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Archivio di ottobre 2009

Manifestazioni – No nuke day
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Montalto di Castro (Vt): sabato 31 ottobre 2009
Mobilitazione nazionale contro le bugie atomiche del governo
Sabato 31 ottobre giornata di mobilitazione nazionale contro il nucleare a Montalto di Castro. Appuntamento in piazza Giacomo Matteotti dalle ore 9 alle 14. Dobbiamo essere in tanti, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per costruire una fitta rete di controinformazione.
Per annientare le bugie atomiche del Governo. Eccole:
“Sulle localizzazioni delle centrali decideranno gli enti locali e le popolazioni, non il governo”
FALSO. Il ministro Scajola soffre forse di amnesia. Dimentica infatti che la legge Sviluppo, approvata dal Parlamento italiano nel luglio 2009, delega il governo a utilizzare il potere sostitutivo e l’esercito in caso di mancata intesa tra gli enti locali per la localizzazione delle centrali. L’amnesia del ministro del governo decisionista in carica aumenta in prossimità delle scadenze elettorali. Ha forse paura di perdere consenso?
“Il nucleare garantirà la diversificazione delle fonti energetiche”
FALSO. Il contributo dell’atomo alla riduzione dei consumi di gas sarebbe insignificante.
Secondo un recente studio del Cesi Ricerca, con la costruzione di 4 reattori EPR di terza generazione
avanzata da 1.600 MW l’uno, risparmieremmo dal 2026 in poi appena 9 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, pari al contributo di un, rigassificatore di taglia media. Altro che diversificazione energetica!
“I cittadini non pagheranno i costi del nucleare”
FALSO. Per la collettività è in arrivo una maxi stangata a causa dell’atomo made in Italy. Con un nuovo decreto, da approvare entro febbraio 2010, il governo vorrebbe rimborsare le aziende energetiche per le spese sostenute e i mancati guadagni, qualora l’avventura nucleare dovesse fallire. Alla faccia della tanto propagandata riduzione in bolletta, tutto sarà ovviamente a carico dello Stato e dei cittadini!
(rocco)
shim Manifestazioni   No nuke day
Parti cesarei: in italia sono davvero troppi!
29/10/2009 - Gabriele Bindi
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(47 letture)
lg share it Parti cesarei: in italia sono davvero troppi!
Abbiamo la maglia nera in Europa. In Campania ci ricorre il 60% delle partorienti, a Roma anche l’80%. Manca un’adeguata assistenza e formazione. Ginecologi e sanitari temono azioni legali su eventuali errori. Strutture carenti e personale insufficiente, ma sarebbero anche le donne a temere il dolore e a preferire l’operazione. I dati della Società Italiana Ginecologia e Ostetricia (SIGO)
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Da anni facciamo più parti cesarei che altrove e lo sappiamo: il 37% rispetto al 20,2 della Francia, al 23 dell’Inghilterra. Il doppio rispetto alle indicazioni Oms.
Il motivo apparente dichiarato è la paura delle mamme di soffrire molto e la paura degli ostetrici ginecologi di possibili grane legali. In altre parole potremmo dire che manca una cultura dell’assistenza al parto.
Ma anche motivi organizzativi: strutture inadeguate, personale insufficiente. Meglio un intervento programmato che aspettare i tempi del travaglio, insomma. C’è pure un problema di poca formazione al parto vaginale (59%) del ginecologo ostetrico. Motivazioni organizzative che pesano più di quelle cliniche in un caso su tre.
Sono i dati dell’indagine condotta per la prima volta dalla Società Italiana Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in oltre 200 centri italiani, al 97 per cento pubblici. E presentate oggi a Bari in apertura del Congresso Nazionale Sigo-Aogoi.
Secondo Giorgio Vittori, presidente Sigo, “C’è disinteresse e devalorizzazione del femminile. Il costo di un parto naturale ormai equivale a quello di un cesareo perché comunque c’è bisogno di ginecologo, ostetrica, anestesista, personale parasanitario, anche durante il travaglio. Dove si può si aggiunge il costo dell’anestesia epidurale, ma un parto costa comunque molto meno di un’operazione di appendicite. È questione di cultura”.
Culturale anche il fatto che “sono proprio le madri a preferire l’intervento alla via naturale. Il 27 per cento dei cesarei è frutto di una loro decisione e non di indicazioni cliniche“, aggiunge Alessandro Melani, del direttivo Sigo. Una soluzione che risente di precedenti esperienze di amiche o parenti, dell’influenza dei media (47%), della scarsa possibilità in molti centri, secondo 1 medico su 2, di accedere all’anestesia epidurale, dell’opportunità di avere accanto il ginecologo curante.
Maglia nera per numero di cesarei alla Campania (quasi il 60%) seguita da Basilicata (50,5), Puglia (45,8%).
Condizioni ottimali in Friuli Venezia Giulia (19,9), Trentino Alto Adige. Nel Lazio è intervento in 39,4 casi su 100 ma a Roma, dicono i dati, si può raggiungere anche l’80%.
(rocco)
La terra costa cara, gli agricoltori la prendono in affitto
28/10/2009 - Gabriele Bindi
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(144 letture)
lg share it La terra costa cara, gli agricoltori la prendono in affitto
In Italia chi compra la terra non è più imprenditore agricolo. 5 milioni di ettari sono stati sottratti all’agricoltura. La crisi finanziaria ha alzato il valore del terreno agricolo, a danno dei giovani contadini.
1285339 campi La terra costa cara, gli agricoltori la prendono in affitto
Un territorio grande come due volte la regione Lombardia per un totale di cinque milioni di ettari equivalenti è stato sottratto all’agricoltura che interessa oggi una superficie di 12,7 milioni di ettari con una riduzione di ¼ negli ultimi 40 anni. E’ quanto è emerso dallo studio realizzato per la Coldiretti dal prof. Angelo Frascarelli, dal quale si evidenzia che l’erosione di terre fertili è imputabile alla sottrazione per usi industriali, residenziali, civili ed infrastrutturali, oltre che all’abbandono delle zone marginali.
Un processo che mette a rischio la sicurezza del territorio in Italia dove – sottolinea la Coldiretti – ci sono 5.581 comuni, il 70 per cento del totale, a rischio idrogeologico dei quali 1.700 sono a rischio frana e 1.285 a rischio di alluvione, mentre 2.596 sono a rischio per entrambe le calamità. In più di un caso su tre (42 per cento) chi acquista terra non è un imprenditore agricolo. Non è un caso infatti che i terreni agricoli battono l’oro nella classifica degli investimenti giudicati più sicuri dagli italiani e sono collocati al pari dei conti correnti ad alta remunerazione e al di sotto della casa, che è di gran lunga in cima alla graduatoria, secondo l’indagine realizzata da Coldiretti-Swg nell’ottobre 2009.
L’uso plurimo della terra (agricolo, residenziale, ricreativo, paesaggistico, ambientale) con spiccata conflittualità di interessi specialmente nelle aree di pianura, l’alta densità demografica, il fatto che solo il 30 per cento della superficie agricola coltivata è in pianura, i forti vincoli ambientali, paesaggistici ed idrogeologici generano una forte pressione che tiene particolarmente alto il valore della terra in Italia. Tra i nuovi fenomeni va segnalata la domanda di terreni da destinare a pannelli fotovoltaici che si è aggiunta alla diffusione nelle aree fertili di impianti agroenergetici con la richiesta di terra da destinare alla produzione di biomassa.
La crisi finanziaria, con la ricerca di beni rifugio alternativi agli investimenti piu’ tradizionali come la borsa, rischia di favorire le speculazioni sui terreni agricoli facendone schizzare le quotazioni verso l’alto e ostacolandone ulteriormente l’acquisto da parte dei giovani imprenditori agricoli. “Il terreno è un costo per le imprese agricole che devono crescere e svilupparsi e l’aumento delle quotazioni rischia di trasformarsi in un ulteriore onere che si somma a quello della stretta creditizia” – ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare “l’importanza di misure antispeculative soprattutto per favorire l’inserimento dei giovani agricoltori”.
I valori fondiari medi nell’Ue vanno da un minimo di 1.000 euro/ettaro nei Paesi dell’Est (Romania, Slovacchia, ecc.) ad un massimo di 34.000 euro/ettaro in Olanda, 25.000 euro/ettaro in Danimarca e 11.000 euro/ettaro in Spagna, secondo l’ Eurostat. In Italia, il valore fondiario medio è di 17.000 euro/ettaro, ma è una media comprende anche i terreni marginali di montagna e collina dell’Appennino e delle Isole. I terreni di montagna e collina litoranea, paragonabili a quelli dell’Olanda e della Danimarca, hanno in Italia un valore fondiario medio di gran lunga superiore, da 38.000 euro/ettaro a 72.000 euro/ettaro.

