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Archivio di gennaio 2010

Il giorno della memoria e l’ipocrisia

category italia | storia e memoria | notizie author mercoledì 27 gennaio, 2010 13:10author by Pietro Ancona

Israele, Nazione nata per dare un focolare agli ebrei dopo lo sterminio di gran parte di loro, tiene in oppressione la popolazione palestinese rinchiusa da un grande muro che, d’accordo con gli Egiziani, sta rendendo ancora più impenetrabile.

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C’è chi pensa che la memoria sia negativa perchè tiene sempre vive ed aperte le ferite, divide i popoli coltiva l’odio per i torti subiti e quindi sarebbe meglio l’oblio, vivere nel presente guardando al futuro e rimuovere gli elementi di divisione e di rancore. Altri pensano che la memoria sia giusta, per non dimenticare il martirio di quanti furono ingiustamente perseguitati ed uccisi, per insegnare all’umanità a non ricadere nella barbarie del crimine. L’Italia si è data una legge per ricordare l’Olocausto e l’orrore del nazifascismo e dei suoi campi di sterminio. In effetti il ricordo dei crimini di Hitler non è mai diventato condanna o rifiuto del popolo tedesco ma della terribile ideologia che originò gli orrori più spaventosi del novecento.Quindi ricordare non vuol dire odiare indiscriminatamente coloro dai quali è venuto il male, la tragedia per milioni di esseri umani ma liberarci e distanziarci dalle ideologie che discriminano per pregiudizi razzisti o odio politico e sociale.

Ma, nonostante sia viva la memoria dell’Olocausto ed è diventato addirittura reato penale negarlo in alcuni paesi europei e qualcuno sia finito in carcere come “negazionista”, pare che non abbiamo imparato niente dagli errori e dai delitti dei nostri predecessori.
Israele, Nazione nata per dare un focolare agli ebrei dopo lo sterminio di gran parte di loro, tiene in oppressione la popolazione palestinese rinchiusa da un grande muro che, d’accordo con gli Egiziani, sta rendendo ancora più impenetrabile. Un milione e mezzo di esseri umani sono privati della libertà, del pane,di quanto serve alla vita e impazziscono in una striscia di terra dove sono stipati attorno alle rovine della loro città rasa al suolo ed avvelenata dall’uranio e dal fosforo che fanno nascere bambini deformi, mostriciattoli inguardabili. Ricordare i crimini di Hitler e di Mussolini e ripeterli contro bambini inermi tenuti prigionieri, donne e uomini incarcerati e spesso torturati soltanto perchè legittimamente resistenti al nemico occupante, è schizzofrenico. Non fare agli altri quanto non vorresti fosse stato mai fatto a te!

Da anni l’Occidente è sottoposto ad una propaganda non diversa da quella nazista degli anni trenta. Allora erano gli ebrei ed i bolscevichi le bestie nere additate al ludibrio ed all’odio degli europei, il pericolo da esercizzare con la violenza e l’odio. Oggi, la bestia nera è l’Islam ed una martellante propaganda di gran parte dei massmedia diffonde paure e spaventi tra la popolazione. Si scrive e si sostiene che l’Islam ha un programma di conquista del mondo, per la costruzione di un sultanato universale e la nostra sottomissione ad esso. Si favoleggia di un conflitto di civiltà che metterebbe in pericolo il nostro futuro e si occupano militarmente nazioni come l’Afghanistan, l’Iraq violentando le loro culture ed il loro assetto giuridico. Tornano le leggi razziali a suo tempo volute da Mussolini contro gli ebrei ed ora dall’Italia democratica contro i migranti che se perdono il lavoro e diventano “clandestini” vengono imprigionati e le loro famiglie smembrate! Dietro la spinta espansionistica verso oriente degli USA vengono indurite le leggi sulla sicurezza e vengono progressivamente smantellate le garanzie ed i diritti. La Patriot Act ha fatto scuola. Gli inglesi si accingono a controllare le città con aerei drone. Gli aeroporti sono diventati luoghi nevrastenici in cui si rischia di essere arrestati o uccisi per un gesto sospetto. Gli americani, nella indifferenza del mondo, tengono prigionieri e torturano persone definite “terroriste” e che magari sono soltanto patrioti o persone del tutto innocenti. Possiamo definire Guantanamo un lagers hitleriano? Quale diritto hanno gli Usa di privare i prigionieri di Guantanamo dei loro diritti e di escluderli da ogni contatto con le loro famiglie e con il mondo?

Gli zingari che ieri venivano inceneriti ad Auschwitz hanno avuto la loro shoah ( porrajmos) che travolse agli inferi almeno centinaia di migliaia di loro oggi sono soggetti a linciaggio ed alla intensa propaganda razzista anche di tanti amministratori pubblici. I loro campi vengono demoliti con le ruspe da squadre di militari che non hanno riguardi neanche per i quaderni di scuola dei bambini; se incappano in un reato vengono condannati al massimo della pena o addirittura senza colpa come accade alla ragazza di Ponticelli.

A che serve la giornata della memoria se la sua celebrazione non induce a criticare e condannare il razzismo e la guerra? Rosarno ha avuto le caratteristiche di un pogrom anche se non ci sono stati gravissimi fatti di sangue. C’è una contraddizione tra la Memoria dell’Olocausto e le leggi recentemente varate dal Parlamento italiano e la predicazione dell’odio contro vittime dipinte come potenziali aggressori.

