Archivio di febbraio 2010
Quando le escort erano prostitute – di Giorgio Antonucci
Giorgio Antonucci
Nel 1958, mentre studiavo medicina, lavoravo come assistente volontario di antropologia culturale e mi chiesero di occuparmi di donne che uscivano dalle case di tolleranza appena chiuse dalla Legge Merlin. Queste donne venivano aiutate da organizzazioni cattoliche, e non, a reintegrarsi nella società. Era una vera necessità, in quanto uscivano da un vero e proprio stato di reclusione in cui lo Stato alimentava lo sfruttamento, lo legalizzava e permetteva che le donne che esercitavano la prostituzione vivessero in condizioni di clausura con tanto di schedatura e carta di identità differenziata. La Legge Merlin, fu quindi sacrosanta, perchè non intendeva regolamentare il sesso a pagamento, ma difendere i diritti delle donne, tanto che fece inserire nel codice penale lo sfruttamento e non l’esercizio della prostituzione.
Con la nuova legge, le ex prostitute, si trovarono senza prospettive lavorative, considerate con disprezzo e senza essere poste in condizione di rifarsi una vita.
Ricordo che la legge fu contestata a destra e a sinistra e contro la chiusura si schierarono personaggi come Indro Montanelli, ma anche come Federico Fellini.
Il regista riminese, per esempio, rivestiva i bordelli di un’aurea romantica ma le donne che ho conosciuto io nel 1958 non ispiravano nessun romanticismo. Avevano necessità urgenti, quali trovare un lavoro e una collocazione nella società, cosa non semplice, vista l’etichetta che si portavano dietro. Con loro feci quel lavoro che decenni dopo dovetti fare quando lavorai alle chiusure dei manicomi, anche in questo caso era necessario, ma non sufficiente, liberare le persone recluse.
Non va dimenticato che le case di tolleranze sorsero ai tempi di Cavour che, ispirandosi a Napoleone, pensava di regolamentare la vita sessuale degli italiani con le case di tolleranza che fungevano da paravento alla moralità pubblica e ai problemi famigliari. Lo Stato, quindi, proteggeva il cliente da problemi igienici e di salute, ma a senso unico. Ovvero considerando solo le donne, che venivano sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio, portatrici di malattie veneree.
D’altra parte, anche Cavour si ispirava allo stato etico di Hegel, una concezione che, successivamente venne proseguita sia dai regimi fascisti che da quelli comunisti.
Si tratta di quello che Tomas Szaz chiama “Stato terapeutico”, uno stato che controlla i costumi e, fondamentalmente, considera i cittadini dei malati che vanno curati.
Ma nello stato etico o terapeutico, come mostrano i giornali di oggi, vi è una doppia morale, per cui se i cittadini si drogano o vanno con le prostitute vanno puniti, mentre se ci vanno i potenti si tira fuori il gossip, il garantismo e via dicendo.
La morale evidentemente è fatta dai potenti ed è imposta a chi non ha potere. La legge non è uguale per tutti e mentre un comportamento “amorale” di un potente viene visto come un vizio di poca importanza, lo stesso comportamento da parte di un debole può costare la galera, o la reclusione. Magari in manicomio o in clinica psichiatrica.
Nel 1958, quindi, mi ritrovai in forti difficoltà sui consigli da dare a queste donne che in alcuni casi rischiavano di finire sfruttate da sfruttatori privati e non più pubblici.
Il problema, infatti, non è la prostituzione, ma lo sfruttamento. Che poi sia nei confronti di una prostituta o di un’operaia poco cambia, le persone devono comunque essere considerate libere e mai schiave. Ricordo una volta che una ex prostituta venne rinchiusa in manicomio perché in crisi di nervi a seguito di un litigio. Non riuscii a evitare il ricovero della donna, ma compresi, per la prima volta, che il problema non era medico, ma di potere.
Anche a Gorizia nel manicomio che Basaglia stava chiudendo, erano rinchiuse ex prostitute e donne considerate “immorali” perché avevano più di un uomo. Ma né lì, né altrove, ho mai trovato il contrario, ovvero uomini reclusi perchè avevano avuto troppe donne.
Giorgio Antonucci
(marcos)
da La Nuova Ecologia.it – il giornale di Legambiente
lunedì 18 gennaio 2010
Acqua, reti colabrodo e record a Sud
Ogni giorno usiamo 250 litri a testa
Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%. Le maggiori dispersioni in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo. E il prelievo di acqua potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi
“In Italia per ogni 100 litri di acqua erogata si preleva una quantità di 165 litri, cioé il 65% in più”. Una rete colabrodo che evidenzia le maggiori dispersioni nelle regioni del Sud, dove per erogare 100 litri di acqua ne servono quasi altri 100. Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%”. Questa la fotografia scattata dall’Istat e contenuta nel ‘Censimento delle risorse idriche a uso civile’ per l’anno 2008, presentato ieri a Roma. Rispetto alla dispersione anche in Valle d’Aosta si devono prelevare 158 litri per averne erogati 100, nella provincia di Trento 109, in Sardegna 104.