Per via dell’ascesa dei prezzi cresce in Italia il ricorso alla terra in affitto. I giovani (con età inferiore ai 40 anni) detengono mediamente il 26 per cento della terra in affitto mentre per gli agricoltori più anziani (con età superiore ai 40 anni) tale percentuale scende mediamente al 13 per cento della terra in affitto. La terra di proprietà degli Enti pubblici è un fenomeno molto rilevante in Italia che detengono oltre il 7 per cento della superficie agricola utizzabile per un totale di quasi un milione di ettari ( 934.000 ettari ) destinati per la quasi totalità ai pascoli ( 887000 ettari ) ma anche seminativi ( 32000 ettari ) e colture legnose ( 15000 ettari ).
Fonte: Coldiretti
(rocco)
Influenza A, scatta la denuncia: “il vaccino è veleno”
24/10/2009 - C.B.
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(992 letture)
lg share it Influenza A, scatta la denuncia: il vaccino è veleno
Si organizza in Francia la fronda anti-vaccino contro l’influenza A, con denunce per avvelenamento collettivo e la creazione di un gruppo di dissidenti che intendono mettere in guardia i francesi sui rischi della vaccinazione.
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La fronda è partita dal sud. Alcuni abitanti dell’Isere, sulle Alpi, si sono infatti rivolti al tribunale di Grenoble per denunciare la campagna di vaccinazione lanciata dal governo e che, secondo loro, è “un vero e proprio tentativo di avvelenamento della popolazione”. I querelanti hanno sporto denuncia contro ignoti e si sono costituiti parte civile. Si tratta della prima azione di questo tipo in Francia, dove da settimane ormai è in corso una fitta polemica sull’efficacia del vaccino e sui rischi di effetti collaterali. Polemica che ha investito anche il governo, accusato di eccessivi allarmismi, ed alimentata, sin dall’inizio di settembre, anche da un sondaggio che aveva rivelato i dubbi persistenti tra i sanitari, tanto che più di un terzo del personale ospedaliero francese rifiutava di farsi vaccinare. Ma la protesta dei francesi non si fermerà all’azione legale di oggi. Altre denunce dovrebbero seguire presto a Parigi, Pau e Nantes. E’ almeno quanto sostiene l’avvocato dei querelanti, Jean-Pierre Joseph, che ha reso pubblica la notizia, poi confermata da fonti giudiziarie. La denuncia è stata depositata al tribunale di Grenoble da nove persone per “tentativo di somministrazione di sostanze che possono causare la morte”. Tra loro ci sono un sanitario, una presentatrice radiofonica ed un’insegnante che nelle ultime settimane avevano animato delle riunioni pubbliche sull’argomento. “L’interesse di questa azione – ha spiegato il legale - è che i francesi assumano un atteggiamento civico e dicano pubblicamente abbiamo capito che la campagna di vaccinazione e’ una fregatura”. Fonti giudiziarie si sono già dette scettiche sull’esito di un’azione di questo tipo. Ma resta quantomeno simbolica di uno stato d’animo che accomuna molti francesi in questa epidemia che, secondo le autorità sanitarie, dovrebbe colpire il 20% della popolazione francese nelle settimane a venire. Così, sempre secondo quanto riferito dal legale, alcune centinaia di persone in tutto il paese starebbero prendendo contatti tramite il web per costituire un collettivo d’opposizione alla vaccinazione.
(rocco)

Il razzismo ipocrita dei politici

Pantegane e scarafaggi

Da Umanità Nova 27 settembre 2009.

 

Sono uscite le zoccole e gli scarafaggi dalle fogne!” così una persona a me cara commentava la lettura dei giornali, una mattina di questa estate. E la semplicità di quella imprecazione mi colpì, poiché ebbe la forza di raffigurare con un’immagine nitida e cruda le sensazioni che da mesi stavo provando di fronte al panorama politico e sociale italiano.

