Archivio di agosto 2009
sopravvivere a Maroni
category internazionale | migrazioni e antirazzismo | notizie author gioved� 27 agosto, 2009 10:15author by Titti
Titti ad Asmara aveva un’amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con “L’Aurora”. In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell’Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l’undicesimo anno, e scatta l’arruolamento obbligatorio nell’esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?
Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d’acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l’Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov’è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d’acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l’indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.
Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l’acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c’è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c’è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l’ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c’è l’Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient’altro.
“Adei”, madre, sto andando, pensa senza dormire. “Amlak”, dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c’è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d’uomini, ma non c’è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l’elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l’acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.
La notte fa più paura. Non c’è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.
All’inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l’ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: “Giù, giù, vai in mare, vai”. Ma il settimo giorno i problemi cambiano.
Muore Haddish, che ha vent’anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr’ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. “Mai”, acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete “mai” nella testa, c’è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. “E’ arrivato – dice all’alba Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato”. I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.
Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”. Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. “Meut”, la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie “semai”, il cielo, verrà dal mare, “bahari”. Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.
Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l’acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l’ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l’idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.
Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c’è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l’unica protezione dal freddo, l’unico cuscino, la coperta, l’unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l’ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c’è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po’ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.
L’acqua è un’ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t’importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l’incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d’uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.
Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all’amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all’Italia, non sa dov’è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev’essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l’energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott’acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l’Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, “Adei, Amlak, semai, bahari, meut”. Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.
Si accorge dalle urla, all’improvviso, che c’è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.
Dentro c’è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l’acqua l’anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E’ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.
Un giorno e una notte. Poi l’ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c’è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov’è. Che importanza può avere, ormai?
(rocco)
Massa: Anarchia Infesta – 4-5-6/09
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Dom, 16/08/2009 – 20:48
Inizio:04/09/2009 – 10:00
Fine: 06/09/2009 – 00:00
4eme edizioni di Anarchia Infesta a Massa(località Le Jare/ di fronte all’ospedale pediatrico apuano)
gli 4-5-6 settembre.
Spettacoli,concerti,dibattiti ecc… Tutti giorni cucina,bar,mostre,stands di libri e altri ecc….
Ampio spazio per campeggiare…
(rocco)
ALLE ORE 18.00 ALLA TORRE DEL BORGO DI LAVAGNA
L’inganno nucleare. Incontro col docente di fisica Angelo Baracca.