Le maggiori dispersioni di rete si osservano in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo dove, per ogni 100 litri di acqua erogata, se ne immettono in rete circa 80 litri in più. Mentre le dispersioni minori si registrano in Lombardia e nelle province autonome di Trento e Bolzano, con un eccesso di immissione in rete inferiore ai 30 litri per ogni 100 erogati. Tra i comuni con più di 200.000 abitanti, Bari ha la maggiore dispersione di acqua, pari a 106 litri in più immessi per 100 litri erogati, seguono Palermo con 88 litri, Trieste con 76. Dispersioni superiori al 50% per Catania, Roma, Napoli, Torino e Padova.
Mentre al di sotto del 35% sono quelle a Venezia, Milano, Firenze e Bologna. Una situazione che nel 2005 necessitava del 67% di prelievo in più e del 68% nel 1999, e che secondo il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, “preoccupa” anche se “c’é lo spazio per migliorare l’efficienza” della rete. A questo proposito, dice, “molto dipende dagli investimenti dei comuni”. Le dispersioni in Italia, spiega l’Istat, sono dovute sia per garantire afflusso alle condutture di acqua concesse alle imprese industriali, sia a prelievi non autorizzati, ma anche a perdite e mancata regolazione.
Inoltre, il consumo medio italiano di acqua si attesta sui 250 litri al giorno pro-capite. Ci sono differenze rilevanti da regione a regione: per l’acqua immessa si va dai 497 litri al giorno della Valle d’Aosta ai 277 dell’Umbria; per l’acqua erogata il maggior quantitativo è della provincia di Trento con 348 litri, il minimo della Puglia con 174 litri. Nel 2008, riferisce l’Istat, il prelievo di acqua a uso potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi (più 1,7% rispetto al 2005 e più 2,6% rispetto al 2006); aumenti significativi si registrano nelle regioni del nord-est e del centro, mentre altrove si osservano riduzioni dovute alla carenza di precipitazioni. Nel 2008 il 32,2% dell’acqua prelevata è stata sottoposta a trattamenti di potabilizzazione, la quota varia in base alle caratteristiche idrogeologiche del territorio. Le regioni con la maggior quota di potabilizzazione di acqua sono la Sardegna con l’89,2%, la Basilicata con l’80,5%, la Liguria con il 55,6% e l’Emilia-Romagna con il 53,7%. I livelli più bassi si osservano nel Lazio con il 2,9%, in Molise con l’8,9% e in Campania con il 9,1%.(Ansa)
1 M A R Z O: s c i opero dei mi gra nti “24 ore s e nz a di noi”
I lavoratori immigrati sono parte integrante del movimento operaio. Essi sono sottoposti allo stesso sfrutta-
mento dei lavoratori nati in Italia, e quelli tra di loro che non hanno il permesso di soggiorno sono spesso oggetto
di vere e proprie rapine da parte di una borghesia senza scrupoli, che oltre a pagare salari di fame senza contri-
buti sempre più spesso non paga neppure quanto pattuito, nei campi, sui cantieri, nelle officine, nei ristoranti. E
proprio questa vorace borghesia predatrice lancia campagne contro gli immigrati e i clandestini, assecondata dai
vari governi con leggi sull’immigrazione sempre più restrittive, fino alla criminalizzazione di chi è senza quel
pezzo di plastica che è divenuto sempre più difficile da ottenere. E sono loro, i clandestini e gli immigrati in
generale, a pagare il costo più pesante della crisi con la disoccupazione e la privazione dei mezzi di sostenta-
mento.
Molti lavoratori immigrati, coloro che lavorano in fabbrica o sui cantieri a fianco di lavoratori italiani sindaca-
lizzati, si sono già organizzati e sono in prima fila nelle lotte per la difesa delle condizioni di lavoro. Sono
sempre più visibili nelle stesse manifestazioni sindacali. In diversi casi ci sono stati scioperi di soli immigrati
laddove “cooperative” che nascondono la peggior forma di sfruttamento – spesso con la connivenza dei sinda-
cati confederali – pensavano di poter esercitare uno sfruttamento senza limiti assumendo solo immigrati; e sono
stati tra i pochi scioperi vittoriosi di questi anni: dalla DHL di Corteolona alla Bennet di Origgio e la Fiege di
Brembio grazie al supporto del sindacalismo militante dello SLAI e della partecipazione di militanti rivoluzio-
nari e antirazzisti. Con queste lotte gli operai immigrati hanno alzato la testa e si sono posti alla testa del movi-
mento operaio italiano, dimostrando che è falsa la tesi nazional-sindacale e socialimperialista che l’immigrazione
indebolisce questo movimento e abbassa i salari. Tuttavia la grande maggioranza dei lavoratori immigrati rimane
dispersa in una miriade di attività – si pensi alle centinaia di migliaia di badanti e colf, ma anche ai bar e risto-
ranti, ai piccoli laboratori, e fa fatica a organizzarsi, come anche i lavoratori italiani nelle medesime condizioni.