Una classe politica capace di usare le persone come carne da macello per le proprie fortune politiche, fomentando l’odio, gettando veleni nella società, insultando e vomitando su milioni di immigrati che popolano e arrivano in questo paese. I rifugiati respinti in mare, le torture e le violenze inflitte agli uomini e alle donne sequestrate nei Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT), le perquisizioni di massa fatte all’alba nei quartieri ad alta densità di popolazione immigrata, i pestaggi ai danni dei mal capitati, rei di essere neri, prostitute, trans, diversi, deboli.

Il tutto con il complice silenzio, se non il plauso, di una gran parte della popolazione lavoratrice di questo paese. Ormai per la gente comune, la parola clandestino è sinonimo di criminale; e lo si odia e teme.

E tutto ciò accade nonostante la vita ci offra numerose occasioni per conoscere chi ci viene dipinto dal potere criminale come un nemico. Jose, Mohammed, Aisha e tanti altri vivono insieme a noi negli stessi quartieri, salgono sugli stessi autobus, lavorano nei nostri stessi luoghi.  

A spiegare l’odio razzista non può essere solo l’ignoranza, c’è di più e di peggio: un imbarbarimento delle coscienze, una voglia di sentirsi migliori e superiori agli altri, la comodità di sapere che c’è chi sta più in basso di te.

A questo fa specchio l’ipocrisia e la doppiezza delle classi dirigenti di questo paese. Sì, perché mentre non si stancano mai di urlare contro gli immigrati ed i clandestini, li usano a piene mani per arricchirsi.

Non parlo di confuse e vaghe accuse. È esperienza diretta, vita reale e non fiction televisiva. Il mio amico che chiamerò A, che vive da 7 anni in Italia, senza uno straccio di documento, con una tentata regolarizzazione andata a male, attraverso un decreto flussi, vittima delle vecchie e nuove leggi sull’immigrazione, sapete dove lavora?

Beh, costruisce la Questura di una città che chiamerò X, 7 giorni su 7, in cambio di uno stipendio incerto, che non sa se e quando arriverà. Capito? Costruisce la caserma di quelli che poi lo prenderanno e lo denunceranno per immigrazione clandestina!

E che dire di B, ragazzo anche lui senza permesso, appena tornato dall’Aquila, dove è stato per 8 giorni insieme a tanti altri come lui. B invece di restare, ha deciso di scappare da quel luogo, perché preferisce la disoccupazione ad uno sfruttamento bestiale: 12 ore di lavoro giornaliere per costruire case in 15 giorni, senza un attimo di sosta, case fatte di gesso e reti, costruite da muratori in gran parte senza documenti, tenuti a dormire numerosi e stipati in cantiere, con pasti miserrimi, tutti alle dipendenze di ditte legate al presidente del consiglio.

Sapete la sua meraviglia quale è stata? Trovarsi in una città circondato da migliaia di carabinieri, poliziotti e quant’altri e nessuno che gli chiedeva mai i documenti!

Che dire di questo?!

Nero a metà

 

Universo concentrazionario statunitense

Gulag Americano

da Umanità Nova n. 33 – 27 settembre 2009

 

Quotidiani, periodici, televisione, blog e molta dell’informazione su internet ci bombardano da anni con la retorica della sicurezza. Al di là e contro ogni evidenza statistica, la “sicurezza”, intesa nel suo senso fisico e mai nei termini di sicurezza esistenziale (salariale, sociale, ambientale, medica, educativa, ecc.) è obiettivo prioritario di qualunque schieramento di governo.

Un’enfasi penale – potremmo chiamarla – che prova continuamente ad ammorbarci di un nuovo senso comune, penale anch’esso, di criminalizzazione della miseria che sperimentata negli Stati Uniti ha contagiato il mondo, stivale compreso.

Negli USA il “rigore penale” degli ultimi tre decenni ha implicato una crescita inarrestabile di quel che in maniera appropriata è stato denominato “l’universo concentrazionario”, o ancora “il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin”. Una dinamica, questa, che non conosce soste e che mostra dati impressionanti. Su trecento milioni di abitanti che abitano il territorio statunitense circa un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), e più di centomila minori popolano i riformatori (30.000 sono nelle carceri per adulti).

Un totale di 2,5 milioni di persone in prigione: un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000; ma, se aggiungiamo ai 2,5 milioni in prigione i 5,2 milioni che sono in libertà vigilata (“probation” e “parole”), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti (2,5 per cento). 100.000 sono i detenuti in isolamento, 3.300 quelli nel braccio della morte. Gli ergastolani sono 140.000 (di cui 7.000 minorenni). Un terzo non ha la possibilità di rilascio sulla parola e di questi 2-3.000 erano minorenni al momento del crimine (alcuni di 13 e 14 anni).

Dall’età di Reagan in poi – senza soluzione di continuità tra governi democratici e repubblicani – il mantenimento dell’ordine pubblico secondo la parola d’ordine “tolleranza zero” è via via cresciuto sino a diventare pressoché l’unico modo per contenere e reprimere le diseguaglianze sociali.

Così le galere strabordano di uomini e donne: un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. Metà dei carcerati sono neri, neri che formano il 13% della popolazione. Se contiamo i 5,2 milioni in libertà vigilata siamo a un adulto ogni 31 sotto contenzione penale.

Proprio la politica della tolleranza zero “nata americana” e ben presto globalizzata, ha inasprito le politiche penali nei confronti dei neri, in quanto ancora rappresentanti gli strati più bassi della società – considerandoli come obbiettivi delle proprie politiche.

Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 409 per 100.000, per i neri è di sei volte tanto (2.468). Se si escludono le donne e si considerano i maschi bianchi il tasso sale a 736 mentre per i neri arriva a 4.789, ma in molti stati supera abbondantemente quota 10.000. Le donne detenute sono 200.000, spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi e frequenti sono le violenze sessuali.

In un quarto degli Stati il 10% dei maschi neri adulti è in galera. È risaputo che molti di questi sono in prigione per piccoli reati, spesso legati alla droga; non a caso pur essendo il 13% di chi fa uso di sostanze stupefacenti, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto.

