Archivio di marzo 2010
Svizzera. Nigeriano muore durante la deportazione
Zurigo, mercoledì 17 marzo. Di lui si sa poco. Meno di 29 anni, in
Svizzera dal 2005, rifiutava di essere espulso dopo il rifiuto della
domanda di asilo. Non mangiava per protesta da alcuni giorni. Nessuno sa
quanti.
Gli hanno legato le mani, i piedi, le ginocchia, le braccia. In testa gli
hanno messo a forza un copricapo imbottito, simile a quello dei boxeur.
Lo aspettava un volo speciale. In Svizzera quelli che resistono li portano
via così: di notte, incatenati, trasportati a forza su aerei riservati,
dove nessuno può vedere, e, forse, indignarsi.
È - lo dice il portavoce della polizia Marcel Strebel – la procedura
ordinaria.
Una procedura sospesa di gran fretta dopo “l’incidente” mortale
all’aeroporto di Zurigo.
“60 poliziotti per 16 uomini” raccontano Julius ed Emmanuel, anche loro
destinati alla deportazione forzata. “Ci trattano come animali”. Julius
racconta di aver parlato con il ragazzo morto nella sala dove li avevano
richiusi, prima di isolarli nelle cabine. “Mi sembrava stesse bene”.
“Ci hanno legati così stretti da farci male: alcuni ragazzi gridavano per
il dolore”.
Uno non ce l’ha fatta. In quest’Europa di muri e galere c’è chi muore così.
Rompiamo il silenzio. L’indifferenza è complicità.
Dai uno squillo all’ambasciata svizzera, che questa morte non sia un fatto
“normale”.
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Data di pubblicazione: 19.02.2010
di Fabrizio Bottini
Pian piano la verità ha cominciato a comporsi a mosaico: prima qualcuno ha notato gli steccati un po meno lindi delle villette, poi le automobili meno nuove, o piccoli segnali di disagio come gli affari tentennanti del supermercato
Alla fine sono stati gli analisti a impugnare dati e tabelle, a sigillare lacquisizione della scoperta: il suburbio allamericana non dà né benessere, né ricchezza, né prospettive per il futuro. Ovvero anche lì ci sono pochi (sempre di meno) che stanno molto bene, e tantissimi (sempre di più) che scivolano verso la soglia di povertà.
Ma cè di più. I dati statistici si raccolgono per circoscrizioni urbane e circoscrizioni suburbane, e dopo la crisi dei subprime e quella economica generale che lha seguita a ruota emerge una divaricazione. Da un lato le città sembrano rispondere bene agli investimenti di stimolo economico. Dallaltro il suburbio a parità di investimenti non vede neppure lontanamente risultati paragonabili. E dove gli analisti, dati alla mano, individuano la differenza fondamentale?
Nella materia prima dellamerican dream: il suburbio, risposta individualista alla città tradizionale, manca quasi del tutto delle reti sociali ed economiche in grado di far partire meccanismi di sviluppo. Ovvero, non è affatto il motore economico cantato per anni dagli esegeti di certa destra, ma il suo esatto contrario, una tara che spreca risorse umane, ambientali, economiche, energetiche e chi più ne ha più ne metta.
Fin qui, le recentissime conferme della Brookings Institution, nel rapporto The Suburbanization of Poverty (gennaio 2010). Nel frattempo da noi infuria la campagna per le elezioni, e cosa succede? Succede che si ascoltano ancora le sciocchezze degli esegeti della città diffusa e di certo sviluppo locale che fa riferimento alla dispersione urbana. Ma dove vivono? E perché li ascoltiamo?
Linquisitore Ratzinger
Joseph Ratzinger in arte Papa Benedetto XVI può vantare il primato di
aver riflettuto, normato, inquisito, represso sempre e soltanto la
sessualità. Non si contano gli interventi in materia a confronto di
altri di tematica sociale, teologica
Una vera e propria ossessione che fin dal suo incarico come Prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede lo ha spinto a emanare encicliche
per la prima volta – specificatamente contro lomosessualità, il
transessualismo, lemancipazione e lautodeterminazione della donna.
Non è più il tempo di riflettere attorno alla morale sessuale del buon
cristiano: questo Papa è un soldato della Santa Inquisizione e da sempre
lavora per esportare con tutti i mezzi possibili la discriminazione contro
chi eccede la norma eterosessuale.
Del resto, le sue frequentazioni personali e di apparato non sono certo
rassicuranti, seppur del tutto coerenti con la sua crociata: oltre alla
ormai celebre collaborazione al regime hitleriano, sappiamo che i
lefebvriani sono la sua passione, così come i preti numerari dellOpus
Dei, i venerabili dellOrdine di Malta ma anche di San Giorgio ecc.
Lo stile è comunque inconfondibile: è capace infatti con accattivante
accento bavarese di dispensare orrori testualmente himmleriani. Tuttavia,
pur riconoscendogli una preparazione rigorosa, dobbiamo segnalare che la
sua affermazione: gli pseudo matrimoni tra persone dello stesso sesso
sono espressione di una libertà anarchica è quanto meno approssimativa:
dove ha letto che gli anarchici e le anarchiche sono favorevoli al
matrimonio?
No Sindone!
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Dove mettere le centrali ? E le scorie ?
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Il decreto governativo che avvia (vorrebbe avviare) la costruzione delle quattro centrali nucleari che tanto stanno a cuore al potere economico e finanziario, è destinato ad innescare una lunga stagione di conflitti, simili a quelli che negli anni settanta e ottanta hanno affossato laltro programma nucleare del governo di allora. Tanto per cominciare il governo dovrebbe trovare qualche posto, forse un paio di posti, in cui mettere le centrali e in Italia non cè nessun luogo adatto, sulla base dei parametri che il decreto dice che dovranno essere presi in considerazione.
Un luogo che abbia a disposizione grandi quantità di acqua di raffreddamento delle turbine, in cui non venga alterata la biodiversità, in condizioni geologiche e geofisiche in grado di sostenere limpatto di grandi strutture come quelle delle centrali nucleari con reattori del tipo EPR3, di progetto e costruzione francese; un luogo in cui non esistano rilevanti presenze paesaggistiche e storico-architettoniche, di facile accessibilità, distante da aree abitate e da infrastrutture di trasporti, in cui sia accessibile il collegamento alla rete elettrica nazionale e lontano da rischi potenziali di attività umane.