A Parigi un anno fa i lavoratori sans papiers hanno organizzato uno sciopero che ha bloccato i bar del centro e
il pranzo di migliaia di impiegati, rendendo visibile la propria presenza e iniziando un movimento di lotta per il
permesso di soggiorno – ossia la fine della condizione di paria privi dei diritti degli altri lavoratori – che è
cresciuto in questi mesi e ha costituito il proprio quartier generale in un enorme edificio governativo occupato da
migliaia di immigrati che hanno costituito il “ministero dell’immigrazione”, con gruppi di lavoro, assemblee,
seminari, manifestazioni settimanali, tra cui di recente una manifestazione davanti all’ambasciata italiana, contro
il governo italiano e in solidarietà con gli immigrati di Rosarno.
Dalla Francia è anche partita la proposta di una giornata di lotta dei migranti, lunedì 1 marzo, “24
ore senza di noi”, per rendere visibile l’apporto degli immigrati all’economia, l’indispensabilità della
loro presenza per gli stessi autoctoni e per “il paese”.
Si tratta di una proposta prevalentemente mediatica, rilanciata anche dalla stampa italiana, che riteniamo
tuttavia utile riprendere con spirito di solidarietà proletaria e internazionalista e non con l’atteggiamento demo-
craticista di chi dice: vedete come vi serviamo bene, quanto siamo utili e carini.
Una giornata che deve essere di lotta, innanzitutto contro il pacchetto sicurezza e per la concessione
del permesso di soggiorno a tutti coloro che sono qui per lavorare. Una giornata che deve servire a
collegare e organizzare i lavoratori immigrati dispersi, a unirli tra loro al di là della nazionalità, e ai
lavoratori italiani più coscienti, a far crescere la coscienza di classe tra gli stessi lavoratori e giovani
italiani, contro le sirene patriottiche e leghiste.
*marcos*
“C’era una volta la città dei matti” fiction su Rai 1- Maria D’Oronzo
Dal libro di poesie “La nave del paradiso” di Giorgio Antonucci:
Mi hanno chiuso in manicomio
a vent’anni
per disturbi di parto
Ora
dopo altri venti
mi hanno proposto
come alternativa
un ospizio per vecchi.
Sorprende che nella fiction su rai 1, “C’era una volta la città dei matti”, i manicomi vengano chiamati per quello che sono – lager -. Franco Basaglia ha vinto una battaglia istituzionale; con il suo lavoro ha indicato il superamento dei manicomi. Oggi le cliniche psichiatriche a volte vengono chiamate ipocritamente comunità terapeutiche, invece i trattamenti sono coercizione fisica con letti di contenzione e camice di forza, coercizione chimica con psicofarmaci, mezzi di distruzione come l’elettroshock, e ricatti psicologici e morali. La legge 180 avrebbe dovuto garantire diritti ai pazienti e ai ricoverati, invece non è cambiato nulla nella cultura dell’esclusione sociale e nella menzogna delle relazioni umane. Colui che in qualche modo dà fastidio viene comunque affidato ai trattamenti psichiatrici. Spesso con conseguenze mortali come nel caso recente dell’anarchico Francesco Mastrogiovanni. Per chi conosce i libri del dottor Giorgio Antonucci questa situazione appare con chiarezza. Nella fiction televisiva è molto chiara tra le altre la storia di Margherita. L’unico modo per rispettare Basaglia è continuare a fare quello che lui faceva per cambiare le cose.
Maria D’Oronzo
(marcos)
Inventori di malattie:Rai.TV
Il servizio mette in evidenza come l’industria farmaceutica finanziarizzata sia oggi in qualche modo costretta ad ingigantire, spesso con attente strategie di marketing della paura, nuove malattie pur di assicurare un rendimento crescente delle proprie azioni. I danni a carico della collettività mondiale e della sua salute sono incredibilmente evidenti. In America più di 5 milioni di bambini vengono trattati con psicofarmaci, semplicemente perché “troppo” vivaci.
)marcos)
Ragazze nigeriane trasferite nei CIE di Milano, Modena, Torino
Hanno agito in piena notte. La polizia le ha prelevate dalle carceri dove
erano rinchiuse e le ha portate in varie CIE. Sono Joey, Hellen, Priscilla,
Debbie, Florence, le cinque ragazze condannate a sei mesi per la rivolta
nel CIE di Milano dello scorso agosto, che avrebbero dovuto essere liberate
questa mattina. Ma per gli immigrati senza documenti non c’è libertà, solo
un’altra galera.
