Archivio di ottobre 2009



Il razzismo ipocrita dei politici
Pantegane e scarafaggi
Da Umanità Nova 27 settembre 2009.
“Sono uscite le zoccole e gli scarafaggi dalle fogne!” così una persona a me cara commentava la lettura dei giornali, una mattina di questa estate. E la semplicità di quella imprecazione mi colpì, poiché ebbe la forza di raffigurare con un’immagine nitida e cruda le sensazioni che da mesi stavo provando di fronte al panorama politico e sociale italiano.
Una classe politica capace di usare le persone come carne da macello per le proprie fortune politiche, fomentando l’odio, gettando veleni nella società, insultando e vomitando su milioni di immigrati che popolano e arrivano in questo paese. I rifugiati respinti in mare, le torture e le violenze inflitte agli uomini e alle donne sequestrate nei Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT), le perquisizioni di massa fatte all’alba nei quartieri ad alta densità di popolazione immigrata, i pestaggi ai danni dei mal capitati, rei di essere neri, prostitute, trans, diversi, deboli.
Il tutto con il complice silenzio, se non il plauso, di una gran parte della popolazione lavoratrice di questo paese. Ormai per la gente comune, la parola clandestino è sinonimo di criminale; e lo si odia e teme.
E tutto ciò accade nonostante la vita ci offra numerose occasioni per conoscere chi ci viene dipinto dal potere criminale come un nemico. Jose, Mohammed, Aisha e tanti altri vivono insieme a noi negli stessi quartieri, salgono sugli stessi autobus, lavorano nei nostri stessi luoghi.
A spiegare l’odio razzista non può essere solo l’ignoranza, c’è di più e di peggio: un imbarbarimento delle coscienze, una voglia di sentirsi migliori e superiori agli altri, la comodità di sapere che c’è chi sta più in basso di te.
A questo fa specchio l’ipocrisia e la doppiezza delle classi dirigenti di questo paese. Sì, perché mentre non si stancano mai di urlare contro gli immigrati ed i clandestini, li usano a piene mani per arricchirsi.
Non parlo di confuse e vaghe accuse. È esperienza diretta, vita reale e non fiction televisiva. Il mio amico che chiamerò A, che vive da 7 anni in Italia, senza uno straccio di documento, con una tentata regolarizzazione andata a male, attraverso un decreto flussi, vittima delle vecchie e nuove leggi sull’immigrazione, sapete dove lavora?
Beh, costruisce la Questura di una città che chiamerò X, 7 giorni su 7, in cambio di uno stipendio incerto, che non sa se e quando arriverà. Capito? Costruisce la caserma di quelli che poi lo prenderanno e lo denunceranno per immigrazione clandestina!
E che dire di B, ragazzo anche lui senza permesso, appena tornato dall’Aquila, dove è stato per 8 giorni insieme a tanti altri come lui. B invece di restare, ha deciso di scappare da quel luogo, perché preferisce la disoccupazione ad uno sfruttamento bestiale: 12 ore di lavoro giornaliere per costruire case in 15 giorni, senza un attimo di sosta, case fatte di gesso e reti, costruite da muratori in gran parte senza documenti, tenuti a dormire numerosi e stipati in cantiere, con pasti miserrimi, tutti alle dipendenze di ditte legate al presidente del consiglio.
Sapete la sua meraviglia quale è stata? Trovarsi in una città circondato da migliaia di carabinieri, poliziotti e quant’altri e nessuno che gli chiedeva mai i documenti!
Che dire di questo?!
Nero a metà
Universo concentrazionario statunitense
Gulag Americano
da Umanità Nova n. 33 – 27 settembre 2009
Quotidiani, periodici, televisione, blog e molta dell’informazione su internet ci bombardano da anni con la retorica della sicurezza. Al di là e contro ogni evidenza statistica, la “sicurezza”, intesa nel suo senso fisico e mai nei termini di sicurezza esistenziale (salariale, sociale, ambientale, medica, educativa, ecc.) è obiettivo prioritario di qualunque schieramento di governo.