Un insediamento nel sito di cui si parla maggiormente, quello di Montalto di Castro, accanto alla centrale termoelettrica a carbone da 2400 megawatt, potrebbe usare per il raffreddamento lacqua del mare in cui peraltro già arrivano le acque calde rigettate dalla centrale a carbone, ma il sito è a ridosso della linea ferroviaria e della statale Aurelia, le due grandi vie di comunicazione che collegano il Sud dItalia con il Nord e la Francia; laria di Montalto è già inquinata dai fumi del carbone e tutto intorno sono sorti insediamenti turistici. Nei mesi scorsi il governo, come cortina fumogena, ha fatto mettere in circolazione vari nomi di altre località in cui potrebbero essere insediate le centrali, da Termini Imerese, al delta del Po, dalla Puglia al Molise a Caorso, dove, nella golena del Po, giace la vecchia centrale nucleare abbandonata. Un attento esame mostra che nessun luogo in Italia è adatto come sito per una centrale nucleare secondo le norme di sicurezza internazionali. Il governo, che con unaltra legge ha deciso di insediare le centrali nucleari scavalcando gli enti locali, cercherà forse di utilizzare terre demaniali o militarizzate, ma anche così, per far passare il milione di tonnellate di cemento, acciaio, macchinari, cariche di combustibile nucleare e cantieri, finirebbe per scontarsi con vincoli territoriali e diritti umani. E i diritti umani non saranno facilmente soffocati neanche con lintervento delle forze armate.
Ancora peggiore è la situazione per quanto riguarda la sistemazione dei residui delle attività nucleari, dei materiali altamente radioattivi già accumulati durante la prima sciagurata avventura nucleare italiana e di quelli che nuove centrali produrrebbero in continuazione e per decenni in futuro. Da decenni in tutto il mondo i vari paesi cercano una sepoltura sicura per le scorie radioattive che debbono essere tenute lontano dalle acque e da qualsiasi forma di vita, in cimiteri che dovrebbero essere sicuri e inaccessibili per migliaia e diecine di migliaia di anni. Proprio di recente le due più favorite proposte di depositi sotterranei di scorie nucleari, quella nella montagna di Yucca Mountain nel Nevada, negli Stati Uniti, e quella nei giacimenti sotterranei di sale di Gorleben in Germania, sono state abbandonate dai rispettivi governi perché considerate inaffidabili. E così i milioni di tonnellate di scorie radioattive restano sparse nel mondo, in Inghilterra, e negli Stati Uniti, in Francia e Giappone, in Russia e Cina — e in Italia, una condanna per le generazioni future che dovranno fare la guardia a questi depositi per tempi lunghissimi; quando saranno passati tanti secoli quanti quelli che ci separano dai tempi dei Faraoni, molte scorie radioattive, prodotte dalle attività militari e dalle centrali commerciali nel mondo, avranno ancora il 70 percento della radioattività odierna. E in queste condizioni volete continuare a moltiplicare le centrali nucleari e proprio in Italia e proprio quando altri paesi nucleari si stanno disimpegnando dallavventura in cui si sono impantanati anni fa ?
Le società industriali e quelle che si stanno avviando sulla via della modernità avranno bisogno di energia, ma per fare che cosa ? di elettricità per far funzionare quali macchine e dispositivi ? per produrre quali merci ? Per motivi ecologici e geopolitica è certo necessario utilizzare di meno le fonti combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale; la soluzione però deve essere cercata non certo nellenergia nucleare, ma nella revisione dei cicli produttivi e dei consumi, nelluso delle fonti di energia rinnovabili tutte derivate, direttamente e indirettamente, dal Sole: lunico reattore nucleare accettabile, alla distanza di sicurezza di 150 milioni di chilometri, che trattiene al suo interno le sue scorie radioattive e che funziona senza incidenti inviandoci tutta lenergia ci cui abbiamo bisogno per sempre. Lenorme quantità di soldi che dovrebbero essere investiti in un programma di centrali nucleari consentirebbe, in alternativa, reali progressi nellutilizzazione delle fonti energetiche rinnovabili che assicurano, loro sì, lavoro, ed energia pulita disponibili ogni anno, indipendenti dalle importazioni di materie o di tecnologie. Le centrali nucleari appaiono così il volto più vistoso della megamacchina di cui parlava Lewis Mumford nel 1970, la struttura tecnologica con cui il potere economico manifesta la sua violenza contro le popolazioni e lambiente.
Diario dall’immemoriale – Carlo Marchetti
di Carlo Marchetti – cifrematico,direttore Coop.Sociale “Sanitas atque Salus”
“Via via che conoscevo meglio la vita del manicomio mi rendevo conto che le persone internate ricorrono alle strategie e agli accorgimenti di sopravvivenza di cui tutti hanno bisogno quando si trovano costretti in luoghi di soggiorno forzato, dopo essere stati strappati con l’inganno e con la violenza alla loro casa, ai loro rapporti reali, ai loro affetti e al loro ambiente originale”. Tra le centinaia di testimonianze e di riflessioni che possiamo leggere nel Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri (Spirali), di Giorgio Antonnucci, considero questo uno tra i brani più significativi per indicare quella particolare logica, espressa dal pensiero occidentale dal quattordicesimo secolo a oggi – a eccezione del rinascimento – che porta gli uomini a giudicare l’altro togliendone prima di tutto il diritto, quindi pretendendo di modificarne il pensiero, per corregerlo, per indirizzarlo, per riportarlo su una via presunta retta in termini di morale e di ragione. La mitologia di Procuste, molti dialoghi di Platone, tra cui il Menone, i libri dell’inquisizione religiosa, tra cui il Martello delle streghe, ma anche quelli dell’inquisizione filosofica, politica e mediatica di anni più recenti ce lo indicano. Corregere il pensiero dell’altro, togliere poesia, arte e invenzione, sogno di dimenticanza, e sessualità, in nome del logos e di principi di ragionamento e di valori che cambiano secondo le diverse epoche e le differenti mode culturali e politiche, è rimasta una pratica costante del pensiero occidentale.
“Il lavoro rende liberi” era l’epigrafe all’ingresso dei campi di sterminio nazisti, altre si potevano leggere nei campi di rieducazione dei regimi sovietici, altre ancora nei catechismi religiosi e in gran parte delle pratiche psicopedagogiche. Lo stesso “mestiere” di genitore, tuttora, risponde quest’istanza di correzione, portata avanti, in numerosi casi,anche come volontà di bene.