La “grande reclusione”, con i suoi numeri da gulag staliniano, colpisce però selettivamente: i poveri, spesso afroamericani e giovani, tanto da potere affermare che per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” comparabile al servizio militare obbligatorio. Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. Non solo: sono più i ragazzi neri in prigione che quelli all’università.

Per i minorenni considerati come “problematici” la situazione supera le nostre capacità d’immaginazione: ogni anno le galere per minori (pubbliche o private) gestiscono 1,6 milioni di casi e almeno 200.000 minori sono processati e condannati come se fossero adulti.

Una ipertrofia del mondo penale all’interno della quale il sistema penitenziario è diventato grande motore economico e fonte di business paragonabile alla General Motors o a Wal-Mart. Ovviamente a spese dei contribuenti. Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60-70 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200, a discapito del servizio sociale e delle condizioni di detenzione. Il sovraffollamento implica condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”.

A ingrassare tali meccanismi ci pensano le diciottomila polizie americane, che compiono ogni anno 15 milioni di arresti, ovvero 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti (5 per cento).1 milione e 500.000 sono gli arresti per guida in stato di ebbrezza. 2,5 milioni sono gli arresti di minorenni e almeno 500.000 sono bambini sotto i 14 anni. Una massa di procedimenti penali così smisurata in grado di schiacciare qualsiasi sistema giudiziario: non quello americano, salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento e dimentico di qualunque nozione di certezza del diritto. I processi con giuria sono stati, nel 2004, appena 155.000 su un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli solo 273.000.

Così due milioni e mezzo di persone in prigione, 200.000 in libertà vigilata, 800.000 secondini, più di 5.000 prigioni ben rappresentano la sostanza del gulag americano.

Un sistema concentrazionario che è insieme “discarica della società” e strumento di disciplinamento funzionale all’imposizione di condizioni salariali e di precarietà particolarmente feroci.

La carcerazione di massa da una parte riduce il tasso di disoccupazione, incarcerando i potenziali disoccupati o facendoli diventare poliziotti e carcerieri, dall’altra fa in modo che chi esce dalle galere possa ambire solo a lavori degradati. Perpetua e sviluppa una nuova miseria, urbana e proletaria all’interno di una società sempre più diseguale e gerarchica.

L’articolo è redatto sulla base dello studio “American Gulag 2009” di Claudio Giusti, che ringraziamo sentitamente. I dati sono verificabili al seguente link, dove è leggibile il lavoro completo di Giusti con una bibliografia minima sulla questione (RedB).

http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/08ago3/2800giustiusjus.htm

 

da greenport.it
13 ottobre 2009

Altro scandalo del nucleare francese: scorie nucleari scaricate all’aperto in Siberia

LIVORNO. In Francia è scoppiato l’ennesimo scandalo nucleare. Oggi il segretario di Stato all’ecologia francese, Chántale Jouanno, si è detta favorevole all’apertura di un’inchiesta interna del colosso energetico Electricité de France (Edf) sullo stoccaggio di scorie nucleari francesi in Siberia, però «si rifiuta di trarre conclusioni affrettate». Poi ha aggiunto: «Ma a partire dal momento nel quale ci sarà un dubbio, è normale che l’opinione pubblica possa essere informata» e .quasi a scaricare la patata bollente, ha ricordato che la questione nucleare riguarda il ministro dell’ecologia e dell’energia Jean-Louis Borloo, cioè il suo collega e “capo” nel governo francese. Un modo molto imbarazzato ed imbarazzante di affrontare la nuova tegola
caduta sul nucleare “sicuro” francese dopo che l’inchiesta – “Déchets: le cauchemar du nucléaire”, apparsa sulla rete televisiva Arte e poi ripresa con grande rilievo ieri dal quotidiano Liberation la quale ha svelato che il 13% delle scorie radioattive francesi sarebbero attualmente stoccate nel complesso atomico russo di Tomsk-7, in Siberia e che ogni anno 108 tonnellate di uranio impoverito provenienti dalle centrali atomiche francesi verrebbero spedite in Russia e scaricate a cielo aperto.
Fortissimo l’imbarazzo di Edf che ha affermato che «I rifiuti radioattivi prodotti dal trattamento dei combustibili restano in Francia dove sono custoditi in depositi in tutta sicurezza nel sito di La Hague».
 
Eppure le immagini dell’inchiesta condotta dai giornalisti di Liberation Eric Guéret e Laure Noualhat mostrano in maniera inequivocabile e dettagliata contenitori con combustibile nucleare usato stoccati accanto ad una ferrovia in Siberia senza nessuna precauzione.
Infatti, alle assicurazioni del colosso nucleare in Francia non crede quasi nessuno, ad iniziare Réseau “Sortir du nucléaire”: «Mentre il ministro dell’ecologia Chantal Jouanno si contenta di chiedere “un’inchiesta”, con l’obiettivo evidente di guadagnare tempo perché l’affaire sparisca dall’attualità – dicono gli ambientalisti – Réseau “Sortir du nucléaire” chiede il ritorno in Francia delle scorie radioattive francesi abbandonate da Edf in Russia. In effetti, è ingiustificabile che l’industria nucleare francese si sbarazzi all’estero dei suoi rifiuti radioattivi. L’argomentazione ingannevole di Edf che pretende che non si tratti di scorie ma di “materiabile valorizzabile”, non può essere posta: non è proprio più giustificabile lasciare in Russia sia “materiali valorizzabili” che rifiuti. Bisogna che la Francia nucleare si assuma le conseguenze delle sue attività e ne renda finalmente conto davanti all’opinione pubblica. I cittadini francesi devono in questa occasione prendere coscienza dell’accumulazione drammatica di diverse categorie di rifiuti e residui radioattivi prodotti dall’industria nucleare e dell’assenza di soluzioni per queste scorie. Il rimpatrio in Francia delle scorie radioattive spedite in Russia obbligherà le autorità francesi a tentare di trovare un
sito di stoccaggio… sapendo che è più difficile trovare un sito del genere in Francia che in fondo alla Siberia. Questo permetterà di ricordare che, malgrado le manovre indegne, lo Stato francese no riesce, da molti mesi, ad imporre là realizzazione di un sito di interramento delle scorie radioattive: i tentativi fatti nell’Aube all’inizio del 2009 sono stati respinti dalle popolazioni locali e dalle associazioni antinucleari».
Gli ambientalisti francesi fanno la lista di altre scorie che la Francia ha nascosto in altri Paesi come gli “sterili”, vere montagne di residui dell’estrazione di uranio abbandonati a cielo aperto in Niger da Areva. La scoperta della discarica nucleare francese in Russia mette fortemente in dubbio quel che Edf ed Areva propagandano con una massiccia campagna sui media: «Il 96% delle scorie nucleari francesi sono riciclate», per “Sortir du nucléaire” «Si tratta chiaramente di una campagna di disinformazione che gli conviene rettificare».
 