Energia nucleare: una scelta rischiosa e costosa Incontro con il fisico Angelo Baracca Da qualche tempo la lobby nucleare ha ripreso a esercitare pressioni perché in Italia si riprenda il programma nucleare, accantonato sulla base di un referendum ne…l 1987. Il governo ha risposto generosamente iniziando a trattare con la Francia l’acquisto di nuove centrali atomiche. Parallelamente è iniziata una campagna di informazione parziale e distorta rivolta a convincere l’opinione pubblica della necessità della scelta nucleare. MA L’ITALIA NON HA BISOGNO DELLE CENTRALI NUCLEARI Il motivo per cui l’Italia importa energia elettrica dalla Francia è che i costi di quella prodotta in Italia, da quando il settore è stato privatizzato, sono tra i più alti d’Europa: quindi conviene più comprare che produrre energia. La costruzione di una centrale richiede almeno 5 anni (ma quella in costruzione in Finlandia ha già accumulato 3 anni di ritardi) e competenze che in Italia sono state disperse dopo il referendum. Per formare il personale tecnico ci vorranno almeno altri 15 anni. Sono numerosi i problemi lasciati in eredità dalle centrali italiane da smantellare. Uno per tutti: scorie nucleari custodite in siti non idonei. I dubbi sulla capacità delle imprese italiane di soddisfare i tempi e i requisiti tecnici eccezionali richiesti dalla costruzione delle centrali nucleari sono legittimi dopo i ritardi e le maggiorazioni di costo, ad esempio, delle tratte dell’Alta Velocità o dopo le inchieste della magistratura su Italcementi, che ha fornito cemento di qualità scadente per le Grandi Imprese. PERCHÉ ESSERE CONTRO L’ENERGIA NUCLEARE C’è un legame stretto tra la produzione di energia nucleare “civile” e quella militare. A fronte di poche centinaia di reattori civili sono stati costruiti un numero ben maggiore di reattori militari e 130.000 bombe atomiche. Il rilancio del nucleare aumenta i rischi di proliferazione delle armi nucleari, non solo in Iran e Corea del Nord. L’energia prodotta non è pulita. Anche la produzione di energia nucleare emette anidride carbonica, per quanto riguarda il complesso ciclo di trattamento dell’uranio, per non parlare dell’emissione nell’atmosfera di microparticelle radioattive che si sommano agli altri tipi di inquinanti, come l’Organizzazione mondiale della Sanità denuncia da tempo, responsabili dell’aumento dei tumori. Rimane ancora gravissimo il problema della sicurezza delle centrali. L’uranio, poi, è un materiale esauribile al pari del petrolio e sottoposto, quanto ai costi, a fluttuazioni del tutto analoghe a quelle del petrolio. I costi di costruzione delle centrali sono elevatissimi e lo smaltimento delle scorie presenta problemi economici ancora non risolti. Le centrali nucleari di 4° generazione che dovrebbero risolvere i problemi creati dalla tecnologia del nucleare non saranno pronte prima del 2030-2040! PERCHÉ SI È SCELTA LAVAGNA PER QUESTA MANIFESTAZIONE A Lavagna sono emerse delle tensioni tra le affermazioni di antinuclearismo della maggioranza che governa la città e posizioni filonucleariste espresse di recente da soggetti che la stessa maggioranza ha avallato. Occorre smascherare le bugie dei filonuclearisti e pretendere un’amministrazione trasparente del nostro territorio.
Centro Donato Renna Convegno sul nucleare a Milano
A due passi dalla libertà: evasione fallita a Gradisca
Inserito da Anonimo il Lun, 24/08/2009 – 23:46
Il racconto di una tentata evasione dentro al Cie di Gradisca. Un gruppo di reclusi passa alcuni giorni a fare un buco nel soffitto, ma una serie di leggerezze fa insospettire la polizia, che li scopre. Gli aspiranti fuggiaschi vengono messi in un’altra stanza e malmenati per ritorsione. Poi arrivano il direttore e gli agenti in borghese che cercano di capire chi sia stato ad organizzare la fuga – come se la voglia di uscire da quelle maledette celle avesse bisogno di capi e di gregari. Sullo sfondo due mesi di tensione e di violenza, con gli agenti che fanno quello che vogliono e con l’incertezza per la propria sorte che le norme del Pacchetto Sicurezza hanno aumentato a dismisura.
Ascolta il racconto su http://www.autistici.org/macerie/?p=18503
(Vi ricordiamo che è dalla sommossa dell’8 di agosto che i reclusi di Gradisca d’Isonzo vengono tenuti in isolamento nelle proprie celle. Se qualcuno volesse dire la propria rispetto al regime di massima sicurezza in cui sono costretti a vivere può farlo ai numeri di telefono della Prefettura di Gorizia: tel. 0481/595.111 – fax 0481/595.463.)
(rocco)
[Bo] Incontro sulle autoproduzioni

*Ci piacerebbe che l’iniziativa fosse il più possibile gratuita,perciò chi ha la possibilità recuperi verdure (o altro)
*Las Vegans è vegana perciò non portare prodotti animali!!!
*Il campeggio è libero…portate tenda,piatti e felpa
*Nello spazio sono presenti diversi animali, non portare cani se non sei TOTALMENTE sicuro che non aggrediscano gatti e galline!!!
*Arricchite le giornate portando le vostre distro e autoproduzioni…
PROGRAMMA:
2-3 SETTEMBRE-il campo è autogestito perciò se puoi vieni ad aiutarci ad allestirlo! Giov.3-infarinatura sull’elettricità
VEN.4 SETTEMBRE-Workshop pratici per costruire un FORNO SOLARE e un PANNELLO SOLARE TERMICO in serata:assemblea introduttiva sull’incontro +videoproiezione
SAB.5 SETTEMBRE-Workshop pratici di autocostruzione di un MULINO A VENTO (savonius)+MONTAGGIO DI UN PANNELLO SOLARE FOTOVOLTAICO
In serata:in concerto i NO CHAPPY BOURGEOIS, a seguire: festa trash con abiti a tema: indiani e cowboy!