IL COMMENTO
Rosarno l’alibi del razzismo e della ‘Ndrangheta
24/01/2010
di ELISABETTA DELLA CORTE e FRANCO PIPERNO

Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai
con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d’informazione; sicché è
possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e
sulle cause congetturali.
Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore
dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l’agricoltura
meridionale, in particolare per quella delle grandi piane.
Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di
preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente
razzista, che abita l’anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali
del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha
origine dalle cosche della ‘ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la
rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della
Piana.
Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor
più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due
approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a
datare dall’Unità d’Italia e per centocinquanta anni questa strategia non
avesse procurato abbastanza danni.
Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia,
ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento
della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i
sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si
ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel
Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano
talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario
ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di
leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o
religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono
verificati rari casi d’intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno
di quanto sia accaduto nel resto d’Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno
quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari
occasioni d’accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra
l’ultimo film di Wenders.
Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave
esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante.
Quanto alla ‘ndrangheta, l’attribuzione di responsabilità nei fatti di
Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati;
piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso
modo, così: data l’onnipotenza demoniaca della ‘ndrangheta, sia quel che
accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima
analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere,
quindi tirano le file del gioco. Qui, la ‘ndrangheta è divenuta una sorta
di “causa assoluta”; v’è all’opera, in questo modo di ragionare, uno
sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause:
non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e
rigenerare la ‘ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre
quelle condizioni.
Si noti che l’individuazione della ‘ndrangheta come causa assoluta gode di
particolare favore tra i professionisti dell’antimafia, per dirla con
Sciascia. Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso,
finiscono con l’assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla
degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali,
nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e
universitari compresi.
Val la pena sottolineare l’intrinseca inconsistenza di questa spiegazione:
da una parte, la cattiva potenza della ‘ndrangheta viene amplificata oltre
ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai
astuta ed un’efficacia paranoica; dall’altra le vengono addebitate azioni e
gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che
criminali.
Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la ‘ndrangheta a
fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione
internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a
svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non
desidera l’arrivo massiccio di magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e
studiosi della domenica.

Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante

Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente;
ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del
luogo.
Per ricostruire, per l’essenziale, questa struttura ci serviremo
liberamente delle ricerche dei sociologi dell’Università della Calabria, in
particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti:
il caso Rosarno, 2009, Unical).
Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata
sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà
della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila
famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più;
insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. Fino a qualche
hanno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a
famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila
braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni
Novanta e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l’agricoltura
meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi
prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse
una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea,
nella misura di circa ottomila euro per ettaro. Per i tremila braccianti
v’era la protezione previdenziale dell’Inps: bastava lavorare cinquantuno
giorni, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un
assegno di disoccupazione per tutto l’anno.
In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come
allora, percepire l’indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori;
dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza
la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi
irrisori.
Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate
alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre
un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la
città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.
A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con
continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa
che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità
nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra i
numerosi “predicatori di legalità” ne era turbato, non un solo studioso si
mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di “scoop”
non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria.
Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode
e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla
produzione lattiera nell’Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza
creativa.
La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari,
raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati
ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse
associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto
politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi
europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi
conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata
quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il
contadino portava un certo ammontare di agrumi, l’associazione, nella
fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I
proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari
gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per
assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei
disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l’Inps con i suoi
elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva
versato quanto dovuto alla previdenza.
Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre,
sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che
trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.
A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s’è venuto così delineando
un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio
temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell’occidente, s’erano
snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme
contemporaneamente.
Intanto, v’è una temporalità protocapitalistica, quella dell’accumulazione
primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei
giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti.
I primi, “capitalisti pezzenti”, posseduti dal funesto desiderio di
arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza
ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del
capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui
braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale
delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle
false.
Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della
manifattura nell’Inghilterra dell’inizio Ottocento, nuda forza-lavoro,
priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al
nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell’economia
calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero
che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante
indigeno.
V’è poi l’intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle
regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al
regime democristiano nel secondo Dopoguerra.
Infine, v’è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia
europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire
l’agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza
creativa, quella appunto di carta.
Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio;
ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii;
qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come
destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente
clamorosa è venuta alla luce; perfino l’Inps è sembrata uscire dal letargo
per rivedere l’elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la
metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di
Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso
di mutare il criterio d’erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e
non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il
proprietario di un giardino riceveva ottomila euro ad ettaro, ora riesce ad
ottenerne un po’ meno di millecinquecento. Tanto è bastato perché ci fosse
una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura
ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.

La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica

Così stavano le cose a Rosarno, quando, l’anno scorso, la crisi
finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è
crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in
più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal
tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne
del Sud.
A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte
contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi
finanziari europei all’agricoltura, caduta globale della domanda di derrate
alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di
lavoro. L’interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe
tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli
proprietari; dall’altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare
come stagionali in quei giardini.
Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest’anno, gran
parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non
copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano,
per il lavoro di raccolta, oltre duemila migranti quest’anno ne bastavano
meno di duecento; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi
tremila.
Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al
profitto del “capitalista pezzente” contro la consuetudine dei “migrante
moro” di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.
Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l’aria era cambiata. I
rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad
avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano
braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da
rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori,
da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano
comunque compiuto.
Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o
della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta
di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria
ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o
forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita
dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale
ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente
folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi
azzurri, l’antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati
giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo
stesso modo.

Imparare dai fatti

Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto,
ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato
preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e
molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura
meridionale.
Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quel
che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possibile
perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quel
comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto,
l’aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità
tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole,
giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata
ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben
sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine
sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi.
L’ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri,
regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile,
magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni
subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di
migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un
tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v’erano
responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha
avuto modo di promuovere una azione d’emergenza per garantire ai migranti
alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per
altro è avvenuto in altre regioni.
Di passaggio, val la pena notare come l’assenza di responsabilità,
conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che
ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della
rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è
visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal
momento che i migranti non votano.
Ma l’ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne
sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del
lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria; i
grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione
sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono
inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire
vuoi la giustificazione ideologica dell’esistenza vuoi l’autoconservazione
materiale della burocrazia sindacale. Questa è l’ipocrisia storica che
segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n’è un’altra,
bruciante, offensiva, subentrata nell’ultimo decennio, che può essere
descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l’agricoltura
calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la
trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare
con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che
popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei
lavoratori, forse per scelta forse per incapacità.
Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla
pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste
sentimento ha fatto nido nell’anima di molti di noi, di quasi tutti noi
calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro
che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato
cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno
se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.