Il libro di Giorgio Antonucci individua due elementi che consentono il perpetuarsi di quest’istanza e delle pratiche conseguenti: quello che lui chiama pensiero psichiatrico e l’istituzione totale di reclusione, in questo caso manicomiale, che lo sottende. Questa distinzione di elementi, presente in filigrana in tutto il testo di Antonucci, è estremamente importante. In questo modo, in vari paesi e soprattutto in Italia, l’isituzione manicomiale è stata sì modificata o smantellata fisicamente, ma gran parte delle premesse che la costituivano – come la possibilità di togliere la libertà di ciascuno, di sospendere l’”habeas corpus” e altri diritti individuali con il TSO (trattamento sanitario obbligatorio), il TSV (trattamento sanitario volontario), l’ASO (accertamento sanitario obbligatorio) e con altri provvedimenti analoghi che stanno nascendo -è rimasta invariata.
Diario dal manicomio è un libro importante perchè narra questi aspetti senza riduzionnismi e senza accomodamenti, partendo dalla testimonianza e dalla memoria proprie, senza tralasciare l’immenso patrimonio di sensazioni, d’istanze e d’intelligenza di quanti l’Autore ha incontrato nella sua esperienza. Il loro narrare, a tratti drammatico, risulta un appello alla sospensione di ogni facile adesione al luogo comune e di ogni facile giudizio e pregiudizio.
Alcuni hanno obiettato che quanto scrive Antonucci si riferisce ad anni remoti e che oggi le cose sono cambiate. Lo stesso Antonucci pone in rilievo gli autori che hanno contribuito in modo particolare a porre in questione con efficacia la psichiatria: Freud, con la scoperta che il disagio non è una malattia del cervello; Szasz, con la dimostrazione che le malattie mentali sono un pregiudizio; B asaglia, con la sua critica all’istituzione totali e con la sua opera fattiva, anche politica, di demolizione delle secolari strutture manicomiali e asilari. Oggi, tuttavia, sono nati nuovi fronti: la psicofarmacolarizzazione sempre più diffusa, la trasformazione dei contenuti del pregiudizio psichiatrico, con l’introduzione di nuovi strumenti e di nuove fonti di riferimento e di catalogazione, primo fra tutti il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders); il coinvolgimento di altri stati sociali: ieri appartenenti alla cultura e alla società contadina, oggi quelli di giovani, studenti, extracomunitari, portatori di altre forme culturali. Le diagnosi psichiatriche aumentano costantemente e ora sono molte di più rispetto agli anni descritti da Antonucci nel libro. E’ c’è, recente, la questione dell’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), l’ultima “scoperta” della neuropsichiatria infantile: quella sindrome da deficit d’attenzione e iperattività che una volta era una caratteristica della crescita di ciascun bambino e che ora è diventata una patologia, con un farmaco già pronto, il discusso Ritalin, appartenente al gruppo delle anfetamine, dato a bambini anche piccolissimi, precedentemente segnalati e schedati su un apposito registro pubblico.
Carlo Marchetti
(marcos)
| 2. | Io e gli anarchici |
| di Pino Cacucci |
Mio nonno materno, appena tornato dalla bassa macelleria della Grande Guerra, si mise a frequentare gli anarchici, e intanto arava la terra con una coppia di buoi. Era in sintonia, condivideva gli ideali e diffidava delle ideologie, ma poi decise che i comunisti gli sembravano più concreti: l’utopia lo attirava ma sperava in una bella dittatura del proletariato, più per spirito di rivalsa che per coscienza di cosa realmente fosse. Anche quando la dittatura arrivò, quella fascista, rimase comunista pur continuando a intendersela benissimo con i libertari della sua terra; infine, con l’invasione dell’Ungheria, stracciò l’ennesima tessera del pci e si tenne in disparte.
Io, invece, ho rotto la tradizione di due generazioni di comunisti sentendomi anarchico fin dall’età della sragione. A Chiavari, prima ancora di diventare anagraficamente maggiorenne, frequentavo un’osteria dal soprannome curioso, “U sucidu”, per via del puzzo di vino rancido, il fumo, i tavoli con un dito di grasso sopra… beh, un po’ sudicio sì, ma era un bel posto. Lì ci andava spesso Roberto Leimer, e intorno a lui ci radunavamo in vari ragazzi, attratti un po’ dal suo eloquio impastato, un po’ dall’aria bohèmien, e molto dalla sua generosa capacità di invettive libertarie pacate ma incrollabili. Avremmo fondato insieme il Durruti del Tigullio, affittando una sorta di ripostiglio di fianco a un fornaio, che non serviva neppure come garage, dove il problema principale era il puntuale rigurgito di liquami fognari ogni volta che pioveva. Forse era per questo che durante le frequenti riunioni avevamo tutti la faccia schifata: non era disprezzo per la società borghese, ma semplice puzza di cacca. Un giorno presi la situazione in pugno: comprai un sacco di cemento e tappai il tombino interno. Il giorno dopo, venne giù una povera signora dicendo che la casa era allagata di merda. Tappi da una parte, sfoga dall’altra.
Insomma, avevamo più problemi con le fognature che con la polizia. Che però prendeva nota, e senza che lo sapessi, passava a Genova i rapporti, dove sicuramente si leggeva: «Addì, il soggetto attacchinava nottetempo manifestini anarchici in spazi non consentiti… ».
Lo avrei scoperto tanti anni più tardi, quando andando a rinnovare il passaporto a Bologna, dopo un mese di attesa, l’agente preposto, sbuffando, mi disse: «Stiamo ancora aspettando il nullaosta da Genova, sa, lei è schedato là… ». Dovetti andare ai piani superiori, per riavere il passaporto, dove sostenni un dialogo dell’assurdo con una simpatica poliziotta, che esordì: – Vede, io so tante cose degli autonomi, dei lottacontinui, dei potereoperaisti, dei maoisti-linea-dura-filoalbanese… ma mi dica, mi tolga questa curiosità: voi anarchici, che diamine volete?
Risposi serafico: – La pace nel mondo.
Sbottò allargando le braccia: – Eh, già, come no, pure io la vorrei, ma mi faccia il piacere, mi faccia.
E mi ridiede il passaporto rinnovato.
Dopo quei tempi squinternati del gruppo anarchico del Tigullio (che per chi non lo sapesse non è il nome di un rivoluzionario paraguayano ma del golfo su cui si affaccia anche Chiavari), venne il tempo di migrare… L’università a Bologna era un buon pretesto per andare a vivere da solo, con un gruppetto di sciamannati come me. Prima andai a Genova a salutare i compagni di là: Giuseppe Pasticcio, figura storica dell’anarchismo genovese, mi scrisse una commovente lettera di “presentazione” per i compagni dei circoli bolognesi: la conservo ancora, inizia con la frase «potete avere fiducia nel nostro compagno Cacucci»… E sulla sua firma tremula, un bel timbro con la A cerchiata dalla scritta «Circolo studi sociali Pietro Gori». Erano tempi così, da candore carbonaro.