da terranews.it
 
Francia Un documentario scioccante denuncia il traffico di rifiuti radioattivi che dal sito di Le Hague arriva in Russia. Un viaggio di 8mila chilometri tra nave e treno. I responsabili dell’agenzia energetica Edf inscenano una debole difesa  

Normandia-Siberia solo andata Ecco dove finiscono le scorie
Simonetta Lombardo

Ottomila chilometri di viaggio, poi un sito di stoccaggio all’aria aperta, in Siberia. È la fine che fa almeno il 13 per cento delle scorie radioattive francesi: ogni anno 108 milioni di tonnellate di uranio impoverito vanno a ingrossare l’enorme parco nucleare segreto del complesso atomico di Tomsk-7, una città di 30 mila abitanti nel grande nulla russo in cui è proibito l’accesso a stranieri e a giornalisti. Ad alzare il coperchio che tappava il bidone della “pulitissima” industria nucleare d’oltralpe è stato un documentario trasmesso due sere fa dal canale Arte, dal titolo Dechets, le cauchemar da nucleare (Rifiuti, l’incubo del nucleare). A realizzarlo Laure Noual hai ed Eric Guéret, una giornalista di Liberation e un regista che hanno lavorato otto mesi, coinvolgendo gli ambientalisti russi, a partire da Greenpeace, sulle tracce delle scorie. Hanno trovato riscontri raccolto ammissioni da parte della grande industria atomica francese, Areva, e dall’Edf, l’ente elettrico nazionale. Colti con le mani nel sacco, i responsabili del traffico hanno riconosciuto in prima serata che il flusso di uranio e plutonio esiste, ma hanno tentato di sostenere la tesi che si tratta di una sorta di regalo della grandeur nucleare francese agli amici russi. Dall’impianto di stoccaggio e ritrattamento di La Hague, infatti, esce un materiale che secondo Areva potrebbe essere lavorato e trasformato in Mox, il carburante che in futuro finirà nelle previste centrali italiane. Peccato che solo un 10 per cento dei rifiuti trasferiti in Siberia diventi di nuovo riutilizzabile: il restante 90 per cento è stoccato senza nessuna sicurezza in fusti all’aria aperta, come mostrano le foto e le riprese da satellite. Il traffico, che dura dalla metà degli anni Novanta, si svolge prima in
nave e poi in treno: lungo gli ottomila chilometri che separano prima la Manica da San Pietroburgo e poi la antica capitale russa dalla Siberia, senza nessuna particolare misura di sicurezza. I rifiuti nucleari si nascondono, quindi, sotto il tappeto, ma lontano dagli occhi della società ce li produce. Stiamo parlando di una delle maggiori potenze del nucleare civile mondiale e delle due aziende con cui il governo Berlusco-
ni ha stretto gli accordi per il ri-awio del nucleare a casa nostra. Ma Areva e Edf non sembrano far meglio di tanti trafficanti di casa nostra. Ieri è stato avvistato nel mare di Calabria un relitto che – secondo la cartina della società creata dall’imprenditore Giorgio Comerio per l’affondamento programmato delle scorie radioattive – potrebbe essere quello della Mikigan, la nave affondata nell’ottobre del 1986 con un ca-
rico protetto da granulato di marmo, ossia da uno schermante delle radiazioni atomiche. Quello che i francesi fanno con maggiore sfoggio di mezzi andando a nascondere le scorie in Siberia, il malaffare italiano fa più semplicemente nel mare di casa nostra. Vuoi vedere che il nostro nucleare diventa più conveniente di quello di Parigi?

Fronte del CIE. Condanne a Milano, scritte a Torino

Dopo le condanne inflitte dal Tribunale di Milano ai ribelli del CIE di
via Corelli, a Torino sono comparse scritte alla RAI, alla Croce Rossa, al
CPT per bambini, sulla sede dei vigili urbani di piazza della Repubblica.
Foto a quest’indirizzo:
http://piemonte.indymedia.org/article/5996

La rivolta, il processo, la condanna
Il 13 ottobre al tribunale di Milano si è concluso il processo contro 14
immigrati arrestati e rinviati a giudizio dopo la rivolta nel CIE di
Milano del 13 agosto.
13 condanne, un’assoluzione. Tutti i condannati restano dietro le sbarre
perché è stata negata a tutti la sospensione condizionale della pena.
Le pene inflitte oscillano tra i sei e i nove mesi di reclusione.
Una sentenza “mite” rispetto alle richieste dell’accusa di due anni e
mezzo di reclusione per i nove uomini e cinque donne alla sbarra per
violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e
incendio doloso.
Le accuse sono state derubricate e la condanna esemplare sulla quale
puntava la polizia non c’è stata.
È una sentenza comunque intollerabile come intollerabile è l’esistenza
stessa dei CIE

Dall’8 agosto, quando sono cominciati a fioccare i provvedimenti di
estensione a sei mesi della detenzione, nei CIE di Milano, Roma, Bari,
Gradisca, Bologna, Torino, Modena ci sono stati scioperi della fame,
materassi bruciati, suppellettili distrutte, attacchi alla polizia,
proteste sul tetto. Un po’ ovunque ci sono stati tentativi di fuga.
A Milano la protesta è dilagata il 13. I 14 ribelli sono stati arrestati
dopo una nottata di scontri.
Sin dalla prima udienza del processo contro di loro erano presenti
numerosi antirazzisti, che erano presenti in strada anche ieri, con un
presidio che è andato avanti dalle 9 sino alle 16.
I reclusi hanno trasformato il processo in un  “je accuse” collettivo
contro i loro aguzzini.
In solidarietà con loro ci sono stati scioperi della fame ai CIE Gradisca
e Milano.
Una ragazza africana, Joy, che aveva denunciato sin dalla prima udienza le
gravi molestie e violenze sessuali subite dall’ ispettore Addesso, è stata
denunciata e verrà rinviata a giudizio per calunnie.
Come sempre chi osa dire che un poliziotto picchia, insulta, stupra la
paga cara.
Chi osa ribellarsi contro le prigioni per senza carte viene pestato,
umiliato, espulso in fretta e furia, spedito in galera.
Ma la voglia di libertà e la dignità di chi resiste sono più forti di
qualunque muro.
fai_to@inrete.it