Qualche modesta proposta per agire qui ed ora

Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l’unico
interlocutore autentico dei migranti, l’unico che possa chiedere loro scusa
per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi.
Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole
ma con gesti ed azioni.
Per esempio, promuovere una campagna d’accusa contro la regione per
costringerla immediatamente ad un programma d’edilizia d’emergenza nelle
piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si
potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi
gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e
cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già
nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un
curriculum accademico.
Ma non v’è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l’obiettivo
principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai
migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne
l’autonomia sociale, nell’aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la
garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge,
regionale o nazionale che sia, ma nell’organizzazione consapevole degli
stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro
decisamente sfavorevole.
Per far questo, occorre nell’immediato, conoscere per agire: bisogna
aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa
documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di
lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare
il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un
tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini,
verso l’auto-organizzazione.
A questo proposito, se l’inchiesta parte subito, v’è una fortunata
occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche
settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una
giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata
autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva
all’origine del capitalismo.
A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un
adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di
Rosarno. Infatti, non c’è chi non veda quale salto di consapevolezza
provocherebbe il successo dell’iniziativa, facendo emergere, in un solo
giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa
dei migranti; senza i quali, non solo l’economia, ma la stessa vita civile
della nazione appare messa a rischio.

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Il proibizionismo, un rimedio peggiore del male

 

Lo scorso 29 ottobre il professore David Nutt dell’Università di Bristol, presidente dell’AMCD (il comitato di esperti che svolge il ruolo di consulente del governo britannico in materia di droghe) ha pubblicato la sua ricerca “Estimating Drug Harms – A Risky Business?” per il Centro Crimine e Giustizia del King’s College di Londra.

Nella ricerca, il professore presenta una classificazione delle venti sostanze “più pericolose” in cui alcolici e tabacco figurano rispettivamente al quinto e al nono posto. Nella graduatoria, l’alcool è preceduto solo da cocaina, eroina, barbiturici e metadone. Seguono quindi tre psicofarmaci legali e al nono posto appunto il tabacco che secondo la valutazione di Nutt risulta più pericoloso di cannabis (13ma posizione), Lsd (10mo) ed Ecstasy (11ma).

Presentando il suo rapporto davanti a una platea di giuristi al King’s College di Londra, l’esperto ha dichiarato di non essere “pronto a indurre in errore il pubblico sui danni che causano la cannabis o l’ecstasy” e che “spaventare i giovani non impedirà loro di utilizzare le droghe”. In un altro intervento alla Bbc, Nutt ha accusato il primo ministro Gordon Brownn di esprimere opinioni completamente irrazionali sui pericoli della marijuana, sottolineando tra l’altro che se la cannabis ha una posizione relativamente alta nella classifica sulla pericolosità delle droghe è “perché più di metà delle persone arrestate e denunciate nel Regno Unito negli ultimi trent’anni sono state fermate dalla polizia perché trovate in possesso di hashish o marijuana”.

Le reazioni del governo inglese non si sono fatte attendere: due giorni dopo la pubblicazione del rapporto Nutt è stato rimosso dal suo incarico. Il Ministro degli Interni Alan Johnson ha giustificato la sua decisione, adottata da lui e da Brown senza peraltro informare il collega titolare di Scienze e Innovazione, Lord Drayson, dicendo che “non è accettabile che un consulente del governo si schieri pubblicamente e faccia campagna contro le decisioni dell’esecutivo.”

Alla televisione Sky News, Nutt ha dichiarato di esserci rimasto male per l’allontanamento e di spiegarselo con l’approssimarsi delle elezioni legislative. “La politica è politica, la scienza è scienza. A volte c’è tensione tra le due”, ha sottolineato il professore di neuro-psico-farmacologia all’università di Bristol. “I politici pretendono che gli esperti confermino la loro propaganda terroristica contro l’uso di droghe illegali per giustificare le decine di migliaia di arresti che vengono effettuati ogni anno, ma in realtà la maggior parte delle droghe illegali sono meno pericolose di droghe vendute legalmente come l’alcool e il tabacco (…) in molti casi le droghe non sono illegali perché sono pericolose, ma piuttosto, come nel caso della cannabis, sono pericolose perché illegali”.

Il licenziamento di Nutt ha suscitato molto disappunto nella stampa e nella comunità scientifica inglesi. In teoria, i consulenti dell’AMCD dovrebbero essere sentiti a proposito di tutte le decisioni del governo sulle droghe, ma in effetti sempre più spesso i loro pareri vengono ignorati. Dopo il licenziamento di Nutt altri due membri hanno rinunciato all’incarico per protesta contro la decisione del Ministero degli Interni, mentre anche per gli altri membri del Comitato si profila la minaccia di dimissioni in blocco.

Les King, uno dei componenti dimessisi dell’AMCD, ha dichiarato che negli ultimi anni l’atteggiamento del governo nei confronti dell’organo di consultazione è cambiato e che i Ministri competenti seguono un’agenda politica predefinita quando ricorrono al parere degli esperti: “Alla Commissione viene chiesto di approvare una posizione già predeterminata; i consulenti possono essere solo tali, ma hanno il diritto di esprimere la loro opinione, diritto che è stato negato.” Uno dei maggior esperti britannici del settore, lo psichiatra Kenneth Drake ha invitato invece “tutti gli scienziati e i medici onesti a rifiutarsi di far parte di queste commissioni governative”, visto che “la prima cosa che dovrebbe fare uno studioso onesto è dire chiaramente che le leggi anti-droga hanno provocato molti più danni e sofferenze di quante non ne abbiano provocate le droghe illegali”.

 

La vicenda del licenziamento di Nutt non ha avuto alcun eco sui media italiani. Probabilmente perché parlarne avrebbe significato in qualche modo mettere in discussione uno dei dogmi fondamentali del proibizionismo: le droghe fanno male e le leggi anti-droga servono a difendere le vittime della droga. In effetti, però, le leggi proibizioniste non servono a proteggere nessuno. Solo dal 1991 alla fine del 2005 per ammissione dello stesso Ministero degli Interni più di 600mila persone in Italia sono state segnalate alle Prefetture e sottoposte alle cosiddette “sanzioni amministrative”. Le cifre di questa persecuzione di massa (di cui non parla mai nessuno) sono sicuramente aumentate con l’approvazione all’inizio del 2006 della Legge Fini-Giovanardi che ha messo sullo stesso piano droghe leggere e droghe pesanti e che ha lanciato la Grande Crociata Anti-Cannabis con l’unico triste risultato che l’Italia ha rapidamente conquistato i primati europei di massima diffusione e minimi prezzi di eroina e cocaina.