Quando la feci vedere al Cassero di Porta Santo Stefano, ricordo lo sguardo tra il divertito e lo stupito degli “anziani”, che sembravano voler dire: «da quando in qua ci vuole la lettera di raccomandazione per dichiararsi anarchici?». Allora c’erano Libero Fantazzini e la sua compagna Maria, presenze costanti di ogni assemblea, riunione, manifestazione, tutto. Instancabili, anche a ottant’anni suonati. Libero non ci vedeva granché, anzi un occhio non ce l’aveva proprio, eppure guidava la sua Simca impavidamente. Una sera arrivò tardi, e non era da lui: aveva scambiato una luce rossa di un cantiere di lavori in corso per un semaforo, e dopo essere rimasto fermo un quarto d’ora e forse più, Maria lo aveva esortato a ingranare la marcia. Libero non parlava volentieri del figlio Horst, che stava in galera per quasi l’intera vita senza aver mai sparato a nessuno, il rapinatore gentile che mandava fiori alle cassiere spaventate, ora c’è pure un film, Ormai è fatta, tratto dal suo libro di memorie, con Stefano Accorsi a interpretare lui, e l’ottima regia di Enzo Monteleone. Curiosa, la vita: Monteleone lo avrei conosciuto quando scriveva la sceneggiatura di Puerto Escondido. Horst invece lo avrei conosciuto poco prima che tornasse in cella, a morirci.
Libero voleva un gran bene a quel suo figlio ribelle, troppo ribelle persino per lui, che era di quegli anarchici per i quali l’onestà dev’essere di esempio al resto del mondo, compresa l’onestà “borghese”. Ma non ne parlava quasi mai, a noi giovanotti che scrivevamo a Horst in carcere e lo consideravamo un compagno anarchico a tutti gli effetti.
Tornando ai tempi liguri, Fabrizio De André era una presenza fissa nelle orecchie come nel cuore e pure nelle viscere, e come poteva essere altrimenti, poi, quando viveva in Sardegna, nella grande casa colonica nei pressi di Tempio Pausania, a qualche anno di distanza dalla brutta esperienza del sequestro, gli telefonai per chiedergli l’ennesima firma in un appello per chissà quale ennesima ingiustizia. Fabrizio non si faceva pregare neppure per fare concerti in sostegno della stampa anarchica, e ovviamente mi disse che firmava, anzi, mi invitò ad andarlo a trovare. E me lo avrebbe ripetuto altre volte, ma per i casi della vita, è finita che all’Agnata ci sono andato solo dopo che lui non c’era più. E questo mi rimane come rimpianto.
L’altro giorno ho ricevuto un piccolo libro. Confusione caos casino, di Roberto Leimer. Contiene l’essenza della sua vita portata all’eccesso, ma sempre con delicata gentilezza: persino nei momenti autodistruttivi, Roberto era così. E nell’ultima pagina… dubito che chi lo ha editato lo sappia, ma quella copertina de l’Antistato, ciclostilato del Durruti del Tigullio, l’ho disegnata io, e pure scritta come si vede riprodotta. Allora mi firmavo sas, come si vede in un angolino del disegno, e stava per “Sovversivo Altamente Sensibile”, una scemenza autoironica di gioventù.
Chissà dove diamine sia stata conservata e da chi, per tutto questo tempo.
Tempo che intanto ha confermato le mie convinzioni. Non ho certezze ma solo dubbi, pertanto, sono anarchico.
(marcos)
Pino Cacucci
Data di pubblicazione: 31.01.2010
Autore: Martini, Daniele
Un passeggero perso ogni cinque: lAlta velocità si mangia la rete regionale. Cioè, regala ai ricchi, toglie ai poveri. Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2010
Circola semiclandestino come un samizdat in pochissimi uffici delle Ferrovie a Roma, un documento che è una bomba. Ha un titolo anodino: Elementi di revisione del piano ferroviario 2007-2011, ma il contenuto è clamoroso. In quelle pagine lamministratore Fs, Mauro Moretti, mette implicitamente il bollo aziendale su ciò che molti avevano intuito alla luce delle prime settimane di esercizio dellAlta velocità da Torino a Salerno. E cioè che la grande e importante opera ferroviaria costata la bellezza di 40 miliardi di euro non è, come era stato promesso e come ragionevolmente avrebbe potuto e dovuto essere, il primo passo di una nuova stagione dei treni allinsegna dellampliamento e del rafforzamento di tutti i servizi, dalla lunga percorrenza fino ai regionali.
È proprio lesatto contrario: uno strumento formidabile che, quando funziona a dovere, facilita e rende più veloci le relazioni sullasse Milano-Roma-Napoli, ma solo per 74 convogli al giorno e una fetta molto ristretta di clienti, assai inferiore all1 per cento, e a discapito della maggioranza di viaggiatori. Il calo preventivato dal documento interno Fs riguarda tutta la rete, dai convogli regionali alle medie e lunghe percorrenze, dai collegamenti internazionali al trasporto merci.
LE CIFRE DEL CALO. Ecco le cifre dellazienda. Trasporto regionale: riduzione dei passeggeri chilometro dai 28.615 milioni previsti originariamente a 23.410 nel 2011, cioè meno 22 per cento o, detto in altro modo, un passeggero ogni cinque dato per perso. I treni chilometro scendono dai 229 milioni precedenti a 193, 20 per cento in meno. I volumi del servizio universale si riducono del 13 per cento rispetto agli anni passati e del 15 per cento nei confronti delle previsioni contenute nella prima stesura del piano 2007-2011. Drastico arretramento anche per i convogli a media e lunga percorrenza: 23.332 milioni di passeggeri chilometro rispetto ai 25.241 del 2006 e ai quasi 29 mila del piano precedente. Per il traffico internazionale, poi, si prepara un vero e proprio tonfo: meno 40 per cento.