Un folto gruppo di antirazzisti attendeva Joy, la ragazza che ha
denunciato l’ispettore di polizia Vittorio Addesso per stupro, all’uscita
del carcere di Como, per darle solidarietà ed impedire che venisse
nuovamente portata in una galera per immigrati, un CIE. Purtroppo gli
sgherri di Maroni sono arrivati prima.
Ma la lotta per la loro liberazione e la chiusura di tutti i CIE continua
ogni giorno.
Joey è rinchiusa nel CIE di Modena, Debby in quello di Torino, Priscilla a
Milano. Si attendono notizie di Florence e ed Hellen, ma si suppone siano
state a loro volta portate in un CIE.
Gli antirazzisti milanesi hanno fatto un appello per la continuazione
delle iniziative. A Milano c’è un presidio davanti al CIE di Corelli sin
dalle 12.
Per info:
resistere al razzismo
noracism@inventati.org
Bertoladro
laquila | terremoto | altri media
giovedì 11 febbraio, 2010 15:30
scritto da da repubblica.itBertolaso al telefono con Rossetti. Il 21 novembre del 2008 Bertolaso è al telefono con Rossetti, gestore del centro benessere Salaria sport village. Bertolaso chiede a Rossetti di avere “il solito”, “quella brava”. “Sono Guido, buongiorno… Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse… Io verrei volentieri, una ripassatina”. “Perfetto”, risponde Rossetti. “Perché so che è sempre molto occupata… siccome oggi pomeriggio sono abbastanza libero, ti richiamo tra un quarto d’ora”.
ROMA – Una “cricca dei banditi”. Il gip di Firenze racconta la corruzione che ha governato gli appalti della Maddalena e la ricostruzione a L’Aquila. Le escort di Bertolaso e gli imprenditori che la notte del 6 aprile ridono pensando agli appalti.
Il sistema, scrive il gip Rosario Lupo, funzionava così: “Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, incaricati della gestione dei “grandi eventi” (Mondiali di nuoto di Roma 2009, G8 della Maddalena, 150° anniversario dell’Unità d’Italia) insieme a Mauro Della Giovanpaola, pubblico ufficiale della struttura di missione per il G8 della Maddalena hanno asservito la loro funzione pubblica (alquanto delicata, attesi gli enormi poteri a loro concessi e i rilevantissimi importi di denaro e risorse a carico della collettività) in modo totale e incondizionato agli interessi dell’imprenditore Diego Anemone (e non solo). Tale asservimento veniva ben retribuito con vari benefit di carattere economico e non, anche di grande rilevanza patrimoniale: utilità indirizzate o direttamente ai tre pubblici ufficiali o a loro parenti o a soggetti a loro amici (in particolare Anemone e i suoi collaboratori si mettevano a disposizione dei tre, in particolare di Balducci per risolvere loro qualsiasi tipo di esigenza, anche la più banale)”.
E il sistema, scrive ancora il gip, aveva un nome: “Gelatinoso”. “Il caso in questione che ben potrebbe essere definito “storia di ordinaria corruzione” viene qui definito “gelatinoso”. E non dagli investigatori ma dagli stessi protagonisti di tale inquietante vicenda di malaffare in una delle tante conversazioni telefoniche intercettate: “Il mio ragionamento è questo… Loro evidentemente stanno immersi in un liquido gelatinoso che è al limite dello scandalo” (…). Ma “sistema gelatinoso” non è l’unica definizione del Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri. Infatti la struttura cosiddetta della Ferratella (luogo dove ha sede il Dipartimento e di cui fanno parte Balducci, De Santis e Della Giovanpaola) viene definito – senza mezzi termini – dalle molto istruttive conversazioni telefoniche intercettate: “Cricca di banditi”, “Banda di banditi”, “Task force unita e compatta”, “squadra collaudatissima”, “combriccola”, e i suoi componenti “bulldozer”, “veri banditi”, “gente che ruba tutto il rubabile”, “persone da carcerare”".
Anche l’imprenditore Diego Anemone, del resto, a giudizio del gip, si dimostrava all’altezza della qualità della corruzione assicurata dal sistema in ragione del suo network di rapporti, a cominciare da quello con il Capo della Protezione civile e sottosegretario Guido Bertolaso: “È alquanto inquietante – si legge – che sussistano rapporti di collusione (che definire sospetti è mero eufemismo retorico) tra l’introdottissimo (nonostante la giovane età) Diego Anemone e il potente sottosegretario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso (coinvolto nella gestione economica degli appalti aggiudicati con la normativa cosiddetta dei “grandi eventi”) che, come risulta inequivocabilmente dalle intercettazioni telefoniche, frequenta spesso e volentieri Anemone e le sue strutture, per così dire, di “relax”".