DOM 6 SETTEMBRE-Conclusione dei precedenti workshop +modifiche al motore diesel per andare ad olio.
———————-COME ARRIVARE:——————
*Dall’autostrada:uscita BO,CASALECCHIO-,
Da Bologna: prendere Bazzanese (zona Stadio)
*Uscita Zola Predosa/TOLé (dopo centri commerciali)
*Segui sempre indicazioni per TOLé
*Dopo BADIAe 1km prima di MONTE PASTORE sulla dx troverai le indicazioni per parcheggiare
Info: lasveganshouse@libero.it
328-0322178 347-4127123
(rocco)
Lampedusa: morti in mare 73 migranti
internazionale | migrazioni | notizie
venerdì 21 agosto, 2009 15:52
by ((A))Ennesima tragedia in mare: di 78 migranti partiti su un gommone dalla costa africana solo cinque sono sopravvissuti
78 migranti di origine eritrea erano partiti dalle coste africane con un gommone qualche giorno fa, e ieri mattina sono stati soccorsi a 12 miglia dalle coste meridionali di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza. Ma a bordo erano rimasti solo in cinque. Quattro uomini e una donna, tutti in condizioni gravi, con i visi impauriti e i corpi scheletrici.
Gli altri, secondo il racconto dei sopravvissuti, sarebbero deceduti durante la traversata nel Mediterraneo. Erano partiti dalle coste libiche una ventina di giorni fa, ma la maggior parte di loro non ce l’ha fatta ed è morta di stenti per la fame e la sete. I loro corpi sarebbero stati abbandonati nel mare. La Guardia di Finanza a titolo cautelativo sta cercando di trovare dei riscontri per avvalorare il racconto dei cinque migranti sopravvissuti.
Intanto arriva anche la denuncia dell’organizzazione “Save The Children” che dopo aver ascoltato i cinque eritrei commenta
“l’ inaccettabile mancato soccorso e le necessarie efficaci politiche migratorie per la protezione dei migranti”.
Il gommone, infatti sarebbe rimasto alla deriva per venti giorni, ma solo una delle dieci imbarcazioni incrociate avrebbe dato loro acqua e cibo. Una situazione drammatica, mentre le persone ridotte allo stremo morivano. L’associazione umanitaria chiede “l’adozione di politiche efficaci e di responsabilità condivise a livello europeo per garantire protezione ai migranti adulti e minori in arrivo via mare, in particolare a coloro che scappano da situazioni di pericolo e necessità”.
“E’ una tragedia – ha commentato il deputato europeo Sonia Alfano – che si è consumata nella più grande indifferenza, anche da parte del mondo politico, al largo delle nostre coste e che dovrebbe farci riflettere sullo stato della nostra presunta civiltà superiore”. L’esponente dell’Italia dei Valori ha aggiunto che “è in atto da anni una sorta di olocausto silenzioso le cui uniche vittime sono i disperati che dal Sud del mondo fuggono dalle guerre e dalla miseria verso il più ricco e cristiano Occidente. Una situazione alla quale non possiamo rassegnarci”.
:: Abusi della polizia in Ticino
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Verso una manifestazione nazionale antirazzista a Ottobre
Iniziative locali dal 20 al 30 settembre e il 17 del mese successivo corteo nazionale, contro il razzismo e il pacchetto sicurezza, per l’accoglienza e l’asilo, contro i respingimenti e i CIE. Tra i promotori, il Patto di Base, USI-AIT, Unicobas, Slai, Attac, Action, Sinistra Critica, PCL e PRC.
17 agosto 2009
L’assemblea nazionale antirazzista del 25 luglio riunitasi a Roma, rivolge un forte appello a mobilitarsi contro i provvedimenti razzisti del governo Berlusconi che alimentano odio, divisioni e violenza nella società.
Perciò decide di convocare dal 20 al 30 settembre iniziative locali, per la regolarizzazione di tutti gli immigrati e preparare la manifestazione antirazzista nazionale del 17 ottobre 2009 a Roma.