In assenza di una decisione formale del Parlamento, nellindifferenza del governo e mentre la politica ha la testa da unaltra parte, sui binari si sta attuando un ribaltone, una specie di silenzioso colpo di mano ferroviario strisciante. Con lAlta velocità in versione Moretti, insomma, diventa di giorno in giorno più concreto il rischio che le ferrovie si trasformino in una cosa diversa da ciò che furono e che fino a prova contraria dovrebbero continuare ad essere, possibilmente migliorando, considerato che sono di proprietà del Tesoro e sussidiate in larga misura dallo Stato, cioè dai contribuenticon le tasse. Somigliano sempre meno ad unazienda con il compito di offrire a tutti e a prezzi ragionevoli un servizio sociale o universale sui 16 mila chilometri di binari. E sempre di più ad una società concentrata su poche tratte redditizie, a cominciare dalla più redditizia di tutte, lAlta velocità Roma-Milano-Napoli. I clienti maltrattati, alcune associazioni di consumatori e qualche volta, ma non sempre, i sindacati cominciano a rendersi conto sulla loro pelle di ciò che sta succedendo e cercano di opporsi.
Le Fs a doppia andatura, alla ricerca di risultati sfavillanti e sprint su poche tratte, ma sempre più povere sul resto dei binari, non sono affatto lo sbocco inevitabile dellAlta velocità, ma il punto darrivo di una scelta perseguita dallattuale dirigenza dei treni. Al netto degli sprechi e delle costose opere di compensazione costruite per tacitare le opposizioni degli enti locali, lAlta velocità in Italia è costata molto più che altrove perché progettata proprio come elemento di un sistema più ampio, a cominciare dalle pendenze dei tracciati appenninici studiate in modo che potessero essere percorse anche da convogli normali.
I primi a mettere le mani sul documento ferroviario riservato sono stati i redattori della Voce dei ferrovieri, mensile di categoria Cisl. Conferma il segretario, Giovanni Luciano: Gli unici segni positivi di quel piano sembra siano quelli dei ricavi ottenuti con laumento dei servizi a mercato e delle tariffe e con la diminuzione dei costi operativi perseguita soprattutto con un taglio di 10.500 unità. Lo sfoltimento degli organici ferroviari in realtà sta procedendo a ritmi serrati. Nel 2000 i dipendenti erano 109 mila, 4 anni dopo furono prepensionati o invitati ad uscire 4 mila persone; nel 2006 lorganico per la prima volta fu portato sotto la soglia delle 100 mila unità e il ritmo dei tagli è aumentato con larrivo di Moretti alla guida dellazienda: nel 2007 discesa a 90 mila unità, lanno successivo vengono espulsi di nuovo 5 mila ferrovieri e nel 2009 altri 4 mila. Ora sono 81 mila. Il fatto che il ridimensionamento sia stato attuato da Moretti, manager con un passato di comunista e dirigente dei ferrovieri Cgil, non ha favorito i rapporti con i sindacati. Per la verità i rappresentanti dei lavoratori allinizio guardavano con un occhio di riguardo il nuovo capo dellazienda, riconoscendogli se non altro una competenza in materia che altri amministratori prima di lui non avevano affatto.
STRATEGIE. Con il passare del tempo, però, i sindacati o almeno una parte di essi, hanno cominciato a temere che i tagli allorganico non siano solo una faccenda dolorosa, ma forse inevitabile, di risparmi e razionalizzazioni, ma il primo passo di un progetto di stravolgimento della natura dellazienda. Attacca con estrema durezza il segretario dei ferrovieri Cisl: Tagliare servizi, chiudere impianti, portare allesterno il lavoro dei ferrovieri e ridurre la ferrovia alla piccola Alta velocità forse da quotare in Borsa per poi provare a combattere i francesi sul Milano-Parigi, forse potrà piacere a qualcuno. A noi no. Prima di Moretti, Giancarlo Cimoli è passato da unoperazione straordinaria allaltra e quando se nè andato, abbiamo dovuto raccogliere le macerie. Non vorremmo succedesse di nuovo.
Torino. Minacce a Borghezio: rinviati a giudizio due anarchici
Un fantoccio assassino
Due anarchici della FAI torinese sono stati
rinviati a giudizio si va in aula il 18 giugno – per minacce e
diffamazione nel confronti delleuroparlamentare leghista Mario Borghezio.
Il PM è Antonio Rinaudo, famoso per laccanimento contro gli studenti
della pantera e per imprese come la denuncia per atti osceni in luogo
pubblico a due ragazzi pescati a baciarsi nei pressi dellabitazione del
prode magistrato.
Alla vigilia dello scorso 25 aprile davanti alla sede della Lega apparve
un fantoccio con la faccia di Borghezio appeso a testa in giù, come
Mussolini a piazzale Loreto. Manifesti analoghi vennero attaccati in
città. Un gesto simbolico per ricordare che oggi il fascismo ha il volto
della Lega. Dalle squadracce alle ronde, dalle camice nere alle camicie
verdi, dalle leggi razziali a quelle razziste, da ebrei e rom a immigrati
e rom. La musica è sempre la stessa. Come la Resistenza.
A suo tempo ne hanno parlato TV e giornali. I politici di ogni colore
hanno espresso solidarietà allesponente leghista.
Il tutto per una locandina ed un manichino, messi in città per smuovere la
memoria e la coscienza sopita di chi ama credere che il fascismo sia
passato e non possa tornare, che gli orrori di allora non possano
ripetersi.
Era la vigilia del 25 aprile.
I manifesti con la celebre foto di Mussolini legato per i piedi a piazzale
Loreto avevano fatto la loro comparsa per le strade di Torino. Con un
abile fotoritocco la faccia del Cavalier Benito era stata sostituita da
quella delleurodeputato del Carroccio. I manifesti erano firmati dalla
FAI torinese.
La notte tra il 23 e il 24 aprile appeso a testa in giù, Mario Borghezio
faceva mostra di se di fronte alla sede provinciale della Lega in via
Poggio 23, nel cuore di Barriera di Milano.
Sui muri la scritta Lega=fascismo, sotto il campanello il cartello
Bossi, Maroni, Borghezio
a piazzale Loreto cè ancora tanto posto! Un
po più in là una grossa A cerchiata rossa.
Naturalmente quello di Borghezio era solo un fantoccio.
Loriginale è un tipo decisamente poco raccomandabile. Comincia la sua
carriera politica nella Legione, poi, dopo una breve parentesi nella DC,
passa ai neonazisti di Ordine Nuovo di Rauti e Maceratini. Orbita
nellarea della rivista Orion e, anche dopo lapprodo leghista, mantiene
stretti legami con la destra neofascista italiana ed europea. Frequenti i
suoi comizi a fianco di Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova, formazione
che ha adottato il dente di lupo, uno dei simboli delle Waffe SS, e si
ispira alla Guardia di ferro movimento antisemita, ultracattolico e
terrorista rumeno degli anni 30.
Vale la pena ricordare alcune delle sue più celebri imprese.
Nel 1993 viene condannato ad una multa di 750.000 lire per aver picchiato
un bambino. Naturalmente la sua piccola vittima era un marocchino.
