borghezio appeso a
testa in giù, come Mussolini a piazzale Loreto. Manifesti analoghi furono
affissi in città. Un gesto simbolico per mostrare che il fascismo è al
governo e in parlamento.
Per quell’episodio due anarchici della FA di Torino sono stati rinviati a
giudizio – si va in aula il 18 giugno – per minacce e diffamazione nel
confronti di Borghezio.

Ad un anno di distanza – oggi come allora – in occasione del 25 aprile,
c’è chi ha voluto ricordare che oggi il fascismo ha il volto della Lega,
che il fascismo non è morto in quel lontano aprile quando nelle strade di
Barriera i partigiani combattevano e morivano per la libertà e per la
giustizia sociale. Senza se e senza ma.

I nostri mari sono cimiteri per chi cerca – a rischio della vita – un
futuro nel nostro paese.
Nel nostro paese ci sono gli schiavi: i lavoratori immigrati che alzano la
testa rischiano prigionia ed espulsione.
Nella nostra città c’è un lager: ogni giorno qualcuno viene deportato.
Contro le leggi razziste ribellarsi è giusto. L’indifferenza è complicità.

Oggi come ieri
Resistenza!

Report a cura della Federazione Anarchica – Torino
Per info e contatti:
Corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
fai_to@inrete.it

Oggi il fascismo ha il volto della Lega: dalle squadracce alle ronde,
dalle camice nere alle camicie verdi, dalle leggi razziali a quelle
razziste, da ebrei e rom a immigrati e rom. La musica è sempre la stessa.
Come la Resistenza.

Alla vigilia dello scorso 25 aprile davanti alla sede della Lega apparve
un fantoccio con la faccia di Borghezio appeso a testa in giù, come
Mussolini a piazzale Loreto. Manifesti analoghi furono affissi in città.
Un gesto simbolico per mostrare che il fascismo è al governo e in
parlamento.
Per quell’episodio due anarchici della FAI di Torino sono stati rinviati a
giudizio –-si va in aula il 18 giugno – per minacce e diffamazione nel
confronti di Borghezio.

Borghezio è uno dei volti del fascismo di oggi. Uno che disinfettava le
carrozze dei treni dove viaggiavano ragazze africane, lo stesso che diede
fuoco ad un ricovero per senzatetto rumeni sotto il Ponte Mosca. Lo scorso
anno in Francia, ad un convegno dell’estrema destra europea, credendosi a
microfoni spenti Borghezio diceva ai suoi camerati neofascisti che
“occorre insistere molto sul lato regionalista del movimento. È un buon
modo per non essere considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì
come una nuova forza regionalista, cattolica, eccetera -  ma, dietro tutto
ciò, siamo sempre gli stessi”. In Francia ne discussero TV e giornali. In
Italia pochissimi ne hanno parlato. E chi oserebbe? Il ministro
dell’Interno è il leghista Maroni. I fascisti sono al governo nel nostro
paese.

I nostri due compagni sono accusati di aver minacciato e diffamato Borghezio.
Sono accusati di aver detto e scritto che Borghezio è un fascista ed un
razzista.
Sono accusati di aver voluto ricordare, alla vigilia del 25 aprile, che la
Lega Nord è il fascismo che torna, che il fascismo non è morto in quel
lontano aprile quando i partigiani combattevano e morivano per la libertà
e per la giustizia sociale. Senza se e senza ma.
Oggi il fascismo colpisce ogni giorno.
I CIE, centri per immigrati senza carte, stanno trasformandosi nei lager
del nuovo secolo. Sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli
che non servono più. I muri che rinchiudono i migranti, sono intrisi del
dolore di uomini e donne che vi assaggiano processi lampo, soprusi,
pestaggi, umiliazioni, stupri.
Il diritto legale di vivere nel nostro paese è riservato solo a chi ha un
contratto di lavoro, a chi accetta di lavorare come qui nessuno più era
obbligato a fare. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi
schiavi di quest’Europa fatta di confini e filo spinato. Gente la cui vita
vale poco o nulla.
È scritto nelle leggi. Leggi razziste.
Ma a quelli come Borghezio non bastano certo. Il loro appetito assassino è
insaziabile. Ogni giorno, ogni ora, qualcuno muore in mare, inghiottito
dalle norme che impediscono la libera circolazione degli individui. Quelle
leggi che la Lega Nord vorrebbe sempre più dure, sempre più feroci. Campi
di concentramento e deportazioni non sono ricordo di un infame passato ma
sono nelle nostre città, a pochi metri dai giardinetti dove giocano i
nostri figli.
Contro il razzismo di Stato non basta la testimonianza, non basta
l’indignazione. Bisogna mettersi in mezzo: contrastare retate e
deportazioni, rifiutare ronde e militari in strada, sostenere chi lotta
nei CIE, chi sciopera contro la schiavitù legale, chi cerca di scavalcare
i muri e buttare giù le barriere.
Ribellarsi è giusto, l’indifferenza è complicità.