Le persone non si proteggono certo mandandole in galera, fermandole per la strada, costringendole a sottoporsi a costosissimi test da cui dipendono la conservazione della patente o addirittura la conservazione del posto di lavoro… E’ ora di fermare la crudele follia del proibizionismo.

Robertino

Da Umanità Nova n.41 – 22 novembre 2009

No Tav: grande successo della manifestazione a Susa, decine di migliaia in corteo.

category italia | ecosistemi | notizie author sabato 23 gennaio, 2010 17:33author by zac

Nonostante la militarizzazione del territorio e la campagna mediatica dei giornali mainstream, il popolo No Tav e’ vivo e vegeto: la manifestazione in corso a Susa sta radunando fra le 20 e le 40mila persone. Un mare di bandiere bianche e la croce rossa sui treni ad alta velocita’, contro mafie e speculazioni.

460 0   30 0 0 0 0 0 manif.23.1 No Tav: grande successo della manifestazione a Susa,

h 15.30 – Dal ponte che attrversa l’autostrada il colpo d’occhio è fenomenale: le montagne innevate e una fiumana di gente con decine di migliaia di bandiere notav. Dicono le nostre interviste “se fanno un cantiere glielo ributteremo in aria!”. “”per fare il Tav devono ritirare le truppe dall’Afghanistan e mandarle quà!”. “Noi siamo sempre stati e resteremo Notav!”.

h 15 – A un’ora dalla partenza c’è ancora gente stipata al presidio che non riesce a partire. C’è chi dice ” E’ questa la vera marcia dei 40.000!” (Qui a lato stiamo caricando un po’ di interviste raccolte nel corteo).

h 14.30 – Il corteo inizia a salire sulla statale S24 dal presidio. E’ una marea umana a perdita d’occhio. Impossibile dare un quadro reale dei presenti. Tutto il campo visivo è inondato dalla marea NoTav di cui non si vede la fine. C’è chi dice 15 chi 20.000. Il popolo Notav si riprende la visibilità e il protagonismo quotidianamente negatogli dai media.

h 14.15 – Dal camper Notav Alberto Perino dà una notizia poco simpatica: la Polizia sta effettuando blocchi nei pressi di Bussoleno, facendo filtrare le macchine col contagocce. A quanto pare hanno paura dei numeri che si stanno raccogliendo e che, nonostante tutto, continuano ad affluire copiosi.

h 14 – Sono già molte migliaia le persone radunatesi all’Autoporto di Susa per prendere parte a questa importante manifestazione contro l’alta Velocità. Una risposta di massa contro le provocazioni e i convegni embedded della lobby pro-Tav.

Tanta gente dalla Valle ma Anche da Torino e da fuori. Nutrite delegazioni da Brescia, Vicenza, Firenze. Ma anche molt* compagn* da Pisa, Friuli, Genova e da chissà quanti altre città.
Il NoTav riguarda tutt*.

(Cronaca da Info Aut)

(marcos)

Il monumentale fallimento del reattore nucleare EPR

Presentato come il “fiore all’occhiello” dell’industria nucleare francese, il reattore EPR accumula gravi inconvenienti, l’ultimo dei quali è il ritiro della commessa da parte dell’emirato di Abu Dhabi. Sia chiaro, non esiste un “buon” reattore poiché tutti sono pericolosi e producono scorie nucleari, ma concepito all’inizio degli anni 90, l’EPR è già vecchio, arcaico ancor prima di entrare in servizio. Peggio: nato dal compromesso tra il reattore francese N4 di Framatome e il reattore Konvoi di Siemens, l’EPR è una vera e propria… bomba, così complessa da essere praticamente impossibile da costruire. Non è dunque una sorpresa che l’EPR sia stato bocciato a Abu Dhabi, ma anche negli USA, in Gran Bretagna, ecc. Una volta di più, è dimostrato che la Francia “campione del mondo del nucleare” non è che un mito che non ha molto a che vedere con la realtà.

Due cantieri EPR catastrofici in Finlandia e a Flamanville
Due EPR sono attualmente in costruzione e questi due cantieri competono per ritardi, difetti di fabbricazione e costi superiori al preventivato.
Finlandia: Iniziato alla fine del 2005 sotto la direzione della francese Areva, il cantiere conta attualmente (in attesa di probabili ulteriori novità) 44 mesi di ritardo e 3 miliardi di euro di maggiori costi… che dovranno essere pagati dai francesi. Per inciso: Areva ha portato di fronte alla giustizia internazionale il suo cliente finlandese TVO. Ecco cosa rischiano coloro che decidono di acquistare un EPR!
Flamanville: Iniziato alla fine del 2007, diretto da EDF (l’ENEL francese, ndt), il cantiere conta già un anno di ritardo e 1 miliardo di euro di maggiori costi. In tutta evidenza, questo cantiere segue il triste “esempio” di quello finlandese e tende ad aggravare ritardi e costi nel corso del procedere dei lavori.

L’EPR in costruzione in Cina?
Si legge qua e là che due EPR sarebbero in costruzione in Cina. E’ falso. Le informazioni provenienti dalla Cina sono difficili da verificare ma è certo che, al massimo, sarebbe stata messa la “prima pietra” di un solo EPR. E’ probabile che il secondo EPR non verrà mai realizzato mentre niente dimostra che il primo sarà veramente terminato, considerati i gravi inconvenienti del programma EPR. La rete “Sortir du nucléaire” ha rivelato che la notizia diffusa in agosto da EDF e Areva della “prima pietra” della centrale cinese era una bufala tanto che solo successivamente (22 ottobre 2009) EDF ha annunciato la firma dell’accordo finale con il governo cinese. Comunque sia, sulla base di quello che sta accadendo in Finlandia, occorre domandarsi quanto costerà l’affare cinese alla Francia?