TRATTO DA SEGNIDALCIELO. IT
Il vaccino per l’influenza A/H1N1 E’ DANNOSO PER LA SALUTE
Il vaccino contro l’influenza A/H1N1 sarà messo in circolazione privo del
foglietto illustrativo che per legge
dovrebbe contenere posologia, modalità d’uso ed effetti indesiderati di
ogni farmaco.Nella composizione del vaccino viene anche prevista
l’utilizzazione dell’adiuvante MS 59″ prodotto
per la Guerra del Golfo e altamente distruttivo per il corpo umano
 Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri
(Fimp), rende noto che il vaccino contro l’influenza A/H1N1 sarà messo in
circolazione privo del foglietto illustrativo che per legge dovrebbe
contenente posologia, modalità d’uso ed effetti indesiderati di ogni
farmaco.
Nella composizione del vaccino viene anche prevista l’utilizzazione
dell’adiuvante MS 59″.
L’MS 59 è il derivato oleoso di un prodotto ideato per la guerra del golfo
con capacità altamente distruttive per il corpo umano. Alcuni esperti
della sanità affermano che questo principio debba rientrare nella
categoria delle armi biologiche o farmacologiche.
E’ sintomatico che la legislazione impone che l’utilizzo del M S 59 debba
essere molto limitato negli esperimenti con gli animali e non prevede
assolutamente il suo utilizzo sugli uomini.
Gli immunologi sostengono la tesi secondo la quale una dose anche
microscopica di poche molecole di adiuvante iniettato nel corpo umano
causa notevoli disturbi al sistema immunitario. Questi coadiuvanti sono in
grado di alterare il sistema immunitario favorendo l’insorgenza di
malattie autoimmuni in cui la reazione immunitaria viene diretta contro il
proprio organismo.

fonte: www.catanzaronotizi e.it

L’associazione culturale pediatri:
non c’è affatto pandemia, no a misure drastiche
Lettera aperta ai politici, ai professi onisti della salute e ai mezzi di
comunicazione
Quello che sappiamo per certo di questo nuovo virus influenzale A/H1N1, è
che per ora si è dimostrato meno aggressivo della comune influenza
stagionale. Diventa perciò difficile capire perché sia stato dichiarato lo
stato di pandemia,modificand o addirittura i criteri della definizione (è
scomparsa ad esempio l’elevata mortalità), come spiega Tom Jefferson della
Cochrane vaccines field in un’ intervista a Spiegel. Nessuno è però in
grado di dire se in futuro questo virus si modificherà e diventerà
pericoloso. Il suo comportamento, come quello di tutti i virus, è
assolutamente imprevedibile.
La bassa mortalità, ossia quanti morti rispetto ai casi, riscontrata
finora nei paesi dove l’A/H1N1 è già circolato ampiamente (dello 0,3% in
Europa e 0,4% negli USA), potrebbe essere in realtà ancora inferiore
perché facilmente diversi casi con sintomi lievi sfuggono alla
sorveglianza e alcuni decessi possono essere dovuti ad altre cause
presenti e non al solo virus.
I sintomi della nuova influenza sono assai generici (febbre, tosse,
raffreddore, dolori muscolari, malessere, vomito o diarrea) e, come quelli
dell’influenza stagionale, possono essere causati da molti altri virus o
batteri. Questo è uno dei motivi per cui il fenomeno “influenzale” nel suo
complesso, viene generalmente sovrastimato.
I vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono ancora in fase di
sperimentazione. Nessuno è in grado oggi di sapere se e quanto saranno
efficaci e sicuri. Ma per diventare aggressivo il virus dovrebbe cambiare
(per mutazione? riassortimento con altri virus?), quindi i vaccini mirati
al virus attuale, potrebbero non essere utili. Sulla sicurezza sia
l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che l’Agenzia del farmaco
europea (EMEA), fanno presente la necessit&agr ave; di un’attenta
sorveglianza postmarketing per rilevare eventuali effetti collaterali che
potrebbero manifestarsi con l’uso su grandi numeri, anche perché alcuni
vaccini sono allestiti con tecnologie nuove. Abbiamo già visto durante la
pandemia del 1976, diversi casi di Guillain-Barré (una neuropatia
periferica) associati alla vaccinazione di milioni di americani contro un
virus anch’esso di derivazione suina. Chi decide di vaccinarsi, dovrebbe
firmare un “consenso informato” che illustri
con precisione benefici e rischi.
Quanto al vaccino contro l’influenza stagionale, recenti studi confermano
i dubbi sulla sua efficacia sia nei bambini che negli anziani. E sotto i 2
anni di età, è risultato del tutto inefficace. Non si vedono quindi motivi
per offrire la vaccinazione stagionale ai bambini sani, per la quale oltre
a tutto, ci dice il Center for Disease Control europeo (ECDC), per
prendere decisioni servono informazioni basilari come l’im patto della
vera influenza (numero di casi, ricoveri e complicazioni) nelle varie età
dell’infanzia. Informazioni che non abbiamo.
Riguardo agli antivirali a cui il nuovo virus è risultato sensibile in
laboratorio – Oseltamivir (Tamiflu) e allo Zanamivir (Relenza) – non
sappiamo quanto siano efficaci “in vivo”. Per ora non abbiamo studi al
riguardo. Si sa però che entrambi sono poco efficaci verso l’influenza
stagionale e sono già state segnalate resistenze del nuovo virus
all’Oseltamivir, in alcuni paesi (Danimarca, Giappone, Cina, USA). Inoltre
non va dimenticato che gli antivirali possono dare a volte effetti
collaterali importanti. Il 18% dei bambini in età scolare del Regno Unito
a cui è stato somministrato l’Oseltamivir in occasione dell’epidemia di
A/H1N1, ha presentato sintomi neuropsichiatrici e il 40% sintomi
gastroenterici. Gli antivirali vanno quindi usati solo su indicazione
medica e solo per casi gravi o persone in cat tive condizioni di salute.
Sull’uso dei vaccini e degli antivirali, c’è chi come Ernesto Burgio
(direttore scientifico di ISDE, Medici per l’ambiente) esprime
un’ulteriore perplessità: entrambi potrebbero favorire la mutazione del
virus verso ceppi più aggressivi.
Cosa fare?
Andrà innanzi tutto mantenuta calma e lucidità, di fronte alle notizie
allarmanti diffuse quotidianamente dai mezzi di comunicazione. Se i casi
di influenza saranno più numerosi del solito o il virus dovesse diventare
aggressivo, sarà importante permettere ai medici e alle strutture
sanitarie di dedicarsi ai pazienti più gravi.
La chiusura delle scuole – con tutte le sue ricadute sociali – potrebbe
essere presa in considerazione solo se in futuro dovesse circolare un
virus altamente aggressivo (non l’attuale A/H1N1). In tal caso andrebbero
chiusi anche tutti i luoghi di ritrovo come i cinema, le discoteche, ecc.
Potrem o invece mettere in atto da subito le uniche misure che si sono
dimostrate efficaci nell’impedire la diffusione di tutti i virus
respiratori (come l’H1N1 anche se dovesse cambiare):
- lavarsi le mani spesso e accuratamente, con acqua e sapone
- ripararsi la bocca e il naso quando si tossisce o si starnutisce (e dopo
lavarsi le mani)
- evitare di toccarsi occhi, naso e bocca, facili vie di entrata dei virus
- stare a casa quando si hanno sintomi di influenza
- evitare i luoghi affollati quando i casi di malattia sono molto numerosi
L’uso della mascherina è risultato efficace negli ambienti di assistenza
sanitaria, mentre per altre circostanze l’efficacia non è stata stabilita.
Luisella Grandori
Responsabile Gruppo vaccinazioni ACP
Michele Gangemi
Presidente ACP
5 Settembre 2009
Articolo originale su:
www.megachipdue. info
fonte: altrogiornale. org