Un’enfasi penale – potremmo chiamarla – che prova continuamente ad ammorbarci di un nuovo senso comune, penale anch’esso, di criminalizzazione della miseria che sperimentata negli Stati Uniti ha contagiato il mondo, stivale compreso.
Negli USA il “rigore penale” degli ultimi tre decenni ha implicato una crescita inarrestabile di quel che in maniera appropriata è stato denominato “l’universo concentrazionario”, o ancora “il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin”. Una dinamica, questa, che non conosce soste e che mostra dati impressionanti. Su trecento milioni di abitanti che abitano il territorio statunitense circa un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), e più di centomila minori popolano i riformatori (30.000 sono nelle carceri per adulti).
Un totale di 2,5 milioni di persone in prigione: un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000; ma, se aggiungiamo ai 2,5 milioni in prigione i 5,2 milioni che sono in libertà vigilata (“probation” e “parole”), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti (2,5 per cento). 100.000 sono i detenuti in isolamento, 3.300 quelli nel braccio della morte. Gli ergastolani sono 140.000 (di cui 7.000 minorenni). Un terzo non ha la possibilità di rilascio sulla parola e di questi 2-3.000 erano minorenni al momento del crimine (alcuni di 13 e 14 anni).
Dall’età di Reagan in poi – senza soluzione di continuità tra governi democratici e repubblicani – il mantenimento dell’ordine pubblico secondo la parola d’ordine “tolleranza zero” è via via cresciuto sino a diventare pressoché l’unico modo per contenere e reprimere le diseguaglianze sociali.
Così le galere strabordano di uomini e donne: un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. Metà dei carcerati sono neri, neri che formano il 13% della popolazione. Se contiamo i 5,2 milioni in libertà vigilata siamo a un adulto ogni 31 sotto contenzione penale.
Proprio la politica della tolleranza zero “nata americana” e ben presto globalizzata, ha inasprito le politiche penali nei confronti dei neri, in quanto ancora rappresentanti gli strati più bassi della società – considerandoli come obbiettivi delle proprie politiche.
Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 409 per 100.000, per i neri è di sei volte tanto (2.468). Se si escludono le donne e si considerano i maschi bianchi il tasso sale a 736 mentre per i neri arriva a 4.789, ma in molti stati supera abbondantemente quota 10.000. Le donne detenute sono 200.000, spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi e frequenti sono le violenze sessuali.
In un quarto degli Stati il 10% dei maschi neri adulti è in galera. È risaputo che molti di questi sono in prigione per piccoli reati, spesso legati alla droga; non a caso pur essendo il 13% di chi fa uso di sostanze stupefacenti, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto.
La “grande reclusione”, con i suoi numeri da gulag staliniano, colpisce però selettivamente: i poveri, spesso afroamericani e giovani, tanto da potere affermare che per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” comparabile al servizio militare obbligatorio. Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. Non solo: sono più i ragazzi neri in prigione che quelli all’università.
Per i minorenni considerati come “problematici” la situazione supera le nostre capacità d’immaginazione: ogni anno le galere per minori (pubbliche o private) gestiscono 1,6 milioni di casi e almeno 200.000 minori sono processati e condannati come se fossero adulti.
Una ipertrofia del mondo penale all’interno della quale il sistema penitenziario è diventato grande motore economico e fonte di business paragonabile alla General Motors o a Wal-Mart. Ovviamente a spese dei contribuenti. Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60-70 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200, a discapito del servizio sociale e delle condizioni di detenzione. Il sovraffollamento implica condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”.
A ingrassare tali meccanismi ci pensano le diciottomila polizie americane, che compiono ogni anno 15 milioni di arresti, ovvero 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti (5 per cento).1 milione e 500.000 sono gli arresti per guida in stato di ebbrezza. 2,5 milioni sono gli arresti di minorenni e almeno 500.000 sono bambini sotto i 14 anni. Una massa di procedimenti penali così smisurata in grado di schiacciare qualsiasi sistema giudiziario: non quello americano, salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento e dimentico di qualunque nozione di certezza del diritto. I processi con giuria sono stati, nel 2004, appena 155.000 su un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli solo 273.000.