Sulla base di questa piattaforma׃
* No al razzismo
* per la regolarizzazione generalizzata per tutti
* ritiro del pacchetto sicurezza
* accoglienza per tutti
* no ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
* per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro
* diritto di asilo per i rifugiati e profughi
* per la chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsioni (CEI)
* no alle divisioni tra italiani e stranieri
* diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutti
* mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro
L’assemblea decide di convocare una manifestazione nazionale antirazzista il 17 ottobre 2009 a Roma.
Per tanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, le organizzazioni sindacali, la società civile e a tutti i movimenti ad appoggiare e sostenere questo percorso.
Il comitato promotore si riunirà il 5 settembre a Roma dalle ore 10.00 alle 15.00 in via Giolitti 231.
Roma, 25 luglio 2009
COMITATO PROMOTORE 17 OTTOBRE :
Unione Cittadini Immigrati Roma – Comitato Immigrati in Italia (Roma) – Centro sociale Ex Canapificio Caserta – Movimento Migranti e Rifugiati Caserta – Migrantes Y Familiares MFAM – Comitato Immigrati in Italia (Napoli) – Collettivo Immigrati Auto-Organizzati Torino – Ass. Dhuumcatu – Lega Albanesi Illiria – Ass. Filippini Roma – Ass. Sunugal Milano – Ass Insieme per la Pace – Ass Mosaico Interculturale (Monza-Brianza) – Federazione Senegalesi della Toscana – Ass. FOCSI (Roma) – Ass.
Bangladesh (Roma) – Ass. Pakistan (Roma) Ass. Indiani (Roma) – El Condor (Roma) – Uai (Como) – Centro delle culture (Milano) – Ass. Punto di partenza (Milano) – Movimento lotta per la casa (Firenze) – Ass. El Mastaba (Firenze) – Ass. Arcobaleno (Riccione) – FAT (Firenze) – Ass. Interculturale Todo Cambia (Milano) – Studio 3R di mediazione (Milano) – Centro delle culture (Firenze) – Federazione Nazionale RdB-CUB – SdL intercategoriale – Confederazione Cobas – Naga – Coordinamento Migranti
Verona – Sportello Immigrati RdB Pisa – Missionari Comboniani Castelvoturno – PRC – Ass.ne Razzismo Stop e ADL-Cobas – Federazione delle chiese Evangeliche in Italia – Sinistra Critica – Rete Antirazzista Catanese – Coordinamento Stop razzismo – Ass. umanista Help to ch´ange – Ass. antirazzista e interetnica `3 febbraio´ – Centro delle culture – Partito Umanista – Partito di Alternativa comunista – Socialismo rivoluzionario – Unicobas – Socialismo Libertario – Centro delle Culture – Ass.Umanista Help To Change – Comitato antirazzista Abba (Fi) – Comitato Antirazzista (Vi) – Donne in Nero (Italia) – Clan Destino Doc – medici e operatori della salute dalla parte dei migranti; Ass.LibLab – libero laboratorio – Associazione Culturale Musicale illimitarte (Villaricca – Na) – Cipax-Centro interconfessionale per la pace – Sud Pontino Social Forum – Cooperativa Immigrazionisti (Mi) -
Gruppo Every One – Rifugiati di piazza Oberdan Milano – Gruppo Watching the Sky, Ass. culturale molisana ” Il bene comune” – Associazione Utopia Rossa – Punto pace di Napoli movimento Pax Christi – Ass. Donne e colori ( Rm) Marenia (gruppo musicale) – Bidonvillarik (gruppo musicale) – Associazione Peppino Impastato – Casa Memoria (Cinisi) – Slai Cobas
Nazionale – Action (Roma) – Associazione “Kamilla” (Cassino) – collettivo Teatri OFFesi di pescara – Associazione Arrakkè – centro per la tutela dei diritti umani (Siracusa) – USI AIT Nazionale – Associazione Yakaar Italia-Senegal – Corrispondenze Metropolitane (Roma) – RETELEGALE (Torino) – ASIA-RdB (Bologna) – L’associazione Solidarietà
Proletaria (Napoli) – Coordinamento Diversi Uguali (Arezzo)- Periodico Bianco e Nero – PCL – Rivista CARTA – Associazione “Romano pala tetehara” Rom per il futuro – Associazione Nazionale USICONS – Associazione cittadini del mondo – Attac – Associazione Dimensioni Diverse di Milano – Associazione Yakaar Italia-Senegal – Le scimmie verdi – Associazione Inquilini ed Assegnatari ( As.I.A)
(rocco)
Siete invitate/i alla degustazione delle
“Donne in scatola (e non solo…)”
Mostra itinerante di Alba Chiara Kuaderno
“A occhi chiusi”
di Marisol
il 10 settembre 2009 al Circolo Matteotti di Santa Vittoria, ore 20.30
“Donne inscatolate nel loro passato e presente, donne di fatto e di genere, donne onorevoli e puttane, donne donnette donnone, donnettine, brave donne e assassine, ma per lo più donne, maltrattate, usate, disossate, addobbate, ingioiellate.