L’Italia è in guerra. Come ai tempi di Mussolini. Quelli come Bossi,
Maroni, Borghezio sono fatti della stessa pasta.

E gli anarchici, oggi come allora, finiscono in tribunale.

per info e contatti:
fai_to@inrete.it

da greenreport.it
26 marzo 2010

Trasformare culture: State of the world 2010
 
Gianfranco Bologna

ROMA. Il rapporto annuale del prestigioso Worldwatch Institute “State of the World 2010″ quest’anno è particolarmente attuale e molto interessante. E’infatti completamente dedicato a cosa sta accadendo nelle nostre società per avviare quella trasformazione indispensabile della nostra cultura necessaria a passare dall’attuale dimensione del consumismo che sta provocando una situazione drammatica, dal punto di vista ambientale e della giustizia sociale, a quella della sostenibilità.
Una straordinaria ed avvincente rassegna di come stanno avvenendo trasformazioni importanti e significative nell’economia, nelle imprese, nel marketing, nella politica, nell’educazione e nell’istruzione, nel mondo delle fedi religiose, per l’avvio di cambiamenti significativi del nostro approccio culturale di valori, credenze, atteggiamenti, comportamenti, visioni del mondo e del futuro.
Il rapporto è in libreria, disponibile in edizione italiana e pubblicato, come di consueto, da Edizioni Ambiente, da poco più di una settimana e verrà presentato a Roma, presso il centro congressi della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, in via Salaria 113, il prossimo 30 marzo alle 11, presente anche il direttore del rapporto stesso di quest’anno, Erik Assadourian, senior researcher del Worldwatch Institute, insieme a Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Domenico De Masi, professore di Sociologia del Lavoro a La Sapienza, a Marco Moro, direttore editoriale di Edizioni Ambiente ed il sottoscritto che, da 23 anni, cura l’edizione italiana del rapporto del Worldwatch.
Come ci ricordano gli studiosi del Worldwatch Institute gli esseri umani si sono strutturati in sistemi culturali che li hanno plasmati e vincolati. Le norme, i simboli, i valori e le tradizioni culturali con cui un individuo cresce diventano “naturali”. Perciò, chiedere a chi vive in culture consumiste di limitare i consumi è come chiedere loro di smettere di respirare: possono farlo per un po’, ma poi, ansimando, inspireranno nuovamente.
Come ricorda il presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin, viaggiare in auto o in aereo, vivere in grandi case, usare l’aria condizionata … non sono scelte in declino, ma sono parti integranti della vita, almeno secondo le norme culturali presenti in un numero crescente di culture del consumo a livello globale.
Pur sembrando naturali a chi appartiene a quelle realtà culturali, questi modelli non sono, come ci dimostra la straordinaria quantità di dati accumulati da decenni dalla conoscenza scientifica, né sostenibili né possono definirsi manifestazioni innate della natura umana: infatti si sono sviluppati nel corso di molti secoli e oggi si promuovono e diffondono a milioni di persone nei paesi in via di sviluppo.
Per evitare il collasso della civiltà umana è quindi indispensabile una profonda trasformazione dei modelli culturali dominanti. Tale trasformazione deve superare il consumismo – l’orientamento culturale che porta l’individuo a trovare significato, appagamento e accettazione attraverso ciò che consuma – in quanto ormai un vero e proprio tabù, sostituendolo con un nuovo contesto culturale incentrato sulla sostenibilità.
Emergerebbe così una rivalutazione della comprensione del “naturale”, il che comporterebbe scelte individuali e sociali con danni ambientali ridotti o minimi o, ancor meglio, che rimetterebbero in sesto i sistemi ecologici della Terra, oggi profondamente deteriorati. Ricorda Flavin: «Un tale mutamento – qualcosa di più fondamentale rispetto all’adozione di nuove tecnologie o di nuove politiche governative, spesso considerate come forze chiave di un cambiamento verso società sostenibili – a livello globale, rimodellerebbe il modo di concepire e di agire dell’uomo alla radice».
Certamente, trasformare le culture non è impresa facile, come ci ricordano i ricercatori del Worldwatch e la cinquantina di esperti che hanno collaborato a questo “State of the World 2010″. Con ogni probabilità ciò costituisce oggi la sfida più significativa ed importante per l’intera umanità. Saranno necessari decenni d’impegno in cui i pionieri culturali – coloro i quali riescono ad avere una visione distaccata e critica della loro realtà culturale – lavoreranno instancabilmente per reindirizzare le istituzioni chiave della formazione culturale: istruzione, economia, governo, media e anche i movimenti sociali e le tradizioni umane consolidate.
Consideriamo alcuni dati, riportati dal rapporto, per comprendere meglio come sia oggi impossibile fornire uno stile di vita occidentale ai 6,8 miliardi di esseri umani che abitano il nostro bellissimo pianeta. Nel 2006, a livello globale, si sono spesi 30.500 miliardi di dollari in beni e servizi. Tale spesa comprendeva bisogni primari come cibo e alloggi, ma all’aumentare dei redditi disponibili corrispondeva un incremento delle spese in beni di consumo: da cibi più raffinati e abitazioni più grandi a televisori, automobili, computer e viaggi in aereo. Nel solo 2008, globalmente, le statistiche ci dicono che si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari.
Negli ultimi cinque anni, i consumi sono aumentati vertiginosamente, salendo del 28% dai 23,9 mila miliardi di dollari spesi nel 1996 e di sei volte dai 4,9 mila miliardi di dollari spesi nel 1960 (dollari del 2008). Alcuni di questi incrementi sono dovuti all’aumento demografico, ma, tra il 1960 e il 2006, la popolazione globale è cresciuta solo di un fattore di 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi triplicata.
All’aumento dei consumi corrisponde una maggiore estrazione dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati e più terreni coltivati (spesso per alimentare il bestiame, poiché all’aumentare dei livelli di reddito corrisponde una crescita dei consumi di carne). Per esempio, tra il 1950 e il 2005, la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici. Complessivamente, ora si estraggono 60 miliardi di tonnellate di risorse l’anno: circa il 50% in più rispetto a solo 30 anni fa.
Oggi, quotidianamente, un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88. A livello globale, ogni giorno l’umanità preleva dalla Terra risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building, il famoso grande grattacielo di New York ( l’Empire State Building è alto 381 metri, con l’antenna 443 metri ed ha un peso stimato in 275.000 tonnellate).
Nel 2006, i 65 paesi con alti redditi dove domina maggiormente il consumismo erano responsabili del 78% della spesa in beni di consumo, ma costituivano solo il 16% della popolazione globale. Lo stesso anno, solo negli Stati Uniti, la spesa in beni di consumo è stata di 9,7 mila miliardi di dollari – circa 32.400 dollari pro capite – il che rappresentava il 32% della spesa globale, con solo il 5% della popolazione mondiale. Il rapporto del Worldwatch sottolinea chiaramente che sono questi paesi che hanno urgentemente bisogno di rivedere i modelli di consumo, poiché il pianeta non ne può sostenere livelli così elevati.
Di fatto, se tutti vivessero come gli statunitensi, si ritiene che la Terra potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui. A livelli di consumo leggermente inferiori, benché ancora elevati, il pianeta potrebbe supportarne 2,1 miliardi. Ma anche con redditi più bassi – l’equivalente di ciò che guadagnano mediamente in Giordania e Thailandia – la Terra può sostenere meno persone dell’attuale popolazione.
 