Gli appalti e il prezzo della corruzione. Nell’elenco che ne fa il gip, sono almeno cinque gli appalti pilotati da Balducci e la sua “combriccola” della Protezione civile: “Lo stadio centrale del tennis del Foro Italico (Mondiali di nuoto Roma 2009); il Nuovo museo dello sport italiano di Tor Vergata (Mondiali di nuoto); il completamento dell’Aeroporto internazionale dell’Umbria Sant’Egidio di Perugia (Celebrazioni 150 anni Unità d’Italia); la realizzazione Palazzo della conferenza e area delegati (G8 Maddalena); la residenza dell’Arsenale (G8 Maddalena)”. Il prezzo della corruzione sono ristrutturazioni di immobili, auto di lusso a sbafo, assunzioni di domestici e figli, favori sessuali con pagamento di escort a domicilio.
Scrive il gip: “Angelo Balducci: utilizzo di due utenze cellulari; personale di servizio nella proprietà di Montepulciano; uso di autovettura Bmw serie 5; messa a disposizione di Rosanna Thau (moglie di Balducci) di una Fiat 500; fornitura di mobili (un divano e due poltrone) per la proprietà di Montepulciano; esecuzione di lavori di manutenzione e riparazione negli immobili di Roma e Montepulciano; assunzione di Filippo Balducci (figlio di Angelo e della sua compagna Elena Petronela Buchila); messa a disposizione di Filippo Balducci di autovettura Bmw del valore di 71mila euro; lavori di ristrutturazione per l’appartamento di Filippo Balducci in via Latina a Roma con fornitura di materiali di arredo in legno e tessuti; viaggi a bordo di aerei privati; numerosi soggiorni su sua richiesta all’hotel Pellicano di Porto Santo Stefano; assunzione, su sua richiesta, di Anthony Smith e messa a disposizione di un’abitazione.
“Fabio De Santis: affidamento di lavori pubblici in subappalto a Marco De Santis; utilizzo di un’utenza cellulare; fornitura di mobili destinati alla sua abitazione; prestazioni sessuali a pagamento a Venezia (17 ottobre e 28 agosto 2008) e Roma (13 novembre 2008).
“Mauro della Giovanpaola: prestazioni sessuali a pagamento a Venezia tra il 17 e il 18 ottobre 2008; uso di un immobile con personale di servizio all’isola della Maddalena; messa a disposizione di tre autovetture Bmw; fornitura di mobili per la sua abitazione”.
Bertolaso, il giovane Anemone, i contanti e i favori sessuali. L’iscrizione di Guido Bertolaso al registro degli indagati per concorso in corruzione ha – a giudizio del gip – un fondamento probatorio evidente. “Sono emerse dalle intercettazioni telefoniche conversazioni nelle quali il Bertolaso viene menzionato o è uno degli interlocutori (…) È emerso che lo stesso Bertolaso intrattiene rapporti diretti con l’imprenditore Diego Anemone con il quale si incontra spesso di persona e in previsione dei quali Anemone di attiva di persona alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza supporre che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso”.
Il 23 settembre 2008 Anemone si sbatte per cercare 50mila euro in contanti in vista dell’incontro con il capo della Protezione civile, previsto per quella stessa sera. È l’unica traccia dell’ordinanza su un possibile passaggio di denaro. Ma non è chiaro, o quantomeno, gli investigatori non sono riusciti ad accertarlo, se effettivamente i due si vedano e se ci sia o meno consegna di contanti.
È certo al contrario che Guido Bertolaso goda dei favori sessuali messi a disposizione da Anemone. Il 21 novembre 2008 Bertolaso è al telefono con Simone Rossetti (il lenone di Anemone): “”Sono Guido, buongiorno… Sono atterrato in quest’istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse… io verrei volentieri… una ripassata”. “Perfetto”. “Perché so che è sempre molto occupata… siccome oggi pomeriggio sono abbastanza libero, ti richiamo fra un quarto d’ora”". L’appuntamento viene fissato per le 16.
Una seconda prestazione sessuale è del 14 dicembre 2008 e ha luogo nel centro sportivo che è riconducibile Anemone ed è stato aggiudicatario della fetta più importante degli appalti per i Mondiali di nuoto 2009. “Tale prestazione – scrive il gip – è comprovata da intercettazioni con dialoghi del tutto espliciti e fortemente eloquenti e ha avuto luogo con una ragazza brasiliana presso il centro Salaria Sport Village”.
Il 17 febbraio 2009, dalle 15 alle 16, Bertolaso è ancora allo Sport Village, per “fare terapia con Francesca”, “per riprendermi un pochettino”, “per uno dei soliti massaggi”. Anemone lo aspetta fuori dalla cabina e al telefono si lamenta con il suo lenone perché il capo della Protezione civile tarda a congedarsi dalla massaggiatrice: “Mannaggia sto a morì de freddo”.