Tradizioni artificiali
di Carlo Oliva

I leghisti vogliono introdurre l’insegnamento dei dialetti locali nelle scuole di ogni ordine e grado, ma non hanno fatto i conti con la molteplicità degli idiomi. Esiste forse un lombardo o un ligure? Dietro questa questione, anche troppo al centro dell’attenzione, c’è ben altro. Proviamo a ragionare.

Potrebbe essere difficile spiegarlo al ministro Calderoli, che pure sull’argomento ha giocato la sua (modesta) campagna d’estate, ma l’ipotesi di introdurre l’insegnamento dei dialetti locali nelle scuole di ogni ordine grado è – sostanzialmente – un paradosso. Calderoli, come formazione, è un dentista, non un glottologo, ma non dovrebbe essere necessario essere tali per sapere che la categoria di “dialetto” differisce da quella di “lingua” esclusivamente dal punto di vista sociologico, per i diversi usi che i parlanti fanno degli idiomi che ricadono sotto l’una o l’altra definizione, e che una delle distinzioni più importanti in tal senso è appunto quella per cui il dialetto non viene insegnato a scuola. Se lo fosse, verrebbe orbato di necessità dalle sue caratteristiche più marcatamente “dialettali” (le principali sono l’oralità e la familiarità dell’uso): dovrebbe, come minimo, inventarsi una ortografia, sottoporsi a un qualche tipo di codificazione morfologica e sintattica, appoggiarsi a un repertorio di testi scritti da proporre ai discenti come modello, eccetera, tutte operazioni che comportano un alto grado di difficoltà teorica e pratica, a partire da quella di trovare qualcuno cui affidare le responsabilità relative. Ma anche ammesso che a questi ostacoli si potesse porre rimedio, ne resterebbe tuttavia un altro affatto insormontabile: il dialetto scolarizzato diventerebbe, a tutti gli effetti, una lingua con un suo grado di ufficialità, il che riproporrebbe ipso facto il problema dei suoi rapporti con i linguaggi effettivamente parlati nel territorio di riferimento. Il ragionamento può sembrare un po’ troppo sottile per il leghista medio, ma la dialettica tra lingua e dialetto (come qualsiasi dialettica tra lingua colta e lingua parlata, o, più in generale, qualsiasi dialettica linguistica) è tale da travolgere irrimediabilmente il piano istituzionale.
Si potrebbe rispondere che, quale che sia la natura dell’idioma di cui si propone l’introduzione a scuola, esso avrebbe comunque la funzione di esprimere, in modo più soddisfacente dell’attuale italiano standard e delle sue varianti regionali, la tradizione del territorio, dando voce a una cultura locale che l’uniformità del modello unitario rischia di cancellare. È probabile, anzi, che sia questo l’aspetto che più sta a cuore ai propugnatori della dialettizzazione dell’insegnamento: più che da un astratto interesse etnolinguistico, costoro sono mossi, in tutta evidenza, dalla sollecitudine per l’identità delle popolazioni che dichiarano di rappresentare. Nello stesso modo con cui si prefiggono l’affermazione di una loro identità politica, amministrativa e fiscale (il cosiddetto “federalismo”), o ne difendono – a modo loro – l’integrità culturale, rifiutando pervicacemente, senza paura di apparire provinciali o bigotti, ogni infiltrazione di usi, fedi e costumanze allogene, gli uomini di Bossi affermano la necessità del riconoscimento della relativa identità linguistica. Niente di straordinario, o di scandaloso, naturalmente, trattandosi della riproposizione sul piano locale di un rispettabile principio romantico, che ebbe grande importanza nella storia europea del XIX secolo, quello per cui la nazione si definisce per storia, lingua e tradizione. Ma è curioso notare come l’applicazione di quel principio, oggi, ripresenterebbe, amplificati, gli stessi problemi che dovettero risolvere (e non sempre risolsero) un paio di secoli fa i fautori dell’unità nazionale.