Oppure donne nude crude e la loro realtà che è la nostra realtà di cambiamenti e trasformazione di una società sempre più d’impari opportunità…
Donne barbose, barbone, mancate donne, pentite, reinventate nel sistema, donne maschione, donne di potere, vere compagne che ci rimettono tutto per portare avanti e non arrendersi mai alla lotta!
Al femminismo, all’annientamento del dilagante fascismo istituzionalizzato e operante…
Guardaci i tuoi pensieri e non dimenticare tutte le donne ogni tanto, e se ci trovi un uomo tra loro, saranno i migliori o i peggiori, ma le donne solo loro sanno chi siamo e il loro prezzo di esistenza nel nuovo millennio.
Scatole femminili prodotte in proprio con materiale riciclato,
in piena assunzione delle proprie facoltà mentali
in solidario contributo.”
I maschi sono “tollerati”…
Voglio ringraziare per i contributi di materiale fotografico Camillo Cavalcanti (Foto Flash) , Tina Modotti e Man Ray .
Durante la serata interverrà Eugenia dell’Associazione Ayusia per i gravi fatti di recente accaduti nell’Entella.
Pubblichiamo un articolo apparso sul n. 18 di Torino Tuttosquat – estate 2009
LA STRAGE E’ DI STATO PINELLI ASSASSINATO
Avevo 15 anni quando lo ammazzarono. Fui fermato per la prima volta e schedato in questura dopo una manifestazione contro gli assassini di Stato e per la liberazione di Valpreda. Ho scritto per 2 anni sui muri di Torino “Calabresi assassino” e – quando il boia è stato giustamente stirato – ho brindato insieme ai compagni. E brinderei ancora. Alla morte di ogni tiranno e di ogni killer di Stato.
Ho iniziato queste righe in prima persona non per parlare di me, ma perché queste sono state le mie reazioni emotive quando ho saputo dai media che l’inventore dei CPT, nonché presidente della repubblica aveva invitato al Quirinale la vedova Pinelli e la vedova Calabresi ad un patetico embrassons-nous (volemmose ‘bbene) per celebrare l’ennesima ipocrita verità di Stato: Pinelli e il suo principale assassino finalmente accomunati nel ruolo di vittime del terrorismo.
Non riesco a spiegarmi perché la vedova Pinelli si sia prestata a questa infame kermesse. Prima di tutto ella, pur rispettando le idee del marito, non è mai stata anarchica. Il velo d’oblio steso da tutti sulla figura di Pino – a parte gli anarchici – (mentre all’inverso era in corso il processo di beatificazione per Calabresi) forse l’ha convinta che accettare quest’invito avrebbe potuto riportare l’attenzione sulla sua persona. Eppure solo poco tempo fa, in un’intervista al Manifesto, aveva confermato la convinzione che il suo compagno non si sarebbe mai suicidato e che l’avevano sicuramente ammazzato in questura. E allora a che pro stringere la mano dei parenti dell’assassino per ratificare tutti insieme appassionatamente una nuova menzogna di Stato? Probabilmente, tertium non datur, perché la signora Pinelli ha ormai superato gli ottanta, un’età in cui arteriosclerosi e Alzheimer offuscano la lucidità di giudizio. Dispiace che le figlie non l’abbiano fermata. “Grazie signora Pinelli, – potrà dire Napolitano – grazie per avere accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi”. Dalla parte dello Stato. Dalla parte degli assassini. A braccetto con il presidente che quando era ministro dell’interno, nel 1996, “si preoccupava di mandare messaggi distensivi alla polizia che, magari, avrebbe potuto essere preoccupata dall’arrivo di un ex comunista al Viminale ed assicurò di non essere venuto a cercare scheletri nell’armadio” (AldoGiannuli.it).