Nel 2000, a capo di un robusto e bellicoso manipolo di camicie verdi, sale
sullintercity Torino Milano. In uno scompartimento occupato da ragazze
nigeriane fa partire una vera pulizia etnica spruzzando i sedili e le
malcapitate con il disinfettante.
Il primo luglio dello stesso anno appicca il fuoco al ricovero di alcuni
immigrati rumeni sotto un ponte. Per un pelo non ci scappa il morto. Dopo
uniniziale condanna a 8 mesi se la caverà in Cassazione con una multa.
Lultima volta si è fatto beccare con le mani nella marmellata in Francia,
ad un convegno della destra identitaria svoltosi a marzo dello scorso
anno.
Dopo il suo intervento ufficiale, credendosi a microfoni spenti,
Borghezio si rivolgeva ai suoi camerati neofascisti argomentando che
Occorre insistere molto sul lato regionalista del movimento. È un buon
modo per non essere considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì
come una nuova forza regionalista, cattolica, eccetera eccetera
ma,
dietro tutto ciò, siamo sempre gli stessi. In Francia quel fuori
programma venne discusso per settimane su TV e giornali. In Italia gira
semiclandestino su youtube. Nessuno ne ha parlato. E chi oserebbe? Al
ministero dellInterno cè il leghista Maroni. I fascisti sono al governo
nel nostro paese.
I nostri due compagni sono accusati di aver minacciato e diffamato
Borghezio, con manifesti, comunicati internet e con il fantoccio appeso di
fronte alla sede della Lega.
Sono accusati di aver detto e scritto che Borghezio è un fascista ed un
razzista.
Sono accusati di aver voluto ricordare, alla vigilia del 25 aprile, che la
Lega Nord è il fascismo che torna, che il fascismo non è morto in quel
lontano aprile quando nelle strade di Barriera i partigiani combattevano e
morivano per la libertà e per la giustizia sociale. Senza se e senza ma.
Oggi il fascismo colpisce ogni giorno.
I CIE, centri per immigrati senza carte, stanno trasformandosi nei lager
del nuovo secolo. Sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli
che non servono più. I muri che rinchiudono le vite dei migranti, sono
intrisi del dolore dei tanti uomini e delle tante donne che vi assaggiano
ogni giorno processi lampo, soprusi, pestaggi, umiliazioni, stupri.
Il diritto legale di vivere nel nostro paese è riservato solo a chi ha un
contratto di lavoro, a chi accetta di lavorare come qui nessuno più era
obbligato a fare. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi
schiavi di questEuropa fatta di confini e filo spinato. Gente la cui vita
vale poco o nulla.
È scritto nelle leggi. Leggi razziste.
Ma a quelli come Borghezio non bastano certo. Il loro appetito assassino è
insaziabile. Vi ricordate di Irene Pivetti? Prima di tagliarsi i capelli e
mettere in mostra il culo faceva la presidente della camera dei deputati,
esibendo tanto di Croce di Vandea al petto. Disse che gli immigrati
bisognava buttarli a mare. Neanche un mese dopo, era il marzo del 1997,
una corvetta della Marina Militare Italiana la prese in parola, speronando
la Kater I Rades, una carretta piena di albanesi. I morti annegati
furono 106. Il ministro dellinterno era il post comunista Napolitano, uno
il cui nome è indissolubilmente legato allistituzione delle prigioni per
immigrati. Ricordiamolo sempre. Se non fossero stati tutti daccordo la
disuguaglianza per legge non sarebbe stata fissata nei codici.
Ogni giorno, ogni ora, qualcuno muore in mare, inghiottito dalle norme
razziste che impediscono la libera circolazione degli individui.
LItalia è in guerra. Come ai tempi di Mussolini. Quelli come Bossi,
Pivetti, Maroni, Borghezio sono fatti della stessa pasta.
E gli anarchici, oggi come allora, finiscono in tribunale.
Compagni e compagne della FAI Torinese
Chi lo volesse vedere il manifesto sotto accusa lo trova qui:
http://piemonte.indymedia.org/article/4710
Qui le foto del fantoccio di Borghezio appeso:
http://piemonte.indymedia.org/article/4772
Perché solo il Vaticano fa notizia?
Vittorio Messori e i preti pedofili
Ah, i quotidiani “indipendenti”! Sulle questioni strettamente politiche (in pratica: guerre, elezioni e televisioni) li trovi spesso schierati, addirittura faziosi. C’è poco da fare: ordini di scuderia. Su questioni un po’ più generiche, invece, adottano una formula scrupolosamente cerchiobottista. Arriva sui mercati la patata transgenica? Notizia, un articolo pro e uno contro gli OGM. E’ in discussione la legge sulle cure palliative? Notizia, un articolo pro e uno contro l’uso dei derivati dell’oppio. Scoppia lo scandalo dei preti pedofili? Notizia, un articolo pro e uno contro…
Sì, avete capito bene: anche un articolo pro preti pedofili. La formula cerchiobottista lo esige e i quotidiani indipendenti si attengono alla consegna. Sono preparati, hanno uno staff di professionisti della penna, gente che gli dai un qualsiasi temino e te lo svolge nei tempi e col numero di caratteri richiesti, senza se e senza ma. E se proprio i professionisti “normali” non ce la fanno – ammettiamolo, per difendere i preti pedofili ci vuole un pelo sullo stomaco davvero fuori dell’ordinario – ricorrono a quelli “super”: i fuoriclasse, gli acrobati delle cause insostenibili, i virtuosi dell’argomentazione paralogica.
Vittorio Messori è uno dei fuoriclasse sul libro paga del Corriere della Sera. La sua specialità è il paranormale – è capace di sostenere l’autenticità delle guarigioni di Lourdes e delle apparizioni della Madonna di Medjugorie senza farsi ridere addosso. Per questa sua indiscutibile abilità gli commissionano la difesa della Chiesa Cattolica Romana su qualsiasi fronte. E così questa volta gli è toccato l’articolo pro preti pedofili, da collocare a destra di quello contro, affidato a Alberto Melloni, sotto la notizia, curata da Danilo Taino – il tutto sul Corriere dell’11 marzo 2010, p. 19.
Compito davvero arduo, povero Messori. Tanto che nemmeno lui, il fuoriclasse, ce l’ha fatta fino in fondo. Gli argomenti addotti risultano pretestuosi, il discorso confuso, gli esempi poco credibili. Messori salta di palo in frasca, si contraddice, finisce fuori tema. Ma vediamo in dettaglio.