L’EPR non sarà probabilmente mai costruito negli USA
Regolarmente EDF e Areva annunciano che stanno per costruire dei reattori EPR negli USA. In realtà si tratta di belle dichiarazioni senza alcun legame con la realtà. In effetti, l’EPR non è stato certificato dalla NRC (l’autorità per la sicurezza nucleare americana). Il procedimento durerà fino al 2012 ma tutto lascia ritenere che l’EPR sarà bocciato a causa dei suoi difetti sulla sicurezza e in particolare per la sua vulnerabilità in caso di schianto di un aereo di linea. D’altra parte la NRC non ha esitato a bocciare l’AP 1000, il concorrente americano dell’EPR e bisogna essere parecchio ingenui per pensare che dopo aver affossato il proprio reattore, gli americani stendano un tappeto rosso per quello francese…

Un progetto di EPR è già stato annullato negli USA
Ancor prima che fossero dimostrati i gravi difetti sulla sicurezza dell’EPR, un progetto di costruzione di questo reattore era stato annullato nel Missouri per semplici ragioni finanziarie: la compagnia elettrica americana AmerenUE era arrivata alla conclusione che produrre elettricità con l’EPR era troppo costoso.

Probabilmente nuovi EPR non saranno più esportati
A questo punto la Finlandia è l’unico paese ad aver acquistato un EPR e… si morde le mani. Abbiamo visto che la Cina esita a realizzare i due EPR previsti. Ma nessun altro paese prevede seriamente di costruire l’EPR. Durante le sue visite ufficiali all’estero Sarkozy a firmato un “memorandum” o un “accordo di cooperazione” (come quelli firmati con il governo Berlusconi, ndt) che evocano la possibilità teorica di costruire degli EPR. E’ così che l’opinione pubblica francese è portata a credere che il presidente francese abbia venduto numerosi EPR ma ciò è totalmente falso. In realtà Sarkozy ha venduto un solo EPR ma … a se stesso e con i soldi dei francesi. Si tratta del progetto EPR annunciato a Penly (Seine-Maritime). E’ evidente che questo progetto, il cui cantiere è annunciato per il 2012, anno di elezioni presidenziali, è direttamente legato alla rielezione o no di Sarkozy.

Il sistema di controllo dell’EPR non funziona e…l’Agenzia sulla sicurezza francese non si è accorta di nulla!
Lunedì 2 novembre 2009, le autorità sulla sicurezza nucleare britannica, finlandese e francese hanno pubblicato un comunicato comune che metteva in luce le gravi falle del sistema di controllo del reattore nucleare EPR. Ma questa presa di posizione comune maschera la realtà: è l’autorità britannica che ha rivelato il problema nel giugno 2009 mentre l’autorità francese ASN aveva da tempo autorizzato la costruzione dell’EPR. L’ASN non aveva visto niente confermando che tale agenzia è poco affidabile… quanto l’EPR.

L’EPR non è concepito per resistere allo schianto di un aereo di linea
Già nel 2003 la rete “Sortir du nucléaire” ha rivelato l’esistenza di un documento riservato della Difesa che riconosceva che, contrariamente a quanto sostenuto dalle autorità francesi, il reattore EPR non è concepito per resistere all’impatto di un aereo di linea. A causa di questa denuncia il tribunale di Parigi, sezione antiterrorismo ha posto sotto accusa il portavoce della rete “Sortir du nucléaire”, per avere ” compromesso la difesa nazionale”.

Conclusioni
Il programma EPR è un vero disastro industriale e finanziario. Concepito all’inizio degli anni 90, l’EPR è arcaico ancor prima di essere realizzato. È talmente pesante e complicato che neppure i suoi stessi inventori, Areva e EDF, riescono a costruirlo e i suoi gravi difetti di concezione pesano sul suo avvenire. Chiaramente, nessuno è in grado di realizzare un reattore che possa resistere all’impatto di un aereo di linea, un reattore veramente sicuro, un reattore che non produca scorie radioattive (per le quali non esiste alcune soluzioni) e plutonio (che serve a fare le bombe atomiche), un reattore che non necessità di inquinanti miniere di uranio per alimentarlo di combustibile, ecc. L’EPR è il peggiore dei reattori nucleari, ma nessun reattore nucleare funziona molto meglio dell’EPR. Il senso della storia è chiaro: l’avvenire sta nel risparmio energetico e nelle energie rinnovabili, il nucleare è una energia del ventesimo secolo…

Reseau “Sortir du nucleaire”
(http://www.sortirdunucleaire.org/index.php?menu=actualites&s

(marcos)

C’è un confine tra normale e patologico? – Stefano Benassi

La città del Secondo Rinascimento, n°27

ll libro di Giorgio Antonucci Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri (Spirali) è complesso, non solo per il numero di pagine e per la corposità del testo, ma per il modo con cui è stato scritto. C’è una sorta di filo d’Arianna che conduce all’interno di un ospedale psichiatrico, l’Ospedale Psichiatrico di Imola, a partire dall’esperienza dell’Autore. Un’esperienza diretta che fa da filo conduttore all’esplorazione di uno spazio, un’istituzione totalizzante, in cui a un individuo vengono ridotte le capacità di libertà individuale e di movimento. E’ uno spazio totale in senso assoluto, perchè ingloba l’individuo e non consente, proprio come una prigione, neppure di muoversi: attraverso sistemi di contenzione fisica da un lato e, dall’altro, attraverso la riduzione della capacità di percezione dello spazio con l’uso di mezzi molto più sottili, mezzi di “cura”, come elettroshock e psicofarmaci. Questa limitazione dello spazio corrisponde a un tentativo di annientamento della personalità individuale che, tuttavia, viene considerata “a scop di cura”. Sembrerebbe una contraddizione evidente, ma così non è perchè il confine tra ciò che consideriamo normale e ciò che consideriamo patologico è molto labile.