L’uomo che, con grande faccia di bronzo, pretende di “ridare e riaffermare l’onore di Pinelli”. Ma ci faccia il piacere! Pinelli non ha mai avuto bisogno di riabilitazioni di Stato. La sua immagine è sempre stata limpida e luminosa. Nel cuore di tutti i ribelli. E le infamie dei questurini del tempo non hanno fatto altro che confermarlo.
Avrei voluto scrivere queste cose alla famiglia di Pinelli, chiedere come avessero potuto oltraggiarne in questo modo disgustoso il ricordo, poi mi sono reso conto che non sarebbe servito a nulla, che avrei solo fatto soffrire ulteriormente persone già troppo colpite negli affetti, che senza dubbio erano nella convinzione di aver fatto una cosa giusta.
Ma questo non può indurci al silenzio, come dissi, a un convegno in quel di Villafalletto nel 1987, alla nipote di Nicola Sacco che dissentiva dalla mia esposizione delle dure contestazioni dei gruppi anarchici torinesi alle celebrazioni per la riabilitazione di Sacco e Vanzetti avvenute 10 anni prima: “Cara signora, non li hanno mica ammazzati perché erano vostri parenti, ma perché erano anarchici. Quindi solo gli anarchici hanno il diritto di parlare a nome loro”. Sono sicuro che, se oggi Pinelli potesse dire la sua, sarebbe senz’altro d’accordo con quanto ho esposto. Per questo tocca agli anarchici parlare per lui, anche a costo di offendere la sensibilità dei parenti.
Per quanto riguarda invece i parenti di Calabresi, ovviamente non li riteniamo responsabili del suo operato. Le colpe dei padri non ricadono sui figli e nemmeno sulle mogli. Ed è anche umanamente comprensibile – anche se realisticamente impossibile – che cerchino, arrampicandosi sugli specchi, di riabilitarne la memoria. Cazzi loro.
Nessuno si è mai sognato di minacciare il neo direttore della Busiarda di Torino per il solo fatto di essere figlio di cotanto padre. Ma noi non dimentichiamo. Non passiamo colpi di spugna. Non perdoniamo.
Il sangue di Pinelli ricade sui suoi assassini-poliziotti. Luigi Calabresi in primis.
Uno sbirro che a Milano era conosciuto come commissario-finestra per la bella abitudine, durante gli interrogatori in questura, di sporgere dal davanzale con la forza i fermati, minacciando di buttarli giù se non avessero parlato.
Lo sbirro responsabile della montatura nei confronti degli anarchici arrestati per le bombe fasciste alla fiera di Milano del 25 aprile 1969, con tanto di torture e testimone falsa da lui imbeccata. Lo sbirro che arresta Pinelli dopo la bomba di piazza Fontana, che lo trattiene illegalmente per 3 giorni, che organizza per lui un trattamento speciale facendolo interrogare per 3 notti consecutive, che lo minaccia di farlo licenziare dalle ferrovie. Lo sbirro che, dopo, non scende nemmeno in cortile a vedere cos’era rimasto dell’anarchico sotto la sua custodia precipitato dal quarto piano. Lo sbirro che non comunica nemmeno alla famiglia che Pino era in fin di vita all’ospedale e che quando la moglie, avvisata dai giornalisti, telefona in questura chiedendo come mai nessuno l’avesse chiamata le risponde: “Signora, abbiamo molto da fare!” (questo lo ha dimenticato signora Pinelli?). Lo sbirro che cerca di far credere di non essere stato presente nella stanza in cui Pino fu ucciso raccontando di essere momentaneamente uscito per andare a riferire al capo Antonino Allegra, sebbene un altro anarchico arrestato presente nel corridoio, Pasquale Valitutti, testimonierà – senza mai ritrattare – di non averlo visto uscire. “Il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Mucilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo. – ha dichiarato dopo aver saputo dell’incontro al quirinale – Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo”.