Anemone, Balducci e la ricostruzione dell’Aquila. Le indagini – documenta l’ordinanza – accertano che Anemone “è di casa all’interno della Ferratella, dove oltre a Balducci, De Santis e Della Giovanpaola, ha rapporti con altri funzionari di rango minore che pure hanno piena consapevolezza dell’esistenza del “sistema gelatinoso”: Maria Pia Forleo, Francesco Pintus e Fabrizio Ciotti. Fino al punto di alimentare una sorta di “cassa comune” per le piccole spese di rappresentanza”. Naturalmente c’è dell’altro. A cominciare – scrive il gip – dai rapporti che si intrecciano tra Anemone e Balducci nella Erretifilm srl, società di produzione cinematografica che – come aveva scoperto un’inchiesta firmata da Fabrizio Gatti sull’Espresso del gennaio 2009 – vede come soci la moglie di Balducci (Rossana Thau) e la moglie di Anemone (Vanessa Pascucci).
L’11 aprile 2009, a pochi giorni dal sisma che ha devastato L’Aquila, Balducci, in una lunga conversazione con Anemone “fa pesare il fatto che si è fatto promotore per l’inserimento delle imprese di Anemone nei lavori post terremoto (”Ti rendi conto? Chi oggi al posto mio si sarebbe mosso?”) ed esce allo scoperto pretendendo in cambio che il figlio Filippo goda di qualche ulteriore beneficio (”Tra qualche giorno compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo”)”. Filippo troverà una sistemazione.
D’altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi si capisce che c’è attesa per le mosse di Balducci sugli appalti: “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.
Le pressioni sulla stampa e il procuratore Toro
Nelle intercettazioni della primavera 2009 Anemone e Balducci discutono con grande preoccupazione delle inchieste di Fabrizio Gatti e dell’interesse di Annozero e di Milena Gabanelli (Report). Per provare a contenerle – si legge nell’ordinanza – muovono tale “Patrizio La Bella, amico del giornalista Gatti”, che a sua insaputa li informa di quello che il cronista ha in animo di fare. Ma “i contatti tra gli indagati si fanno frenetici e fitti il 28 gennaio 2010, quando il quotidiano “La Repubblica” pubblica un’inchiesta a firma di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci”.
Gli indagati si muovono anche con Camillo Toro, commercialista e figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, responsabile del pool dei reati contro la pubblica amministrazione (entrambi sono indagati). Il contatto con il magistrato e suo figlio è l’avvocato Edgardo Azzopardi (”Devo parlare con lui”, dice a Camillo, che risponde: “Lascialo perdere che ce la vediamo noi”). Azzopardi il 17 dicembre 2009 parla con Toro e fissa un incontro di persona. Il 10 gennaio scorso parla con il figlio Camillo e lo esorta: “Assumi informazioni”. Il 30 gennaio l’avvocato, al telefono, sembra aver avuto le informazioni: “Ci sono grossi problemi giudiziari in arrivo”.
Malinconico e Masi
Il giovane Anemone rendeva felice anche Carlo Malinconico, in quel momento segretario generale alla presidenza del Consiglio e poi presidente della Fieg. “Su richiesta di Angelo Balducci l’imprenditore contribuiva all’organizzazione e pagamento di più soggiorni vacanza presso l’hotel “Il Pellicano” di Porto Santo Stefano”. Naturalmente Malinconico non deve pagare un euro: “Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto”. Anemone asseconda anche le richieste di Balducci perché assuma tale Anthony Smith, un tipo di Anacapri che Mauro Masi, direttore generale della Rai, gli aveva chiesto di sistemare
DA INFORMARE PER RESISTERE
L’insostenibile impronta ecologica del tonno in scatola….
Cosa c’è davvero nelle scatolette di tonno? Greenpeace cerca di svelarlo con la classifica “Rompiscatole” che valuta i 14 marchi di tonno in scatola più famosi in Italia. Ben 11 non passano l’esame «perché non sono in grado di garantire la sostenibilità del proprio prodotto».
I peggiori della classe dal punto di vista della sostenibilit, sono MareAperto Star, Consorcio e Nostromo che si beccano zero in pagella. I migliori sono Coop, ASdoMar e Mare Blu.
«Il tonno in scatola – spiga Greenpeace – è la conserva ittica più venduta in Italia e nel mondo. Pochi sanno, però, che per pescarlo si utilizzano spesso metodi distruttivi come i palamiti e le reti a circuizione con sistemi di aggregazione per pesci (o Fad), responsabili della cattura accidentale di un’ampia varietà di altre specie, tra cui tartarughe e squali, e di esemplari immaturi di tonno. Il pinna gialla, il più consumato in Italia, è sotto pressione e la salvaguardia di alcuni stock desta ormai serie preoccupazioni».
Le campagne pubblicitarie cercano di far apparire la pesca al tonno come una pittoresca industria artigianale, ma in realtà le flotte che pescano il tonno sono tra le più industrializzate al mondo, e sono responsabili di gravi impatti sugli oceani.