Come Michel Foucault dimostra, attraverso i suoi studi e le sue lezioni al Collegè de France, non cè un confine che possa essere stabilito in merito nè in campo medico-psichiatrico nè in campo giudiziario, da parte del diritto civile e penale. Il libro di Giorgio Antonucci mette in evidenza la difficoltà di definire con esattezza il limite tra una modalità di comportamento e un’altra, tra un modo di pensare e un’altro, tra una formula linguistica e un’altra.
Oltre a dare testimonianza dell’esperienza dell’Autore all’ospedale di Imola, il libro si espande, si arricchisce con citazioni di filosofi, poesie sue e di altri, che tendono a costituire un corpo linguistico estremamente complesso e vario; in un primo momento, difficile da afferrare nella sua complessa articolazione. Il lettore viene guidato all’interno della cronaca che, improvvisamente, s’interrompe per aprire uno spazio metaforico completamente diverso. Poi la narrazione riprende con un flash-back sulla storia della legge del maggio 1978, sull’abolizione degli ospedali psichiatrici e le vicende successive, e sul confronto con le esperienze diverse di Jervis a Reggio Emilia e di Franco Basaglia.
Torna poi alla cronaca, all’elemento reale, oggettivo. Si tratta di un testo che cerca di muoversi attraverso una dimensione plurale dell’io. L’autore non è colui che domina la scena; anzi, mentre, da un certo punto di vista, sarebbe stato molto facile considerare la sua esperienza come filo conduttore dell’intera parabola, l’io dell’autore, presente negli aspetti di cronaca, si dissolve progressivamente in molti io, che sono quelli dei pazienti, quelli dei filosofi  e quelli dei poeti, che si esprimono con la propria voce all’interno del testo.
L’indicazione che ci viene da questo libro è che la difficoltà a comprendere il limite tra ciò che è normale e ciò che è patologico sta proprio nella tessitura del linguaggio e, quindi, nella funzione metaforica del linguaggio stesso, perchè, anche quando viene esplicitato nel confronto diretto con l’oggettività e il reale, il linguaggio costruisce sempre metafore, costruisce sempre ponti, e questi ponti possono essere spezzati, interrotti, laddove un’istituzione impone che siano spezzati o interrotti, laddove si contrappongono soluzioni, idee, modalità, comportamenti, atteggiamenti culturali che si dice appartengano all’una o all’altra area. Ma poi, di fatto, come il libro testimonia, anche questi limiti di confronto culturale stretto vengono superati.
Una piccola esemplificazione può essere data dal confronto di tre testi poetici. Il primo è tratto dal poema di Holderlin La morte di Empedocle : “Risparmiatemi. L’onda della vita avanza, onnipotente, inevitabile, impaziente, forzando il letto angusto per avere pace dove nacque, in mare.” Il secondo, di origini culturali profondamente diverse, proviene dalla poesia mistica islamica: “Poi si girò, in direzione dell’oriente. E mentre si spegnevano le ultime stelle, e si accendeva il mattino, salutò i giovinetti angelici e, solo con la sua anima, discese lentamente verso il nadir”. Se a questi due testi ne aggiungiamo un altro : ” Non dileguò in fondo al pensiero come la cura nella creazione”, non c’è una soluzione forte di continuità tra l’uno e l’altro testo. Appartengono a persone, a culture, a modi profondamenti diversi di sentire, di agire, di pensare, ma le barriere, in qualche modo, s’infrangono rispetto a questo modo d’uso della parola, che è diverso dall’utilizzo che solitamente viene fatto nell’ambito di classificazioni che portano a distinguere, a discernere, a separare, a stabilire confini.
Il problema è, ancora una volta, questo: dov’è questo confine? Nel linguaggio non c’è perchè Holderlin compone il poema citato quando è già stato dichiarato folle. Eppure, in quegli anni (1806-7) è ancora in contatto con Hegel, suo compagno di scuola, e con Scelling. Hegel manda a Holderlin un bellissimo poemetto, Eleusi, in cui dialoga con l’amico poeta nel medesimo linguaggio, mentre sta componendo la Fenomenologia dello spirito, l’opera che in qualche misura, anche rispetto alle precedenti, consolida la sua attività di filosofo e di folosofo che man mano conquista un tipo di linguaggio che abbandona progressivamente il valore metaforico della poesia per assumere invece un ruolo, nell’ambito dell’interpretazione della storia della filosofia, di “campione della ragione”. Mentre Holderlin, al contrario, assumeva quello di poeta campione del linguaggio metaforico. Il punto di partenza, quindi, era comune.
Ancora una volta, il problema è capire cosa viene definito malattia sia all’interno di un’istituzione psichiatrica sia all’interno di tutte le forme in cui le modalità di comportamento e di linguaggio, che non sono classificabili, vengono comunque classificate e inglobate in istituzioni totali. L’intero testo di Giorgio Antonucci va nella direzione di capire e di comprendere non tanto che cos’è la malattia come tale, ma chi sono queste persone che si trovano in quelle istituzioni e come ci si confronta con l’altro e con l’alterità. Eppure, paradossalmente, credo che negare l’esistenza di un disagio porti inevitabilmente a una reazione uguale e contraria da parte delle istituzioni. Di recente, alla presentazione di alcuni libri di una ricercatrice dell’Università di Bologna su Ugo Cerletti e l’elettroshock, Frruccio Giacanelli, già direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Bologna, ha detto con molta chiarezza che l’elettroshock veniva utilizzato, anche da lui, pensando di poter curare malattie come la depressione. Questo significa che non possiamo semplicemente ignorare la questione del disagio, delle difficoltà, del non adattamento. Anche se non utilizziamo  il termine “malattia”, il disagio esiste, ed esiste per ciascuno di noi, perchè i confini, i limiti tra uno stato e l’altro sono molto labili. Credo che, per non offrire il fianco alle modalità completamente diverse da quelle di Antonucci di concepire i rapporti con le persone, ma anche noi stessi – che possiamo trovarci in determinati stadi di difficoltà -, sia bene parlare, se non di malattia, almeno di altri aspetti della questione. Altrimenti accade quello che è accaduto alla presentazione dei libri su Cerletti e cioè che un giovane studente è intervenuto per dire che molti pazienti americani avevano testimoniato i benefici prodotti dagli elettroschock rispetto a quelli prodotti dagli psicofarmaci e che lui riteneva l’elettroschock molto più efficace di una qualsiasi pillola.