Così due milioni e mezzo di persone in prigione, 200.000 in libertà vigilata, 800.000 secondini, più di 5.000 prigioni ben rappresentano la sostanza del gulag americano.
Un sistema concentrazionario che è insieme “discarica della società” e strumento di disciplinamento funzionale all’imposizione di condizioni salariali e di precarietà particolarmente feroci.
La carcerazione di massa da una parte riduce il tasso di disoccupazione, incarcerando i potenziali disoccupati o facendoli diventare poliziotti e carcerieri, dall’altra fa in modo che chi esce dalle galere possa ambire solo a lavori degradati. Perpetua e sviluppa una nuova miseria, urbana e proletaria all’interno di una società sempre più diseguale e gerarchica.
L’articolo è redatto sulla base dello studio “American Gulag 2009” di Claudio Giusti, che ringraziamo sentitamente. I dati sono verificabili al seguente link, dove è leggibile il lavoro completo di Giusti con una bibliografia minima sulla questione (RedB).
http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/08ago3/2800giustiusjus.htm
caduta sul nucleare “sicuro” francese dopo che l’inchiesta – “Déchets: le cauchemar du nucléaire”, apparsa sulla rete televisiva Arte e poi ripresa con grande rilievo ieri dal quotidiano Liberation la quale ha svelato che il 13% delle scorie radioattive francesi sarebbero attualmente stoccate nel complesso atomico russo di Tomsk-7, in Siberia e che ogni anno 108 tonnellate di uranio impoverito provenienti dalle centrali atomiche francesi verrebbero spedite in Russia e scaricate a cielo aperto.
Infatti, alle assicurazioni del colosso nucleare in Francia non crede quasi nessuno, ad iniziare Réseau “Sortir du nucléaire”: «Mentre il ministro dell’ecologia Chantal Jouanno si contenta di chiedere “un’inchiesta”, con l’obiettivo evidente di guadagnare tempo perché l’affaire sparisca dall’attualità – dicono gli ambientalisti – Réseau “Sortir du nucléaire” chiede il ritorno in Francia delle scorie radioattive francesi abbandonate da Edf in Russia. In effetti, è ingiustificabile che l’industria nucleare francese si sbarazzi all’estero dei suoi rifiuti radioattivi. L’argomentazione ingannevole di Edf che pretende che non si tratti di scorie ma di “materiabile valorizzabile”, non può essere posta: non è proprio più giustificabile lasciare in Russia sia “materiali valorizzabili” che rifiuti. Bisogna che la Francia nucleare si assuma le conseguenze delle sue attività e ne renda finalmente conto davanti all’opinione pubblica. I cittadini francesi devono in questa occasione prendere coscienza dell’accumulazione drammatica di diverse categorie di rifiuti e residui radioattivi prodotti dall’industria nucleare e dell’assenza di soluzioni per queste scorie. Il rimpatrio in Francia delle scorie radioattive spedite in Russia obbligherà le autorità francesi a tentare di trovare un
sito di stoccaggio… sapendo che è più difficile trovare un sito del genere in Francia che in fondo alla Siberia. Questo permetterà di ricordare che, malgrado le manovre indegne, lo Stato francese no riesce, da molti mesi, ad imporre là realizzazione di un sito di interramento delle scorie radioattive: i tentativi fatti nell’Aube all’inizio del 2009 sono stati respinti dalle popolazioni locali e dalle associazioni antinucleari».
Normandia-Siberia solo andata Ecco dove finiscono le scorie
Simonetta Lombardo
nave e poi in treno: lungo gli ottomila chilometri che separano prima la Manica da San Pietroburgo e poi la antica capitale russa dalla Siberia, senza nessuna particolare misura di sicurezza. I rifiuti nucleari si nascondono, quindi, sotto il tappeto, ma lontano dagli occhi della società ce li produce. Stiamo parlando di una delle maggiori potenze del nucleare civile mondiale e delle due aziende con cui il governo Berlusco-
ni ha stretto gli accordi per il ri-awio del nucleare a casa nostra. Ma Areva e Edf non sembrano far meglio di tanti trafficanti di casa nostra. Ieri è stato avvistato nel mare di Calabria un relitto che – secondo la cartina della società creata dall’imprenditore Giorgio Comerio per l’affondamento programmato delle scorie radioattive – potrebbe essere quello della Mikigan, la nave affondata nell’ottobre del 1986 con un ca-
rico protetto da granulato di marmo, ossia da uno schermante delle radiazioni atomiche. Quello che i francesi fanno con maggiore sfoggio di mezzi andando a nascondere le scorie in Siberia, il malaffare italiano fa più semplicemente nel mare di casa nostra. Vuoi vedere che il nostro nucleare diventa più conveniente di quello di Parigi?