p6 Tradizioni artificiali

quadro Tradizioni artificiali Il primo inganno

Prendiamo, tra questi problemi, il più semplice: quello della definizione del dialetto che si vorrebbe insegnare e della popolazione cui insegnarlo. Sembra facile, ma è una facilità apparente. Un dialetto, come accennavamo prima, è una lingua come tutte le altre e, come tutte le lingue, non si lascia definire da criteri puramente linguistici. Per unificare in uno schema unitario tutte le possibile varianti rintracciabili sul territorio, l’intreccio di isoglosse in cui concretamente si manifesta un idioma, scritto o parlato, è necessario partire, appunto dal territorio. Come l’italiano è la lingua (o il sistema di lingue) parlato prevalentemente in Italia, così il lombardo non potrà essere definito in altro modo che come il sistema di lingue parlato comunemente in Lombardia, il ligure come quello parlato in Liguria, il marchigiano come quello diffuso nelle Marche e via dicendo.
L’ovvietà è patente, ma, come dicevamo, ingannevole. E il primo inganno si annida proprio nei criteri usati per identificare il territorio. La Lombardia, la Liguria, le Marche e le altre diciassette regioni che costituisco, al momento, lo stato italiano non rappresentano di necessità delle realtà linguistiche: sono, in effetti, delle strutture politico amministrative, definite dalla legislazione della repubblica e assunte come tali dalle forze politiche che vi operano. Sarebbe possibile identificare nel territorio nazionale altre suddivisioni locali cui l’epiteto di “regioni” non disdirebbe (che so: il Monferrato, la Garfagnana, il Sannio, la Barbagia, la Ciociaria…), ma non avendo esse una dimensione istituzionale vengono di solito trascurate, o considerate, se va bene, dei semplici sottoinsiemi dell’insieme regione. Parimenti possibile sarebbe identificare dei criteri – storici, economici, etnici, geografici o che altro – in base ai quali modificare i confini attualmente vigenti, proponendo, per esempio, di aggregare il Novarese e il Piacentino alla Lombardia o di sciogliere l’antistoricissima unità tra il Trentino e il Sudtirolo. Proposte del genere sono state fatte varie volte, già all’epoca della Costituente e, in anni a noi più vicini, dal primo governo Berlusconi (che insediò, nel 1994, un’apposita Commissione affidata, non sembri strano, all’allora senatore Donato Speroni), ma si è sempre preferito lasciare tutto com’è, per non disturbare gli interessi consolidati a livello politico.
È poco ma sicuro, comunque, che far coincidere biunivocamente a ogni regione il relativo dialetto è una impresa superiore alle forze di qualsiasi legislatore o glottologo italiano. In pochissime realtà regionali sarebbe possibile identificare una koiné linguistica riconducibile a una ragionevole unità: la Val d’Aosta, certo, ma è un problema a parte, la Liguria, forse, il Veneto, probabilmente (esclusa però la città di Venezia), la Sicilia, con un certo sforzo e poi? Nella stessa Lombardia dove è nato il progetto il milanese arioso di Bossi e dei suoi amici brianzoli e varesini si oppone con grande evidenza al bergamasco di Calderoli e ai vari idiomi parlate sulle rive del Po. Una carta dialettale della Penisola tracciata con criteri scientifici travalicherebbe tutti i confini amministrativi esistenti e determinerebbe un puzzle capace di far incanutire dalla disperazione chiunque avesse il compito di definire le “lingue madri” da insegnare e gli enti cui affidare i compiti relativi. Persino una realtà isolana apparentemente compatta come quella della Sardegna si rivelerebbe suddivisa al proprio interno in almeno quattro comparti fortemente differenziati.

p7 Tradizioni artificiali

quadro Tradizioni artificiali Il dialetto che non c’è

La spiegazione, chi gli interessa, è abbastanza facile, anche se un po’ paradossale. Le regioni, anche se sono l’entità nella cui prospettiva si muovono le forze tradizionaliste, non hanno in sé molto di tradizionale. Sono state, per così dire, inventate dopo l’unità e non prima, derivando in linea diretta da quei “dipartimenti statistici” tracciati nel 1861 per permettere la realizzazione del primo censimento del nuovo regno. Alcuni di essi, ma pochi, tramandavano il ricordo di singoli stati preunitari – unità, dunque, dotate di una qualche tradizione storica – altri furono escogitati per l’occasione, suddividendo o accorpando delle unità troppo grandi o troppo piccole per servire ai fini statistici. In un caso, quello dell’Emilia, si dovette persino inventarne il nome ex novo. Il risultato è che, salvo le solite eccezioni, il senso di identità, o di appartenenza, dei rispettivi cittadini non è certamente sviluppatissimo e lo è comunque molto meno di quanto lo sia a livello civico o subregionale. L’osservazione non vale solo a livello linguistico: lo si è visto sempre questa estate, quando non ricordiamo più quale leghista sostenne la necessità di onorare adeguatamente, piuttosto che quelli nazionale, gli inni e le bandiere di ogni regione. Si scoprì che di inni non ce ne sono, nel senso che nessuna Giunta o Consiglio ha ritenuto necessario dotarsene, e che le bandiere, pur essendone stata assegnata una nel 1995 anche a chi prima non se n’era curato, per iniziativa – sembra – del presidente Scalfaro, sono per lo più affatto ignote ai cittadini che dovrebbero orgogliosamente sventolarle. Poco male, naturalmente, perché l’identità non si identifica con l’accettazione di una simbologia, ma è interessante il caso di chi, per arrivare all’identità, avrebbe voluto partire dal simbolo e non viceversa.
Il realtà il problema è appunto questo. In un paese come il nostro, in cui la conclamata fine delle ideologie ha lasciato spazio a una sorta di inestricabile guazzabuglio, in cui si dà voce ad ircocervi ideologici come quello degli atei devoti o ad altre simili amenità, c’è evidentemente spazio anche per i regionalisti senza regioni, o, ancor meglio, per i tradizionalisti che, mancando di una tradizione cui riferirsi, decidono tranquillamente di inventarsela. Il dialetto che non c’è, come l’inno che manca o la bandiera che non si conosce, potrà comunque servire a confondere le idee alla gente, che è poi il ruolo che a ogni ideologia, più o meno inventata, si addice. Il guaio è che per parlarne si sciupa una quantità di tempo e di energie che con maggiore profitto ad altro si potrebbero dedicare. Ma cosa possiamo farci?

quadrino Tradizioni artificiali Carlo Oliva

(rocco)

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