L’incipit è a dir poco grottesco: colpa del sessantotto! del sessantotto che ha predicato «libertà di sesso per chiunque e con chiunque!». E poi di seguito – senza nemmeno andare a capo: i difensori dei bambini già nati non difendono abbastanza i bambini non nati! Non voglio nemmeno commentare questo inizio decisamente sgangherato, chiuderò un occhio, abbozzerò addirittura una giustificazione: Messori doveva pur caricarsi per svolgere un tema così difficile. E lui per caricarsi pensa al sessantotto, da cui è rimasto traumatizzato da piccino; pensa alle femministe, alle donnacce che prendono la pillola, magari la pillola del giorno dopo, magari la famigerata RU486 e chissà dove andremo a finire, altro che stupratori di bambini… Eccolo che si arrabbia, gli va il sangue alla testa, sragiona: è pronto, ora può sostenere qualsiasi cosa. Detto tra noi, Messori: d’accordo, ognuno ha i suoi bravi metodi di riscaldamento, ma – dia retta – la prossima volta cestini i due primi capoversi.
Nei capoversi successivi, in effetti, Messori un pochino si ripiglia e segue un’argomentazione più coerente: quella che dà il titolo al pezzo, Il vaticano sembra il solo a fare notizia. Perché prendersela solo con i preti cattolici? chiede ai lettori. Forse che non ci sono pedofili al di fuori della Chiesa Apostolica Romana? Ci sono ambienti laici in cui il vizietto addirittura prospera, osserva. Lui ne ha conosciuto qualcuno, ne parla ai lettori scusandosi di prendere spunto dall’esperienza personale: i collegi per soli maschi in cui fece domanda come assistente dopo l’università, i manicomi «in procinto di chiusura per la legge Basaglia» che visitò come inviato di un quotidiano, le «navi di ogni bandiera che solcano i mari» dove i piccoli mozzi…
I piccoli mozzi, Messori? Dove l’ha incontrato il capitano di mare che le ha raccontato questa storia? Aveva una gamba d’osso di balena? Sedeva sulla cassa del morto con una bottiglia di rum? Si aggiorni: temo siano altri, oggi, i problemi dei lavoratori marittimi. Quanto ai collegi per soli maschi, dove ha scovato quelli laici in cui ha fatto domanda? In Italia sono tutti in mano agli ordini religiosi – oppure ai militari. E quanto ai manicomi: certo, erano luoghi di prepotenze, violenze e soprusi – non certo solo a danno dei minori. Violenze denunciate appunto da Basaglia e da Psichiatria Democratica, tanto che sono stati chiusi. Non mi risulta invece che siano stati chiusi i cori di voci bianche oggi al centro delle denunce a Berlino, a Magonza e a Ratisbona, né gli oratori, i convitti, le comunità gestite da cattolici dove innumerevoli altri scandali sono scoppiati. Risulta invece – ne parla Danilo Taino nell’articolo deputato a “dare la notizia” prima dei commenti – una disdicevole copertura dei fatti e dei colpevoli da parte delle gerarchie vaticane. Lo stesso Joseph Ratzinger, quando era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, «in una lettera solenne a tutti i vescovi, indicò che i casi di abusi sessuali erano da considerarsi secretum pontificium, cioè questione interna alla Chiesa».
Ma non voglio eludere la domanda di fondo posta da Messori: perché solo il Vaticano fa notizia? «Chi si sdegna per le malefatte di un prete, più che per quelle di chiunque altro, è perché lo lega a un ideale eccelso che è stato tradito», dice Messori. Certo, c’è anche questo: il mestiere di infermieri e marinai non consiste nel fare la morale, l’ipocrisia di chi predica bene e razzola malissimo indubbiamente colpisce, “fa scandalo”.
Ma c’è dell’altro, Messori. Senz’altro esistono – oltre ai preti pedofili – infermieri pedofili, marinai pedofili, suppongo anche dentisti pedofili, idraulici pedofili, notai pedofili, farmacisti pedofili e – perché no? – rabbini pedofili, muftì pedofili… Com’è allora che la pedofilia non viene associata all’ordine dei notai o a quello dei farmacisti – viene invece associata, nel sentire comune, al clero cattolico? Pregiudizi? Calunniose campagne “laiciste”? Temo, Messori, che contino anche i numeri, le statistiche. Voglio dire, farmacisti pedofili e muftì pedofili si possono probabilmente paragonare, quanto a frequenza statistica nelle rispettive categorie, alla classica mela marcia nel cesto. Mentre alla Chiesa cattolica, di mele, glien’è marcito mezzo magazzino! Tanto che perfino gli alti prelati cominciano a chiedersi se non ci sia qualcosa che non va nel modo in cui quelle mele vengono coltivate e conservate. Conservarli celibi a tutti i costi, per esempio… ha provato a dire il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna. Ma lo hanno zittito subito. Il prete «vive un’intima relazione con Dio», hanno detto (Corriere della Sera del 12 marzo 2010, p. 24, articolo di M. Antonietta Calabrò) – e tanto gli basti.
Maria Turchetto
12 marzo 2010
Miele, propoli e veleni: uno scandalo silenzioso
L’inchiesta de Il Salvagente in edicola domani. Il Codacons valuta la class action.
Enrico Cinotti
Propoli al pesticida.
La notizia è di quelle che fa raggelare molti di noi: uno degli integratori alimentari naturali più utilizzati per combattere i mali di stagione è stato contaminato da acaricidi, sostanze vietate perché ritenute neurotossiche per l’uomo. La copertina del nostro settimanale (Il Salvagente numero 7, di seguito l’immagine) in edicola domani è dedicata al miele e ai veleni. Un’inchiesta che già registra le prime reazioni.
Il Codacons: ennesimo scandalo, pensiamo a una class action
“Ennesimo scandalo alimentare in Italia, stavolta avvenuto nel silenzio più totale dei mass media”: così interviene il Codacons sul propoli contaminato.
”E’ necessario”, dichiara il presidente dell’associazione Carlo Rienzi, “che siano resi pubblici non solo i nomi delle aziende coinvolte, ma anche quelli degli apicoltori che hanno utilizzato sostanze illegali”.
Questo perché, prosegue Rienzi, “stiamo valutando la possibilità di avviare una class action in favore dei cittadini che hanno acquistato e consumato propoli contaminato, attraverso la quale chiedere il risarcimento per i rischi alla salute corsi relativamente al consumo di alimenti inquinati da pesticidi nocivi”.