Fronte del CIE. Condanne a Milano, scritte a Torino
Dopo le condanne inflitte dal Tribunale di Milano ai ribelli del CIE di
via Corelli, a Torino sono comparse scritte alla RAI, alla Croce Rossa, al
CPT per bambini, sulla sede dei vigili urbani di piazza della Repubblica.
Foto a questindirizzo:
http://piemonte.indymedia.org/article/5996
La rivolta, il processo, la condanna
Il 13 ottobre al tribunale di Milano si è concluso il processo contro 14
immigrati arrestati e rinviati a giudizio dopo la rivolta nel CIE di
Milano del 13 agosto.
13 condanne, un’assoluzione. Tutti i condannati restano dietro le sbarre
perché è stata negata a tutti la sospensione condizionale della pena.
Le pene inflitte oscillano tra i sei e i nove mesi di reclusione.
Una sentenza “mite” rispetto alle richieste dellaccusa di due anni e
mezzo di reclusione per i nove uomini e cinque donne alla sbarra per
violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e
incendio doloso.
Le accuse sono state derubricate e la condanna esemplare sulla quale
puntava la polizia non cè stata.
È una sentenza comunque intollerabile come intollerabile è lesistenza
stessa dei CIE
Dall8 agosto, quando sono cominciati a fioccare i provvedimenti di
estensione a sei mesi della detenzione, nei CIE di Milano, Roma, Bari,
Gradisca, Bologna, Torino, Modena ci sono stati scioperi della fame,
materassi bruciati, suppellettili distrutte, attacchi alla polizia,
proteste sul tetto. Un po ovunque ci sono stati tentativi di fuga.
A Milano la protesta è dilagata il 13. I 14 ribelli sono stati arrestati
dopo una nottata di scontri.
Sin dalla prima udienza del processo contro di loro erano presenti
numerosi antirazzisti, che erano presenti in strada anche ieri, con un
presidio che è andato avanti dalle 9 sino alle 16.
I reclusi hanno trasformato il processo in un “je accuse” collettivo
contro i loro aguzzini.
In solidarietà con loro ci sono stati scioperi della fame ai CIE Gradisca
e Milano.
Una ragazza africana, Joy, che aveva denunciato sin dalla prima udienza le
gravi molestie e violenze sessuali subite dall ispettore Addesso, è stata
denunciata e verrà rinviata a giudizio per calunnie.
Come sempre chi osa dire che un poliziotto picchia, insulta, stupra la
paga cara.
Chi osa ribellarsi contro le prigioni per senza carte viene pestato,
umiliato, espulso in fretta e furia, spedito in galera.
Ma la voglia di libertà e la dignità di chi resiste sono più forti di
qualunque muro.
fai_to@inrete.it
TRATTO DA SEGNIDALCIELO. IT
Il vaccino per l’influenza A/H1N1 E’ DANNOSO PER LA SALUTE
Il vaccino contro l’influenza A/H1N1 sarà messo in circolazione privo del
foglietto illustrativo che per legge
dovrebbe contenere posologia, modalità d’uso ed effetti indesiderati di
ogni farmaco.Nella composizione del vaccino viene anche prevista
l’utilizzazione dell’adiuvante MS 59″ prodotto
per la Guerra del Golfo e altamente distruttivo per il corpo umano
Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri
(Fimp), rende noto che il vaccino contro l’influenza A/H1N1 sarà messo in
circolazione privo del foglietto illustrativo che per legge dovrebbe
contenente posologia, modalità d’uso ed effetti indesiderati di ogni
farmaco.