Stefano Benassi

(marcos)

La violenza nel lavoro e nella psichiatria – Vito Totire

La città del Secondo Rinascimento, n° 27

Vorrei fare alcune riflessioni anche a partire dal mio lavoro istituzionale, che non si svolge strettamente nel campo del disagio mentale, ma in quello della medicina del lavoro. A Gorizia ho partecipato ad un processo penale riguardane le vittime dell’amianto nei cantieri navali. A questo proposito vorrei aprire un ragionamento sugli omicidi colposi nei luoghi di lavoro e sulla loro pericolosità . Il sistema giuridico dei “delitti e delle pene” nel nostro paese, nella storia recente e passata, è in questo campo spesso ispirato al principio di “due pesi e due misure”, che Giorgio Antonucci ha denunciato a più riprese. Uno stereotipo ancora oggi fortemente radicato, nonostante la sua inconsistenza, è quello che associa la cosiddetta pericolosità, compresa la pulsione omicida. Anche nella medicina del lavoro accade questo. Il dibattimento in cui sono intervenuto a Gorizia, come perito di parte lesa, riguardava i danni dell’amianto, sostanza che oggi è fuorilegge solo in alcuni paesi e in quelli in cui non lo è provoca almeno centomila morti all’anno tra i lavoratori e molti di più se consideriamo l’impatto ambientale e sociale complessivo.

Un crimine, voluto e difeso da alcuni governi, in particolare occidentali, tra cui il Canada, che per i suoi effetti persistenti fa impallidire molti altri reati di basso profilo giuridico, che, viceversa, possono portare chi viene giudicato “matto” alla reclusione, a volte per tutta la vita.
Una persona che stiamo seguendo, per esempio, con alcuni avvocati di Bologna, ha vissuto gli ultimi dieci in città, ed è appena uscita dall’incubo di sette anni di psichiatria giudiziaria. Tunnel in cuui era entrato a seguito di un “enorme” reato che consisteva nell’aver dato una sberla ad uno psichiatra. Questa persona viene “deportata” prima nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, poi addirittura in quello di Aversa, vicino a Napoli, mettendo in difficoltà tutta le rete, scarsa ma significativa, di relazioni sociali attorno a lui.
Sono grato a Giorgio Antonucci per il grandissimo lavoro che ha fatto in questi decenni contro gli abusi della psichiatria e per la summa che ci ha regalato con il suo libro Diario dal manicomio, nel quale integra un’enorme opera di scienza con un altrettanto enorme contributo di poesia, senza assemblare le due parti, ma proponendoci una scienza che si lascia infondere dalla poesia, dal fattore umano e dalla capacità di empatia nei confronti dell’altro.
Giorgio Antonucci usa spesso il termine fiorentino “leticare”. Parlando la lingua della sua città, resiste a quella fastidiiosa e insopportabile omologazione dei linguaggi che porta al rischio di eliminazione di quella che mi piace chiamare “Amazzonia linguistica, psicologica e sensoriale”, che comprende non solo linguaggi e idiomi ma anche culture e modi di pensare.
Ricordo che mi occupo anche di molestie morali nei luoghi di lavoro. Discutiamo spesso, come operatori di sanità pubblica, del mobbing, fenomeno esistito da sempre nei luoghi di lavoro, di cui si è iniziato a parlare sui media soltanto quando sono stati colpiti strati sociali storicamente più garantiti. Ma il termine mobbing non ci piace, perchè è mutato dal comportamento animale, dal comportamento del gruppo che aggredisce il più debole al suo interno. Già in passato la trasposizione di concetti dal comportamento degli animali all’uomo ha causato errori enormi. Per esempio, quando si è cercato di legittimare e addirittura di accreditare l’approccio autoritario e coercitivo nel cosiddetto trattamento delle tossicodipendenze, sono state riportate sull’uomo osservazioni eseguite sugli animali in laboratorio. A partire dal fatto che negli animali fosse abbastanza facile interrompere con questo sistema la dipendenza dagli oppiacei, si è pensato che intervento autotitario, clausura, elettroschock e distruzione della memoria legata all’esperienza di assunzione di droghe fossero utili anche per gli uomini. Così sono nati i “miracoli” chiamati cliniche psichiatriche specializzate, San Patrignano e altri centri simili.
La realtà che ci circonda è fortemente negativa in questo senso e molte situazioni di attacco e di isolamento in cui Antonucci si è trovato negli anni sono ancora,purtroppo, di attualità. Quali altri problemi, attualmente, connotano questa realtà? Ricordo che l’elettroschock viene ancora molto usato in ambito psichiatrico, anche a Bologna. Quella che chiamo “cittadella psichiatrica” continua a consolidarsi, soprattuto all’interno delle istituzioni. La gestione dei trattamenti sanitari obbligatori avviene tuttora con brutalità, basta leggere la procedura usata nel corso della gestione dei T.S.O., che si conclude con la mobilitazione, quasi di tipo militare, di tutti gli infermieri della struttura e, nel caso di “tenace resistenza”, come si diceva una volta nelle cartelle delle persone recluse nei reparti psichiatrici, che ricorda anche Giorgio Antonucci, “si possono tamponare le vie aeree delle persone per vincerne la resistenza”. C ‘è il superamento costante, nella maggior parte dei comuni italiani, dell’uso del T.S.O.; a Bologna era stato previsto un tetto di venticinque ricoveri di questo tipo al’anno, ma tale tetto viene costantemente superato e, secondo l’ultimo rilevazione, ne sono stati comminati trentasei. Ci sono poi casi estremi che riguardono ancora internamenti in O.P.G. per motivi anche banali, come il non rispetto dell’obbligo di residenza.
Credo che occorra dare l’esempio e informare le persone più giovani, che stanno incominciando da poco a occuparsi di questi problemi, e ricordare loro con decisione che le questioni introdotte e evocate da Giorgio Antonucci hanno a che fare con la storia, ma, purtroppo, hanno a che fare, tremendamente, anche con l’attualità. Credo anche che possiamo arrivare a essere consulenti della società civile nei casi di violenza della psichiatria.