«Questo tipo di pesca – spiega Greenpeace – minaccia da un alto le risorse da cui dipende, sovrasfruttando gli stock di tonno e catturandone esemplari giovanili, e dall’altro l’intero ecosistema marino. Il tonno è solitamente pescato con metodi che causano ogni anno la morte di migliaia di squali e tartarughe marine, tra cui specie minacciate d’estinzione. A soffrirne purtroppo non è solo l’ambiente ma anche le popolazioni costiere i cui mari in cambio solo di una piccola parte dei guadagni, vengono depredati da flotte straniere e dal fenomeno sempre più diffuso della pesca illegale».
L’Italia è uno dei più importanti mercati europei per il tonno in scatola, con un consumo annuo che supera le 140.000 tonnellate, e il secondo più grande produttore in Europa, con una produzione che nel 2006 arrivava a 85.000 tonnellate di scatolette per un fatturato di circa 500 milioni di euro3. «Distributori e produttori di tonno in scatola nel nostro paese hanno la responsabilità di confrontarsi con gli impatti causati dalla pesca al tonno da cui il loro business dipende»
Per raccogliere informazioni sulla sostenibilità delle scatolette gli ambientalisti, abbiamo inviato un questionario alle aziende e sulla base delle risposte hanno elaborato la loro valutazione.
Ecco la claassifica stilata da Greenpeace partendo dal basso: «Zero a Tonno MareAperto STAR e Consorcio per la loro assoluta mancanza di trasparenza: le aziende si sono rifiutate di rispondere al questionario. 0,7 a Nostromo che fornisce ben poche informazioni sulla provenienza del tonno utilizzato. Riomare guadagna qualche punto in più, perché dimostra di avere informazioni precise sull’origine dei propri prodotti, ma si trova comunque in basso, non avendo adottato precisi criteri di sostenibilità nella scelta del tonno utilizzato. Il punteggio più alto va a Coop, ASdoMar e Mare Blu, le uniche che hanno adottato una politica scritta per l’approvvigionamento sostenibile. ASdoMar, inoltre, è uno dei pochi che, in metà dei propri prodotti, utilizza il tonnetto striato – specie considerata in buono stato – pescato con metodi sostenibili (lenza e amo)».
Secondo il rapporto cambiare è possibile: «Quando i consumatori hanno sollevato il problema delle catture dei delfini, l’industria ha risposto positivamente e ora quasi tutto il tonno in scatola venduto in Italia è “dolphin safe”, ma purtroppo non basta. Le decisioni dei produttori di tonno in scatola e della grande distribuzione organizzata possono davvero trasformare il mercato. La soluzione esiste, e prima che anche gli stock di tonno tropicale vengano totalmente compromessi, come è successo per il tonno rosso del Mediterraneo, bisogna eliminare gli attrezzi pericolosi, ridurre lo sforzo di pesca e tutelare con riserve marine le aree più importanti per queste specie».
Susa. Trivelle, manganelli, resistenza popolare
Susa 9 febbraio 2010. È trascorso un mese dalla nascita del presidio No
Tav/NoTrivelle all’autoporto lungo la A32. Dopo una decina di giorni di
tregua, le truppe dello Stato iniziano una nuova offensiva per imporre la
realizzazione della nuova linea tra Torino e Lyon. Intorno all’una e mezza
di notte, accompagnata da un imponente spiegamento di forze, viene
piazzata una trivella a circa a 500 metri dal presidio No Tav, nei pressi
del parcheggio “Annibale 2000″, in località S. Giuliano. Parte il tam tam
e sin dall’alba arriva gente.
Intorno alle 17 l’assemblea dura molto poco: si decide di andare a dare
un’occhiata alla trivella e si parte sull’autostrada.
Nevica e fa un freddo cane, ma ci vuol altro a spaventare i No Tav, sempre
più determinati a lottare contro un’opera inutile, dannosa, costosa.
In tanti prendono un ciocco dalla catasta della legna da ardere e battono
con forza il guardrail. Un frastuono assordante, il pacifico grido di
guerra dei No Tav.
A comandare la piazza c’è il vicequestore Spartaco Mortola, uno che la
carriera se l’è costruita nel mattatoio del G8 di Genova 2001. Dopo un po’
una ventina di uomini dell’antisommossa si schiera davanti al corteo.
Subito alzano i manganelli e colpiscono: uno alla testa, altri alle
braccia. Un ragazzo disabile, un anarchico torinese, viene sbattuto giù
dalla carrozzina. Ma il corteo non sbanda né indietreggia. I poliziotti
lasciano sull’asfalto un paio di scudi ormai inservibili. Dopo un po’ i
poliziotti si tirano indietro e il corteo prosegue sino alla statale 25.
Nel frattempo decine e decine di lampeggianti blu bucano la notte. Davanti
alla recinzione uomini in divisa e mezzi si agitano forsennatamente. La
battitura aumenta di ritmo. Poi si torna in autostrada, davanti alla
trivella. Il blocco va avanti per oltre mezz’ora. Grida indignate e fischi
accompagnano l’arrivo di un mezzo della ditta che per quattro soldi si è
schierata con i si tav.