L’allerta alimentare: l’anticipazione della nostra inchiesta
Nel silenzio dei grandi organi di informazione, l’8 febbraio scorso il ministero della Salute è stato costretto a lanciare un’allerta alimentare e a notificare alla Ue il ritiro dal mercato italiano dei prodotti incriminati.
La misura è stata adottata dopo la scoperta dal corpo forestale dello Stato di 11mila confezioni contenenti 450mila pastiglie al propoli contaminato in provincia di Torino. L’operazione ha fatto seguito a quella del 14 gennaio scorso quando furono sequestrati dai militari 2mila confezioni di propoli in provincia di Forlì.
L’indagine diretta dalla Procura di Ascoli Piceno è partita dalle investigazioni del comando della forestale di Comunanza, alle dipendenze del comando provinciale di Ascoli Piceno, lo stesso che portò alla luce lo scandalo del latte all’Itx e del peperoncino inquinato con un potente insetticida. E ora promette nuovi inquietanti sviluppi che riguardano il miele biologico e la stessa cera prodotta negli alveari.
Le aziende ritirano
Spiega Ernesto Corradetti, del laboratorio chimico dell’Arpam, l’Agenzia per l’ambiente delle Marche: “Analizzando per conto del corpo forestale diversi campioni di miele ci siamo resi conto che quasi tutti riportavano la presenza di due principi attivi di pesticidi, impiegati per combattere la Varroa, un pericoloso acaro delle api, non consentiti in apicoltura”. Se però nel miele le quantità rintracciate sono risultate nei limiti di rilevabilità, le analisi specifiche condotte sui prodotti dell’alveare, cera e propoli, hanno invece accertato livelli di concentrazione abbondantemente superiori al consentito.
Da qui è scattata l’operazione in due fasi da parte del corpo forestale e due aziende, la Equilibra di Orbassano (Torino) e la Apicoltura Primitivo di Bagno di Romagna (Forlì), sono state costrette al ritiro delle loro confezioni di perle a base di propoli. Parallelamente è scattato l’allarme che il ministero della Salute ha notificato alla Ue attraverso il Rasff, il sistema di allerta rapido per i prodotti alimentari non conformi, oltre all’immediato ritiro dal mercato dei prodotti contaminati.
Propoli al pesticida
A inquinare il propoli, il rimedio antibiotico naturale, una resina esterna delle piante che le api raccolgono e utilizzano per isolare e proteggere l’alveare, sono due pesticidi: il chlorfenvinphos, bandito dalla Ue dal 2003, e il coumaphos, il cui utilizzo in apicoltura è vietato.
Entrambe le sostanze chimiche sono impiegate illegalmente per combattere la Varroa, un acaro che si attacca alle api e le debilita fino a provocarne la morte. Il chlorfenvinphos, in particolare, è riconosciuto dall’Oms come una sostanza tossica per il sistema nervoso dell’uomo. Per questo, con un decreto del giugno 2003, l’Italia, recependo un regolamento europeo, ne ha vietato l’utilizzo, la circolazione sul territorio nazionale e ha imposto la distruzione di tutte le scorte presenti.
Livelli 10 volte sopra il consentito
Proprio perché l’utilizzo dei due acaricidi è vietato, non si può ammettere, nel miele come nella propoli, nient’altro che il limite rilevabile dagli strumenti di analisi: 0,01 milligrammi per chilo nel caso del chlorfenvinphos e 0,1 milligrammi per chilo per il coumaphos. “Dalle nostre analisi – spiega Corradetti – nelle propoli contaminate il primo pesticida riportava livelli 10 volte superiori e il secondo tra le 5 e le 8 volte”.
Cera contaminata per risparmiare
Ma perchè, nostante i divieti e le prove di pericolosità, si utilizzano questi due pesticidi? Per contrastare la Varroa, in realtà, sono ammesse solo tre sostanze: il timolo, l’acido ossalico e il fluvalinate. Il trattamento di disinfestazione dura un mese e ogni settimana l’apicoltore deve sostituire una pasticca in ogni arnia. Emanando un certo odore, l’acaro si stacca dall’ape e cade in trappola. Costo previsto: 6-7 euro a trattamento per ciascun alveare.
Meno macchinoso e più economico invece è il metodo illegale. Si prende una tavoletta di sughero, la si imbeve con i due pesticidi vietati e si sistema nell’arnia. A fine mese il risultato è garantito come anche il risparmio per l’apicoltore: il trattamento illegale ha un costo tra i 50 centesimi e un euro. Ma le controindicazioni sono terribili.
“Questi acaricidi – aggiunge l’esperto dell’Arpam – sono liposolubili (si sciolgono nei grassi, ndr) e dunque si “attaccano” alla cera e al propoli. Per questo motivo il miele da noi analizzato è risultato sì contaminato ma nei limiti di rilevabilità tecnica mentre gli altri prodotti erano fuori norma”.
Il meccanismo
Il meccanismo è semplice. La cera fa da scudo, ovvero assorbe tutte le sostanze e impedisce così che nel miele vengano trasferite le sostanze incriminate. Un problema da non sottovalutare. Perché, se è vero che la cera non si mangia, esistono molti prodotti cosmetici a base di cera di api.
Di più: la cera si ricicla per allestire l’alveare. Ogni anno, asportato il miele dall’alveare, l’apicoltore prende la cera e la conferisce presso i consorzi apistici o la consegna ad aziende preposte alla sua purificazione. In questi centri tutta la cera viene pastorizzata per poi essere trasformata in “telaini” o fogli cerei. Fogli di cera che saranno di nuovo acquistati dall’apicoltore per allestire l’alveare. E proprio su quella cera le api cominceranno a produrre il loro fluido dorato.
Contaminazione a catena
Ma se un apicoltore impiega sostanze illegali, la cera “contaminata”, una volta mescolata e rigenerata in altrettanti fogli cerei, è in grado di contaminare altri ignari produttori attraverso gli stessi fogli di cera. “C’è una contaminazione a catena”, spiegano fonti vicine all’inchiesta. “L’uso di questi acaricidi chimici – proseguono – purtroppo è molto diffuso specie nel Nord Italia”.
Talmente diffuso che, prelevando l’anno scorso dei fogli cerei presso la più grande fiera italiana del settore, la Apimel di Piacenza, gli inquirenti hanno trovato nella cera livelli di contaminazione elevatissimi. Con un pericolo in più, oltre a quello della tossicità: l’acaro che nasce su un foglio cera contaminato, infatti, acquisisce una bio-resistenza agli stessi pesticidi. Risultato: l’acaro sopravvive al veleno e sui prodotti dell’alveare l’allerta resta alta.