(marcos)

da Eddyburg
 
da carta n. 45 (19.12.2009)
 
Scomparsa dall’Italia non solo l’urbanistica, anche la civiltà
Data di pubblicazione: 17.12.2009

 
di Edoardo Salzano
Non c’è più nessuna differenza nel modo in cui governi di centro destra e governi dei centrosinistra usano il territorio. Per lo Stato, le regioni, i comuni è solo materia bruta da distruggere per far quattrini.

Bellezza, funzionalità sicurezza possono scomparire in nome del maggior valore che il suolo può assumere se è coperto dalla crosta di cemento e asfalto.

Guardate i “piani casa”. Berlusconi ha dato l’avvìo, ma la Toscana rossa è stata la prima a seguirlo, e la legge peggiore l’ha fatta (insieme alla Sardegna) la Campania dell’ex comunista Bassolino.

E guardate che cosa avviene a Venezia, città amministrata dal centrosinistra quasi ininterrottamente dal 1975 a oggi. In prossimità della gronda lagunare, in un’area ad altissimo rischio idraulico, la previsione di uno stadio e un terminal terra-acqua viene quadruplicato da un accordo patrimoniale siglato dal presidente berlusconiano della Regione, dal sindaco ex comunista di Venezia e dai proprietari di due aziende privatizzate, per essere riempito da oltre un milione di mc di alberghi, residence, centri commerciali e “divertimentifici”. Sull’altro bordo della Laguna, al Lido, la residua integrità del forte di Malamocco, realizzato dagli austriaci nel XIX secolo, le sue mura e la vasta area a verde che esse racchiudono, viene stravolta da una trentina di villette e altre costruzioni, che copriranno tre quarti dell’area. Rimuovendo, col beneplacito della sovrintendenza, i vincoli di tutela, e utilizzando tutti gli strumenti di deroga alla pianificazione urbanistica consentiti dalle leggi vigenti. Casi simili provengono a eddyburg da tutt’Italia, nel silenzio dell’informazione di massa.

Non è in crisi solo l’urbanistica, né solo la politica: è la civiltà che è scomparsa dal disgraziato paese in cui ancora viviamo. Cancellare le voci libere, la critica, il dissenso serve anche a nascondere questa verità.

Craxi statista. Piatto ricco mi ci ficco

Indymedia Roma , 15.01.2010 22:01

Le ragioni per cui la Moratti e Minzolini vogliono dare sanzione ufficiale all’agiografia di Bettino Craxi offrono ampio pascolo alla satira ma non sono intellettualmente stimolanti. Nessuno le ignora.

La folgorazione sulla via di Hammamet di personaggi come Piero Fassino e Massimo D’Alema, per contro, è interessante. I sofismi con cui questi si sforzano di dare rispettabilità a un revisionismo fetente aprono ampie fenditure sul fondale della politica italiana e aiutano a capire meglio uomini e idee.

Per cominciare, in una repubblica videocratica come la nostra in cui i partiti sono un ectoplasma evanescente che balugina nella coscienza dello spettatore-cittadino solo per il tempo della rappresentazione catodica, nessun politico di professione (cioè che guadagna soldi con la politica) può rimanere indifferente alla possente spinta mediatica che c’è dietro la riabilitazione del grande statista morto latitante.

In secondo luogo Craxi ha assolto alla funzione storica di rendere la parola “riformismo” una oscenità impronunciabile, e trasformarlo in “grande statista” apre proprio quello spazio politico che persone come Violante, Fassino e D’Alema vogliono occupare. Voi credete che si stiano comportando da farabutti? No, no, non avete capito niente. Stanno facendo i “riformisti”.

Si potrebbero aggiungere altri elementi al quadro, come la possibilità che a parlare bene di Craxi si ottenga un’ambita nota personale di lode da parte di Paolo Buonaiuti, Daniele Capezzone o — non plus ultra — la stessa Stefania Craxi. Ma già le prime due voci della lista costituiscono un incentivo più che sufficiente a indurre i Nostri a pensare “piatto ricco, mi ci ficco”.

Stupido chi rimane fuori da questa mano.

(marcos)

Gli USA “invadono” Haiti con migliaia di soldati: operazione di soccorso o occupazione militare?

category internazionale | ecosistemi | notizie author venerdì 15 gennaio, 2010 22:50author by ((A))

Il dispiegamento di forze militari USA verso Haiti è senza precedenti per un disastro naturale: entro il weekend i soldati Usa saranno 10.000.

460 0   30 0 0 0 0 0 militari usa xin400x300 Gli USA invadono Haiti con migliaia di soldati: operazione di soccorso o occupazione militare?

Un commando della U. S. Air Force Special Operation Forces, partito dalla base di Hurlburt Field in Florida, si è impadronito dell’aeroporto di Port-au-Prince e ha improvvisato le funzioni di una torre di controllo. I militari Usa hanno deciso chi può atterrare e chi no, smistando il traffico degli aerei con gli aiuti.

Il dispiegamento di forze militari USA verso Haiti è senza precedenti per un disastro naturale. Su ordine del presidente Obama il comando meridionale del Pentagono ha già fatto arrivare al largo dell’isola la portaerei Uss Carl Vinson con un “vasto contingente di aerei ed elicotteri”. L’affianca una nave anfibia che trasporta un corpo di spedizione di 2.000 marines; seguita da altre quattro navi militari.

Ancora più veloce è il dispiegamento di truppe aviotrasportate voluto dalla Casa Bianca. Obama fa arrivare ad Haiti l’82esima divisione dei paracadutisti, 5.000 soldati partiti a velocità record sugli aerei da trasporto C-17, decollati dalla base di Fort Bragg nella North Carolina.
Ben presto il contingente militare raddoppierà, entro il weekend i soldati Usa saranno 10.000.
A fianco a una nave-ospedale, la Usns Comfort, si schiera perciò una delle più moderne portaerei del Southern Command. L’82esima Airborne Division dovrà mobilitarsi anche in una missione di polizia militare.

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