Queste cifre mostrano una realtà che pochi desiderano affrontare: con gli attuali 6,8 miliardi di individui del pianeta, i moderni modelli di consumo, anche a livelli relativamente bassi, non sono sostenibili.
Un’analisi del 2009 dei modelli di consumo tra le classi socioeconomiche indiane lo ha dimostrato chiaramente. Oggi, in India, i beni di consumo sono ampiamente accessibili. Anche con livelli di reddito annuale di circa 2.500 dollari pro capite in parità di potere di acquisto (ppp), molti nuclei familiari possono permettersi l’illuminazione e un ventilatore. Via via che i redditi raggiungono circa 5.000 dollari annui ppp, possedere il televisore diventa la norma e così lo scaldacqua. Con 8.000 dollari ppp l’anno, gran parte possiede una vasta gamma di beni di consumo, dalle lavatrici e lettori DVD a elettrodomestici da cucina e computer. Con l’aumentare del reddito, diventano comuni l’aria condizionata e i viaggi in aereo.
Non sorprende che l’1% degli indiani più ricchi (10 milioni di individui), che guadagnano oltre 24.500 dollari ppp l’anno, siano oggi individualmente responsabili di oltre 5 tonnellate di emissioni di CO2 l’anno – che tuttavia è appena un quinto delle emissioni pro capite statunitensi, ma il doppio del livello medio di 2,5 tonnellate pro capite necessario per mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 °C. Anche i 151 milioni di indiani che guadagnano più di 6.500 dollari ppp pro capite vivono sopra la soglia delle 2,5 tonnellate pro capite, mentre i 156 milioni di indiani che guadagnano 5.000 dollari la stanno raggiungendo, producendo 2,2 tonnellate pro capite.
Come evidenziano diverse ricerche significative riportate dal Worldwatch Institute, anche con livelli di reddito che gran parte degli osservatori considererebbero di sussistenza – circa 5.000-6.000 dollari ppp pro capite l’anno – si consuma già a livelli insostenibili e oggi oltre un terzo della popolazione globale vive sopra questa soglia.
L’adozione di tecnologie sostenibili dovrebbe permettere ai consumi di base di posizionarsi in una dimensione ecologicamente possibile. Per i sistemi naturali del pianeta Terra, però, lo stile di vita americano o anche europeo è semplicemente improponibile. Dalle analisi riportate dal Worldwatch si è riscontrato che, nei prossimi 25 anni, per produrre energia sufficiente a soppiantare gran parte di quanto fornito dai combustibili fossili, si dovrebbero costruire 200 metri quadrati di pannelli solari fotovoltaici e 100 metri quadrati di solare termico al secondo, più 24 turbine eoliche da 3 megawatt all’ora nonstop, per i prossimi 25 anni. Tutto ciò richiederebbe spropositate quantità di energia e materiali – ironicamente aumentando le emissioni di carbonio proprio quando maggiormente bisognerebbe ridurle – e aggraverebbe enormemente l’impatto ecologico globale dell’umanità nel breve termine.
L’analisi quindi ci ciò che sta accadendo nei vari fronti dell’attività umana per spostare i nostri modelli di sviluppo socio-economico diventa quindi uno stimolo fondamentale per proseguire su questa strada, ampliando la portata delle iniziative e la capacità innovativa delle stesse. Lo “State of the World 2010″ è uno straordinario stimolo a riflettere e ad agire.