Al ritorno dal presidio riprende l’assemblea.
Le manganellate di oggi dimostrano che il ministero dell’Interno è deciso
ad imporre a tutti costi le trivellazioni. L’impegno per tutti è di
moltiplicare le iniziative sul territorio, contrastando le trivelle, e gli
interessi di chi lucra sulla vita e il futuro di noi tutti.
Prossimi appuntamenti:
- Ogni giorno, in caso di nuove trivelle presidi immediati per contrastare
i sondaggi
- Mercoledì 10 febbraio, davanti alla stazione di Porta Nuova a Torino,
presidio No Tav, punto info, aperitivo autogestito e assemblea.
Dalle 17 alle 20 all’uscita della metro.
Organizza: Torino e cintura: sarà dura. No Tav No Trivelle!
Per info:
notav_autogestione@yahoo.it

UN FASCISTA MORTO
RIMANE PUR SEMPRE UN FASCISTA
“di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 500 italiani.”
Benito Mussolini, 1920.
“Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato=individuo che sta tranquillo.”
Generale Gastone Gambara, manoscritto in risposta al documento medico dopo la visita al campo di concentramento di Arbe (Rab), dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame”, 15/12/42.
“Fioi mii, chi ofende
Pisin, la pagherà
In fondo alla Foiba
Finir el dovrà”
Canzone stampata sui libri di scuola italiani in Istria durante il ventennio fascista.
“La cessazione delle investigazioni è autorizzata. Per minimizzare qualsiasi effetto sull’opinione pubblica italiana e qualsiasi possibilità che gli jugoslavi interpretino la cessazione come un’ammissione che le accuse contro di loro erano infondate, siete autorizzati a rilasciare una dichiarazione pubblica che la cessazione delle investigazioni è dovuta a difficoltà fisiche sopravvenute …”
Telegramma inviato dalle forze alleate il 19/2/46 dopo che la ricerca nella foiba di Basovizza aveva riportato alla luce 10 corpi di militari tutti di nazionalità tedesca. Dal 1992 su questa foiba un monumento nazionale ricorda 2500 morti italiani mai ritrovati in questo luogo.
Il 10 febbraio lo Stato italiano celebra il Giorno del Ricordo “in memoria della tragedia degli italiani di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra” (legge 30, marzo 2004, n.92).
Il mito delle foibe è stato creato ad arte per mettere sullo stesso piano la violenza fascista e quella antifascista. Lo Stato italiano, con la complicità dell’estrema destra, utilizza il revisionismo fascista per creare dei martiri in modo da poter nascondere i propri crimini. Negando la propria responsabilità nell’olocausto, nel massacro di interi paesi, in stupri e torture in Italia e nei nostri territori occupati, cerca di far apparire le reazioni armate contro i fascisti come violenze ingiustificate commesse da spietati criminali e banditi. Secondo questa logica le azioni contro gli squadristi, i collaborazionisti e chi, italiano, aveva approfittato dell’occupazione dell’Istria per i suoi interessi, diventa un generico odio anti-italiano e la foiba diventa il simbolo di uno sterminio etnico da parte della popolazione slava. Si nascondono i motivi della violenza liberatoria di chi per anni aveva subito indescrivibili soprusi e si modificano i numeri di questi fatti, trasformando la stima realistica e verificata di centinaia di morti in fantasiose ipotesi di centinaia di migliaia di vittime.
L’occupazione fascista in Jugoslavia, specialmente nelle province del Litorale e dell’Istria impose già dagli anni ’20 la cultura e la lingua italiana, chiudendo le scuole slovene e croate, distruggendo 400 sedi e associazioni culturali, escludendo dagli impieghi pubblici gli slavi e sequestrando migliaia di terreni agricoli, affidandoli agli italiani. Tra il 1940 e il 1945 ci furono 45.000 morti tra sloveni e croati e italiani antifascisti, di cui molti gettati nelle foibe, 95.460 arrestati ed internati nei campi di concentramento che furono 113 in Italia, 15 in Jugoslavia e diversi ancora in altri territori occupati. Solo in Slovenia ci furono 13.606 morti nei lager.
Nessun paragone deve essere fatto tra questa violenza che è parte centrale di un programma ideologico che vuole una categoria di esseri umani superiore alle altre e una violenza che di questa ideologia e delle sue conseguenze si vuole disfare.
SE C’È QUALCUNO CHE DEVE ESSERE RICORDATO IN QUESTO GIORNO, NON SONO CERTO I MORTI FASCISTI E COLLABORAZIONISTI CHE HANNO UCCISO, TORTURATO, INCENDIATO, SACCHEGGIATO E STUPRATO, BENSÌ TUTTI QUELLI CHE HANNO COMBATTUTO CONTRO DI LORO.
I compagni e le compagne SPAZIO POPOLARE LA FORGIA
spaziopopolarelaforgia@gmail.com