Nella composizione del vaccino viene anche prevista l’utilizzazione
dell’adiuvante MS 59″.
L’MS 59 è il derivato oleoso di un prodotto ideato per la guerra del golfo
con capacità altamente distruttive per il corpo umano. Alcuni esperti
della sanità affermano che questo principio debba rientrare nella
categoria delle armi biologiche o farmacologiche.
E’ sintomatico che la legislazione impone che l’utilizzo del M S 59 debba
essere molto limitato negli esperimenti con gli animali e non prevede
assolutamente il suo utilizzo sugli uomini.
Gli immunologi sostengono la tesi secondo la quale una dose anche
microscopica di poche molecole di adiuvante iniettato nel corpo umano
causa notevoli disturbi al sistema immunitario. Questi coadiuvanti sono in
grado di alterare il sistema immunitario favorendo l’insorgenza di
malattie autoimmuni in cui la reazione immunitaria viene diretta contro il
proprio organismo.
fonte: www.catanzaronotizi e.it
L’associazione culturale pediatri:
non c’è affatto pandemia, no a misure drastiche
Lettera aperta ai politici, ai professi onisti della salute e ai mezzi di
comunicazione
Quello che sappiamo per certo di questo nuovo virus influenzale A/H1N1, è
che per ora si è dimostrato meno aggressivo della comune influenza
stagionale. Diventa perciò difficile capire perché sia stato dichiarato lo
stato di pandemia,modificand o addirittura i criteri della definizione (è
scomparsa ad esempio l’elevata mortalità), come spiega Tom Jefferson della
Cochrane vaccines field in un’ intervista a Spiegel. Nessuno è però in
grado di dire se in futuro questo virus si modificherà e diventerà
pericoloso. Il suo comportamento, come quello di tutti i virus, è
assolutamente imprevedibile.
La bassa mortalità, ossia quanti morti rispetto ai casi, riscontrata
finora nei paesi dove l’A/H1N1 è già circolato ampiamente (dello 0,3% in
Europa e 0,4% negli USA), potrebbe essere in realtà ancora inferiore
perché facilmente diversi casi con sintomi lievi sfuggono alla
sorveglianza e alcuni decessi possono essere dovuti ad altre cause
presenti e non al solo virus.
I sintomi della nuova influenza sono assai generici (febbre, tosse,
raffreddore, dolori muscolari, malessere, vomito o diarrea) e, come quelli
dell’influenza stagionale, possono essere causati da molti altri virus o
batteri. Questo è uno dei motivi per cui il fenomeno “influenzale” nel suo
complesso, viene generalmente sovrastimato.
I vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono ancora in fase di
sperimentazione. Nessuno è in grado oggi di sapere se e quanto saranno
efficaci e sicuri. Ma per diventare aggressivo il virus dovrebbe cambiare
(per mutazione? riassortimento con altri virus?), quindi i vaccini mirati
al virus attuale, potrebbero non essere utili. Sulla sicurezza sia
l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che l’Agenzia del farmaco
europea (EMEA), fanno presente la necessit&agr ave; di un’attenta
sorveglianza postmarketing per rilevare eventuali effetti collaterali che
potrebbero manifestarsi con l’uso su grandi numeri, anche perché alcuni
vaccini sono allestiti con tecnologie nuove. Abbiamo già visto durante la
pandemia del 1976, diversi casi di Guillain-Barré (una neuropatia
periferica) associati alla vaccinazione di milioni di americani contro un
virus anch’esso di derivazione suina. Chi decide di vaccinarsi, dovrebbe
firmare un “consenso informato” che illustri
con precisione benefici e rischi.
Quanto al vaccino contro l’influenza stagionale, recenti studi confermano
i dubbi sulla sua efficacia sia nei bambini che negli anziani. E sotto i 2
anni di età, è risultato del tutto inefficace. Non si vedono quindi motivi
per offrire la vaccinazione stagionale ai bambini sani, per la quale oltre
a tutto, ci dice il Center for Disease Control europeo (ECDC), per
prendere decisioni servono informazioni basilari come l’im patto della
vera influenza (numero di casi, ricoveri e complicazioni) nelle varie età
dell’infanzia. Informazioni che non abbiamo.