E oggi la mummia ex-stalinista che abita al quirinale, con tanto di voce strozzata dal pianto e lacrimucce di circostanza, vorrebbe farci credere che Pinelli, “sospettato ingiustamente di essere l’autore della strage di piazza Fontana”, sia anche lui una vittima del terrorismo, lo stesso terrorismo che ha fatto fuori il commissario-finestra.
E no! I conti non tornano, caro presidente. Chi ha ingiustamente accusato Pinelli? E l’innocente Calabresi non compare forse anche lui in prima fila – insieme ai suoi colleghi complici nell’assassinio – nella foto dell’ignobile conferenza stampa in cui Marcello Guida, ex direttore della colonia di confino fascista di Ventotene all’epoca questore di Milano, dichiara: “Era fortemente indiziato” “Il suo alibi era crollato” “E’ stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita”. E dov’era Calabresi quando, nella versione successiva, Pinelli da mostro sanguinario è trasformato magicamente in un anarchico buono che si suicida per riscattare i feroci misfatti dei suoi compagni gridando “E’ la fine dell’anarchia!”?
Per non parlare della vergognosa sentenza del giudice Gerardo d’Ambrosio che metterà giuridicamente la parola fine sulla morte di Pinelli, in cui – essendo ormai insostenibile il suicidio per le troppe discordanze tra le panzane raccontate dagli sbirri-assassini presenti nella stanza (uno racconterà persino di aver cercato di afferrarlo rimanendo con una scarpa in mano quando nel cortile il corpo si presentava con ai piedi entrambe le scarpe) – venne inventato il “malore attivo”. Pinelli, affacciatosi alla finestra per prendere aria, si era sentito male ed era precipitato senza averne coscienza. Quindi né omicidio né suicidio, ma solo tragica fatalità.
Questa l’ignobile verità di Stato.
Ma l’ingiuria alla giustizia – e alla logica – di questa sentenza non era sufficiente. Bisognava attendere quarant’anni e un presidente post-comunista per l’estremo oltraggio: la vittima equiparata al carnefice. Peccato che sia napolitano e non crucco. In tal caso avrebbe potuto organizzare un commovente incontro tra i discendenti delle vittime dello sterminio nazista e quelli di Himmler. In fondo non è morto anche lui in tragiche circostanze?
La turpe verità di Stato è dunque riaffermata con un gesuitico rituale conciliatorio. Guai a chi osa metterla in discussione. Alcune scritte murali della FAI torinese, semplici e dirette “Calabresi assassino – Pinelli assassinato – Nessuna pace con lo Stato” vengono a rompere le uova del paniere istituzionale. E vai! Tutti uniti in coro, destri e sinistri, leccaculi e delinquenti, ominicchi e quaquaraquà, papponi e appendi-cappello, a blaterare contro questo vile attacco “intimidatorio”, “di inaudita violenza”, che va contro la “pacificazione voluta dal capo dello Stato”, che riporta al “clima degli anni di piombo”, che minaccia il figlio del defunto commissario, che… bla bla bla.
Non ucciderete Pinelli ancora una volta.
Basta solo mettersi d’accordo sull’uso delle parole.
Pinelli è stato sì vittima del terrorismo. Di quello vero, quello dello Stato, della polizia, dei carabinieri, degli agenti segreti, dei magistrati, della CIA, dei fascisti… insomma degli stessi che avevano piazzato la bomba in piazza Fontana trucidando indiscriminatamente 16 persone per poi addossarne la colpa agli anarchici. E infine hanno assassinato Pinelli perché non voleva prestarsi a giocare il ruolo che gli avevano assegnato.
Calabresi no. Non è stato vittima del terrorismo. È stato semplicemente un atto di giustizia.
(Tobia)
(inserito da Verena T.)






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