  • La delegazione dell’America del Nord di Via Campesina ha divulgato un manifesto nel quale condanna l’atteggiamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO) durante la “Conferenza Tecnica Internazionale sulle Biotecnologie agricole nei paesi in via di Sviluppo” che si è conclusa il giorno 4 marzo a   Guadalajara, in México. Per VC la reale intenzione dell’evento è stimolare la coltivazione di OGM.
  • Loro dicono – dice VC – “biotecnologia” una parola ampia e vaga, quando tutti sappiamo che il loro vero proposito è promuovere gli OGM che non hanno mai favorito e mai favoriranno le famiglie contadine. Si tratta di una aggressione e una provocazione al popolo messicano e ai popoli contadini e indigeni del mondo intero venire a promuovere transgenici in Messico quando proprio in Messico c’è stata una forte lotta per cercare di fermare la contaminazione del nostro mais ancestrale. Proprio mentre le organizzazioni popolari stanno tentando di difendere il mais di fronte alla “Legge Monsanto” e ai permessi di coltivazione sperimentale del mais transgenico in campo aperto, la FAO arrivando qui con questo messaggio rende chiaro a tutti che risponde più agli interessi della criminale azienda Monsanto e del cattivo governo che agli interessi dei popoli.
  • Come è possibile che una conferenza internazionale “a favore dei contadini dei paesi poveri” abbia accreditato un solo rappresentante della Via Campesina e in qualità di osservatore? Perché non convocare invece le organizzazioni contadine e indigene per sapere quello che noi vogliamo – dice ancora VC – per produrre alimenti e preservare la Madre Terra? Gli diremmo allora che una cosa che non vogliamo è il mais transgenico.
  • Si sta scegliendo il modello di morte delle monoculture industriali con pesticidi e transgenici che alimenta la speculazione e le automobili con la promozione di agrocombustibili invece che gli esseri umani che soffrono sempre più per la fame.
  • Non è un caso se ci sono livelli record di fame di fronte a raccolti record e livelli record di profitti da parte delle transnazionali della morte come  Monsanto, Syngenta, Cargill, ADM, Maseca e Wal-Mart.  La sovranità alimentare fondata sull’agricoltura contadina sostenibile sottrae l’alimentazione ai circuiti di speculazione e libero commercio e riduce drasticamente gli impatti sul clima. Dobbiamo espellere le imprese transnazionali dalla nostra alimentazione

(trad. e sintesi S.R)

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