Riguardo agli antivirali a cui il nuovo virus è risultato sensibile in
laboratorio – Oseltamivir (Tamiflu) e allo Zanamivir (Relenza) – non
sappiamo quanto siano efficaci “in vivo”. Per ora non abbiamo studi al
riguardo. Si sa però che entrambi sono poco efficaci verso l’influenza
stagionale e sono già state segnalate resistenze del nuovo virus
all’Oseltamivir, in alcuni paesi (Danimarca, Giappone, Cina, USA). Inoltre
non va dimenticato che gli antivirali possono dare a volte effetti
collaterali importanti. Il 18% dei bambini in età scolare del Regno Unito
a cui è stato somministrato l’Oseltamivir in occasione dell’epidemia di
A/H1N1, ha presentato sintomi neuropsichiatrici e il 40% sintomi
gastroenterici. Gli antivirali vanno quindi usati solo su indicazione
medica e solo per casi gravi o persone in cat tive condizioni di salute.
Sull’uso dei vaccini e degli antivirali, c’è chi come Ernesto Burgio
(direttore scientifico di ISDE, Medici per l’ambiente) esprime
un’ulteriore perplessità: entrambi potrebbero favorire la mutazione del
virus verso ceppi più aggressivi.
Cosa fare?
Andrà innanzi tutto mantenuta calma e lucidità, di fronte alle notizie
allarmanti diffuse quotidianamente dai mezzi di comunicazione. Se i casi
di influenza saranno più numerosi del solito o il virus dovesse diventare
aggressivo, sarà importante permettere ai medici e alle strutture
sanitarie di dedicarsi ai pazienti più gravi.
La chiusura delle scuole – con tutte le sue ricadute sociali – potrebbe
essere presa in considerazione solo se in futuro dovesse circolare un
virus altamente aggressivo (non l’attuale A/H1N1). In tal caso andrebbero
chiusi anche tutti i luoghi di ritrovo come i cinema, le discoteche, ecc.
Potrem o invece mettere in atto da subito le uniche misure che si sono
dimostrate efficaci nell’impedire la diffusione di tutti i virus
respiratori (come l’H1N1 anche se dovesse cambiare):
- lavarsi le mani spesso e accuratamente, con acqua e sapone
- ripararsi la bocca e il naso quando si tossisce o si starnutisce (e dopo
lavarsi le mani)
- evitare di toccarsi occhi, naso e bocca, facili vie di entrata dei virus
- stare a casa quando si hanno sintomi di influenza
- evitare i luoghi affollati quando i casi di malattia sono molto numerosi
L’uso della mascherina è risultato efficace negli ambienti di assistenza
sanitaria, mentre per altre circostanze l’efficacia non è stata stabilita.
Luisella Grandori
Responsabile Gruppo vaccinazioni ACP
Michele Gangemi
Presidente ACP
5 Settembre 2009
Articolo originale su:
www.megachipdue. info
fonte: altrogiornale. org
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Tradizioni artificiali I leghisti vogliono introdurre l’insegnamento dei dialetti locali nelle scuole di ogni ordine e grado, ma non hanno fatto i conti con la molteplicità degli idiomi. Esiste forse un lombardo o un ligure? Dietro questa questione, anche troppo al centro dell’attenzione, c’è ben altro. Proviamo a ragionare. |
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Potrebbe essere difficile spiegarlo al ministro Calderoli, che pure sull’argomento ha giocato la sua (modesta) campagna d’estate, ma l’ipotesi di introdurre l’insegnamento dei dialetti locali nelle scuole di ogni ordine grado è – sostanzialmente – un paradosso. Calderoli, come formazione, è un dentista, non un glottologo, ma non dovrebbe essere necessario essere tali per sapere che la categoria di “dialetto” differisce da quella di “lingua” esclusivamente dal punto di vista sociologico, per i diversi usi che i parlanti fanno degli idiomi che ricadono sotto l’una o l’altra definizione, e che una delle distinzioni più importanti in tal senso è appunto quella per cui il dialetto non viene insegnato a scuola. Se lo fosse, verrebbe orbato di necessità dalle sue caratteristiche più marcatamente “dialettali” (le principali sono l’oralità e la familiarità dell’uso): dovrebbe, come minimo, inventarsi una ortografia, sottoporsi a un qualche tipo di codificazione morfologica e sintattica, appoggiarsi a un repertorio di testi scritti da proporre ai discenti come modello, eccetera, tutte operazioni che comportano un alto grado di difficoltà teorica e pratica, a partire da quella di trovare qualcuno cui affidare le responsabilità relative. Ma anche ammesso che a questi ostacoli si potesse porre rimedio, ne resterebbe tuttavia un altro affatto insormontabile: il dialetto scolarizzato diventerebbe, a tutti gli effetti, una lingua con un suo grado di ufficialità, il che riproporrebbe ipso facto il problema dei suoi rapporti con i linguaggi effettivamente parlati nel territorio di riferimento. Il ragionamento può sembrare un po’ troppo sottile per il leghista medio, ma la dialettica tra lingua e dialetto (come qualsiasi dialettica tra lingua colta e lingua parlata, o, più in generale, qualsiasi dialettica linguistica) è tale da travolgere irrimediabilmente il piano istituzionale.
Prendiamo, tra questi problemi, il più semplice: quello della definizione del dialetto che si vorrebbe insegnare e della popolazione cui insegnarlo. Sembra facile, ma è una facilità apparente. Un dialetto, come accennavamo prima, è una lingua come tutte le altre e, come tutte le lingue, non si lascia definire da criteri puramente linguistici. Per unificare in uno schema unitario tutte le possibile varianti rintracciabili sul territorio, l’intreccio di isoglosse in cui concretamente si manifesta un idioma, scritto o parlato, è necessario partire, appunto dal territorio. Come l’italiano è la lingua (o il sistema di lingue) parlato prevalentemente in Italia, così il lombardo non potrà essere definito in altro modo che come il sistema di lingue parlato comunemente in Lombardia, il ligure come quello parlato in Liguria, il marchigiano come quello diffuso nelle Marche e via dicendo.
La spiegazione, chi gli interessa, è abbastanza facile, anche se un po’ paradossale. Le regioni, anche se sono l’entità nella cui prospettiva si muovono le forze tradizionaliste, non hanno in sé molto di tradizionale. Sono state, per così dire, inventate dopo l’unità e non prima, derivando in linea diretta da quei “dipartimenti statistici” tracciati nel 1861 per permettere la realizzazione del primo censimento del nuovo regno. Alcuni di essi, ma pochi, tramandavano il ricordo di singoli stati preunitari – unità, dunque, dotate di una qualche tradizione storica – altri furono escogitati per l’occasione, suddividendo o accorpando delle unità troppo grandi o troppo piccole per servire ai fini statistici. In un caso, quello dell’Emilia, si dovette persino inventarne il nome ex novo. Il risultato è che, salvo le solite eccezioni, il senso di identità, o di appartenenza, dei rispettivi cittadini non è certamente sviluppatissimo e lo è comunque molto meno di quanto lo sia a livello civico o subregionale. L’osservazione non vale solo a livello linguistico: lo si è visto sempre questa estate, quando non ricordiamo più quale leghista sostenne la necessità di onorare adeguatamente, piuttosto che quelli nazionale, gli inni e le bandiere di ogni regione. Si scoprì che di inni non ce ne sono, nel senso che nessuna Giunta o Consiglio ha ritenuto necessario dotarsene, e che le bandiere, pur essendone stata assegnata una nel 1995 anche a chi prima non se n’era curato, per iniziativa – sembra – del presidente Scalfaro, sono per lo più affatto ignote ai cittadini che dovrebbero orgogliosamente sventolarle. Poco male, naturalmente, perché l’identità non si identifica con l’accettazione di una simbologia, ma è interessante il caso di chi, per arrivare all’identità, avrebbe voluto partire dal simbolo e non viceversa.
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(rocco)








